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Ariadne auf Naxos torna a Roma: il mito di Bacco e Arianna rivisitato al Teatro dell’Opera dopo 35 anni

Sono passati più di trentacinque anni da quando Ariadne auf Naxos ha calcato il palco del Teatro dell’Opera di Roma. Ora torna, ma niente è come prima. David Hermann, il regista, ha scelto la strada del minimalismo estremo. Via le scenografie dorate, via gli ornamenti fastosi: il sipario si apre su un mondo spoglio, quasi alienante. Il prologo, tradizionalmente immerso nel lusso viennese, si svolge in un corridoio di camerini illuminato solo da luci al neon. Un luogo freddo, claustrofobico, privo di calore umano. Ma questa scelta non è un semplice vezzo estetico. Dietro c’è un messaggio chiaro: la crisi di un settore artistico costretto a lottare tra tagli economici e tempi stretti. Il contrasto tra Opera Seria e Commedia dell’Arte diventa qui uno scontro duro, una battaglia per sopravvivere.

Un corridoio al posto del mito: la regia che smonta Strauss

David Hermann non si limita a dirigere: costruisce uno spazio che sembra un non-luogo, un corridoio di camerini che ricorda più il backstage di uno show televisivo che un’opera lirica. Ogni dettaglio culturale è ridotto a una funzione fredda e asettica. Dove un tempo si respirava la tensione creativa tra due generi teatrali, oggi emerge l’oppressione di artisti e tecnici schiacciati da rigidi paletti di tempo e budget. La sacralità dell’evento svanisce, lasciando il posto a un’atmosfera di routine e costrizione. È una scelta che richiama quanto Hermann aveva già fatto nel 2021 con Inferno di Lucia Ronchetti, dove il mito di Dante veniva ambientato in uno chalet, privando la narrazione di quella solennità epica che si aspetterebbe da un’opera lirica.

La drammaturgia perde così la sua patina classica per diventare un’amara riflessione sulla burocrazia culturale soffocante. Gli sfarzi viennesi lasciano il posto a luci al neon, pareti spoglie e spazi angusti, un quadro che rispecchia la realtà degli artisti di oggi, a Roma e non solo.

Axelle Fanyo, la nuova Arianna che rompe gli schemi

In questo ambiente privo di fronzoli, emerge la figura di Arianna, affidata alla voce della soprano Axelle Fanyo. La scelta di una cantante di colore per questo ruolo non è un semplice gesto di “color-blind casting”, ma un vero e proprio atto di riappropriazione dello spazio scenico e simbolico. Nel bianco gelido del corridoio, la sua presenza fisica e vocale porta calore e umanità, scardinando le consuetudini esclusive del repertorio europeo di Strauss.

Questa Arianna non è più una dea mitologica relegata al passato, ma un simbolo di dolore universale, isolamento e abbandono che travalicano epoche e culture. La sua interpretazione diventa la voce di una “resistenza culturale” contro l’esclusività e la rigidità dei canoni tradizionali. La sua voce reclama nuovi spazi inclusivi nel mondo dell’opera, trasformando il ritorno di Ariadne auf Naxos a Roma in un evento non solo artistico, ma anche di grande impegno sociale.

Arianna contro Zerbinetta: il duello che parla al presente

L’opera mette in scena anche il confronto tra due donne molto diverse: Arianna e Zerbinetta. La prima incarna il dolore profondo e la passione senza compromessi, la seconda è il simbolo della sopravvivenza, della leggerezza e del pragmatismo. Zerbinetta ricorda eroine mozartiane come Despina o Susanna, con quel modo di affrontare la vita che sa bene che “un nuovo amore guarisce il vecchio”.

Hermann sfrutta questo contrasto anche sul piano scenografico e simbolico. Mentre Arianna si ritira nel mito e nel dolore, Zerbinetta trasforma il corridoio in un palcoscenico, giocando con la realtà del dietro le quinte. È un gioco di luci e ombre che mette in evidenza il conflitto tra passato e presente, tra redenzione tormentata e pragmatismo disincantato.

Il duello tra le due donne diventa il cuore pulsante della storia: da un lato il desiderio di una trasformazione interiore, dall’altro la necessità di adattarsi e andare avanti in un mondo che non offre illusioni facili.

Bacco demitizzato e un finale che lascia senza consolazione

L’arrivo di Bacco rompe gli schemi tradizionali. Niente abiti solenni da semidio: lui si presenta con un paio di jeans, un uomo qualunque immerso in una realtà troppo complessa e dolorosa per lui.

Il momento più forte è però il finale, dove Hermann stravolge la partitura originale. Mentre Strauss dipingeva un’estasi e una possibile salvezza nell’incontro tra Arianna e Bacco, qui assistiamo a una fuga, a un abbandono. Bacco scappa, incapace di reggere il peso del dolore o di rispondere al desiderio di Arianna, forse spaventato da quel sentimento che Zerbinetta cercava di stemperare.

Così si mette in discussione quella speranza di redenzione che reggeva l’opera. Come in Inferno del 2021, dove l’anima resta prigioniera del proprio destino, anche qui la storia si chiude su una condanna alla solitudine, senza il conforto di un abbraccio salvifico. Il bacio che non arriva diventa il simbolo di un’epoca scettica, incapace di credere ancora nella salvezza attraverso l’amore.

L’allestimento del Teatro dell’Opera di Roma lascia aperta una domanda sul ruolo dei miti e sull’attualità delle storie classiche. Nel corridoio anonimo e asettico del backstage, Arianna resta sola con il suo dolore, mentre Bacco sparisce dietro la porta di servizio, fuori scena.

Redazione

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