A Oakland, tra le strade vibranti della baia di San Francisco, la musica di Kathryn Mohr prende forma con un’intensità fuori dal comune. Cantautrice e chitarrista, la sua voce si fa strada in un paesaggio sonoro che mescola folk primitivo, accenni di rock e drone ipnotico. C’è un lato oscuro, quasi inquietante, nei suoi testi, che sfuggono alle convenzioni del cantautorato americano tradizionale. Fin dall’inizio, Kathryn ha saputo trasformare la sua riservatezza in un racconto musicale denso, capace di sorprendere chi ascolta.
Kathryn ha mosso i primi passi con due EP che hanno segnato la sua identità musicale. Il debutto, As If del 2020, porta con sé un gusto elettronico essenziale, dove suoni rarefatti si intrecciano a vocalità fragili e a elementi digitali minimali. Nel 2022 arriva Holly, un EP che sfuma tra ambient e folk acustico, nato nel deserto del New Mexico. Qui si sente forte la mano di Madeline Johnston, in arte Midwife, produttrice e musicista nota per il suo approccio narrativo contemporaneo. L’album è uscito per The Flenser, etichetta indipendente americana che sostiene artisti dal profilo sperimentale e alternativo.
La scrittura di Kathryn è stratificata, un intreccio di ricordi e immagini, che mescola rumore, silenzio e minimalismo. Le sue canzoni raccontano storie sospese, nate dall’osservazione della natura e degli spazi, ma anche da un viaggio interiore complesso, fatto di riflessioni sulla mente e sulla memoria. Questo si traduce in un sound ambient, ma con una tensione nervosa che lega folk ancestrale e drone oscuro.
Il suo primo disco completo, Waiting Room , segna l’apice della collaborazione con The Flenser. È stato scritto durante una residenza artistica nel 2024 al Fish Factory Creative Center di Stöðvarfjörður, in Islanda. Lì, in un ex stabilimento di lavorazione del pesce trasformato in centro culturale, Kathryn ha condiviso lo spazio con cinque artisti visivi, impegnati nella pittura. Lei ha lavorato isolata in una stanza separata, cercando ispirazione nell’intimità del luogo.
Le sue passeggiate solitarie nei dintorni hanno dato vita a registrazioni di suoni naturali: il vento che scorre tra le rocce, i richiami degli uccelli, l’eco del mare. Questi suoni, talvolta lasciati così come sono, altre volte manipolati con effetti digitali, costruiscono un’atmosfera densa e a tratti claustrofobica. Le voci oscillano tra sussurri spettrali e momenti di intensa emotività, mentre la chitarra elettrica si fa quasi scheletrica e minimale.
Il risultato ricorda i primi lavori di PJ Harvey, un riferimento dichiarato di Kathryn soprattutto per il modo di raccontare attraverso le parole. Il filo conduttore del disco è la fugacità della vita, con storie che si muovono tra solitudine e contemplazione, ricordi e confusione mentale. A tratti, lo spirito del lavoro richiama anche Emma Ruth Rundle, per la sua emotività cruda e sincera.
Kathryn Mohr ha annunciato l’uscita del nuovo album Carve prevista per il 17 aprile 2026. Il disco raccoglie brani scritti nell’arco di cinque anni, ma registrati in poche settimane dentro una roulotte nel deserto del Mojave. La scelta di un posto così isolato ha permesso un lavoro intimo e riflessivo, usando chitarra acustica e registratore da campo, strumenti chiave per catturare l’essenza del paesaggio.
I brani di Carve si ispirano in parte a un viaggio in auto che Kathryn fece da bambina nel Sud-Ovest degli Stati Uniti. Questo ritorno simbolico ha risvegliato ricordi d’infanzia irrisolti e riflessioni sulle sue dinamiche personali, offrendo uno sguardo profondo sul rapporto con se stessa e con il mondo. Il suono, pur ancorato al folk, si apre a passaggi destrutturati che richiamano il grunge e le atmosfere di Courtney Love e dei Hole.
Negli ultimi anni Kathryn ha calcato palchi importanti come quelli del Le Guess Who? in Olanda e del London Pitchfork Festival. Nel recente tour europeo, che ha toccato anche Milano, ha portato dal vivo i suoi pezzi più significativi, rafforzando la sua presenza nel panorama sperimentale e indipendente.
In un’intervista, Kathryn ha descritto l’arte come un atto di trasmissione emotiva, un segnale lanciato senza sapere chi lo raccoglierà. La musica, spiega, è una forma di comunicazione aperta e intima, uno scambio di energie che va oltre le parole. Per lei chi crea per un bisogno interiore è artista, a prescindere dal mezzo.
L’arte visiva prende valore soprattutto in base all’esperienza personale dell’osservatore: il luogo in cui si trova l’opera, il tempo che le si dedica, lo stato d’animo di chi guarda condizionano profondamente la percezione. Per Kathryn molte sculture ammirate da bambina nei parchi pubblici hanno acquisito un significato speciale proprio per questo.
Tra le sue canzoni preferite c’è Tears on Fresh Fruit degli Sparklehorse, apprezzata per l’intensità emotiva, capace di trasmettere sensazioni che le parole da sole non possono esprimere. Questo tipo di musica racconta un’umanità profonda, essenziale per alimentare la sua creatività.
Oggi Carve è il suo ultimo lavoro. Kathryn parla spesso di idee che annota con cura, nutrendo la propria ispirazione con esperienze e immagini, pronte a essere rielaborate in futuro.
In un racconto recente, Kathryn ha condiviso un ricordo vivido: un incontro ravvicinato con un gufo su un albero, un momento carico di meraviglia e silenziosa contemplazione. Osservare nel dettaglio le piume, il colore del becco, lo sguardo attento dell’animale ha lasciato un segno profondo, mostrando la sensibilità dell’artista verso la natura e il suo potere di evocare emozioni e pensieri.
Questi frammenti di esperienza si riflettono nel suo lavoro, dove il legame con l’ambiente naturale è parte integrante del processo creativo. Spazio, luce, silenzio e suoni grezzi si intrecciano con la ricerca interiore e la narrazione, dando vita a un universo coerente e ricco di significati.
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