Milano nel 1950, una città che si ricostruisce dalle macerie. Una fotografia di quegli anni può dire più di mille parole: cattura non solo un’immagine, ma un’intera epoca, un sentimento, una memoria collettiva. La forza della fotografia sta proprio in questo, nel congelare il tempo e offrirci uno sguardo diretto sul cambiamento urbano e umano. Cinque libri recenti si dedicano a questo potente intreccio tra arte, storia e città italiana. Tra pagine piene di immagini d’archivio e scatti contemporanei, si raccontano storie di luoghi e persone, di ferite aperte e di sguardi inattesi. C’è chi esplora la Milano del dopoguerra, chi riflette sul comportamento dei visitatori nei musei, chi si lascia sorprendere dal volto inedito del gatto come soggetto fotografico. Ogni libro, a suo modo, è un viaggio che lega passato e presente, memoria e identità.
Il primo incontro tra Gabriele Basilico, ancora giovane studente, e Aldo Rossi, professore al Politecnico di Milano negli anni Sessanta, lascia un segno profondo nella cultura artistica italiana. Basilico, appena ventenne, assorbe dalle lezioni di Rossi un metodo analitico che mette in relazione gli edifici con il tessuto urbano. Un approccio che lega la storia dell’architettura e la tradizione con la modernità, valorizzando il contesto e il “locus”, come lo chiama lo stesso Basilico.
Vent’anni dopo si ritrovano e Basilico inizia a fotografare i progetti di Rossi con uno sguardo attento e compositivo, capace di restituire un racconto visivo intenso. Il volume “Gabriele Basilico fotografa Aldo Rossi” raccoglie queste immagini in bianco e nero, spaziando da edifici iconici a dettagli architettonici. Tra le fotografie spiccano la Cappella funeraria Molteni al cimitero di Giussano, il complesso Casa Aurora a Torino, il Teatro Carlo Felice di Genova, edifici abitativi di Berlino e Milano, e il famoso cimitero di San Cataldo a Modena.
Il libro si arricchisce con testi di Basilico, Chiara Spangaro e Pier Paolo Tamburelli che approfondiscono questo dialogo visivo e culturale tra i due protagonisti, raccontando la loro influenza reciproca tra architettura e fotografia. Sono 176 pagine, graficamente curate, che offrono una chiave di lettura significativa sulla relazione tra immagine e spazio costruito in Italia.
“Jacqueline Vodoz. La fotografia parlata” , curato da Manuela Cirino, celebra la carriera di una fotografa svizzera che ha attraversato Milano dagli anni Cinquanta in poi. Nata nel 1921, Vodoz si è formata in Svizzera, ma ha costruito un ricco archivio di fotografie che raccontano la città meneghina in un periodo di grandi cambiamenti.
Le sue immagini mostrano una Milano viva, in crescita, immersa nei fermenti politici e culturali del dopoguerra. Le foto di Vodoz raccontano la città nel lavoro, nell’arte e nella vita quotidiana, restituendo l’anima di quegli anni. Nel frattempo, la sua collaborazione con il marito Bruno Danese la porta ad avvicinarsi al mondo del design, senza mai perdere il legame con la fotografia.
Il libro, risultato di un lungo lavoro di riordino e studio dell’archivio Vodoz Danese, testimonia la ricchezza del suo lavoro artistico e culturale. Le 336 pagine raccolgono scatti intensi e documenti che trasmettono una nostalgia per un’epoca ormai lontana, ma che continua a parlare attraverso le immagini. Non si tratta solo di fotografie, ma di un’immersione in un contesto storico e sociale ricostruito attraverso i suoi scatti e i suoi ricordi.
“Sotto gli occhi di nessuno” di Fabio Mantovani affronta con rigore la storia italiana tra gli anni Settanta e Novanta, raccontata attraverso fotografie di eventi tragici. Il progetto si concentra sulle stragi e gli attentati che hanno segnato quegli anni difficili.
Il fotografo bolognese immortala i resti delle bombe, dai vagoni ferroviari distrutti dell’Italicus del 1974 a San Benedetto Val di Sambro, all’auto di Aldo Moro, fino ai luoghi della strage di Ustica e dell’attentato a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Questi relitti, illuminati da una luce teatrale e intensa, evocano una presenza muta, sospesa tra memoria e assenza.
Il libro, 132 pagine di fotografie accompagnate da un testo di Arianna Rinaldo, evita di mostrare corpi umani per mettere in risalto il senso di morte immobile e il vuoto lasciato da quegli eventi. La copertina nera, senza fronzoli, sottolinea il tono funebre e grave del contenuto, creando un’atmosfera di riflessione sul dolore e sulla memoria collettiva che ancora pesa sul nostro presente.
Con “Attenzione disordinata” , Claire Bishop, storica dell’arte inglese e docente universitaria, riflette su come si sia trasformato il modo di vivere l’arte oggi. Il saggio analizza come la presenza costante di smartphone e altri dispositivi abbia cambiato il rapporto del pubblico con le opere nei musei.
Bishop descrive una attenzione frammentata, fatta di multitasking: lo spettatore non si limita a guardare, ma registra, fotografa, condivide. Tutte queste azioni insieme impediscono una concentrazione stabile, creando una percezione disordinata. Il fenomeno riguarda qualsiasi opera, dalla pittura classica alle installazioni moderne, e altera profondamente l’esperienza estetica.
Il libro offre una riflessione critica su questo cambiamento culturale, mostrando come il desiderio di catturare e conservare digitalmente un dettaglio si intrecci con la difficoltà reale di restare presenti e concentrati sull’opera. In 228 pagine, Bishop indaga i meccanismi psicologici, sociali e culturali dietro questo nuovo modo di vivere l’arte, fornendo uno strumento importante per capire il rapporto tra tecnologia, percezione e creatività.
“You Can’t Frame Me” è un libro piccolo ma originale, prodotto in sole 250 copie da Artphilein nel 2026. A cura di Caterina De Pietri, raccoglie fotografie dedicate ai gatti, realizzate da ventisei fotografi. Il volume si distingue per un tono lontano dal sentimentalismo, offrendo uno sguardo fresco e ironico su questi animali spesso protagonisti di immagini casalinghe e urbane.
Il sottotitolo richiama la difficoltà di “incorniciare” un gatto, alludendo al carattere sfuggente, libero e imprevedibile del felino, soprattutto se randagio o sbandato. Il libro raccoglie 66 pagine di scatti che mostrano il gatto non come semplice soggetto tenero, ma come presenza autonoma e dotata di forte personalità visiva.
Accompagnato da un testo di Matteo Maria Paolucci, il volume è un piccolo tesoro per gli amanti della fotografia e dei gatti, proponendo una lettura diversa dal solito repertorio felino. La tiratura limitata e la cura nella stampa fanno di questo libro un oggetto da collezione, che unisce ricerca artistica e curiosità in un progetto editoriale originale.
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