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Milano, all’HangarBicocca la mostra “Rebecca” trasforma lo spazio in una casa immersiva e sorprendente

All’ingresso dell’Hangar Bicocca, un occhio gigantesco emerge da un groviglio di tessuti cangianti, catturando subito lo sguardo. È un’immagine che inquieta e accoglie insieme, un invito a immergersi in un’esperienza nuova, mai vista prima a Milano. Dietro questa sorprendente installazione c’è Benni Bosetto, artista lecchese nato nel 1987, con la direzione artistica di Fiammetta Griccioli. La sfida lanciata è chiara: cancellare ogni traccia dello spazio espositivo tradizionale per trasformarlo in una “casa totale”. Non una casa qualunque, ma un luogo denso e stratificato, dove si intrecciano tempo, memoria, tessitura e disegno, in un dialogo costante tra forma e funzione. Si chiama “Rebecca” e prende ispirazione dal romanzo di Daphne du Maurier del 1938, orientando così la lettura simbolica – e fisica – dello spazio e delle storie che si nascondono tra le sue stanze d’arte.

Uno spazio che cancella i confini del museo tradizionale

Entrare in “Rebecca” significa dimenticare l’idea classica del museo come contenitore rigido. Bosetto mette insieme architetture di carta, tessuto e moquette per creare un ambiente fluido che mette in crisi la percezione. Le pareti, qui, non sono più quelle di sempre: diventano corpi vivi, fatte di centinaia di strisce di carta da parati disegnate a mano dall’artista. Questi rivestimenti, chiamati “Le cellule” , si stendono dal pavimento al soffitto, creando superfici che da lontano sembrano un unico disegno indistinto, ma da vicino rivelano dettagli minuziosi e unici.

Il pavimento, quasi tutto coperto da moquette verde, suggerisce un giardino immaginario, mentre una serie di tappeti definisce spazi che richiamano le stanze di una casa: camere, sale da pranzo. Ma niente è fisso o statico: l’intero impianto è un territorio da esplorare, una struttura aperta che cambia senso a seconda di dove si guarda e di come ci si muove.

Questa architettura “di carta” abbandona la rigida geometria dei muri tradizionali per trasformarsi in un labirinto aperto, dove il disegno è insieme forma e contenuto. Non servono mappe: basta mettersi in cammino con occhi e corpo pronti a scoprire nuove relazioni con lo spazio e con se stessi.

Il disegno come chiave di un’arte fatta di forme e relazioni

Il lavoro di Bosetto nasce da una pratica disegnativa meticolosa. Dietro “Rebecca” ci sono mesi di lavoro intenso per realizzare le centinaia di strisce di carta da parati, ognuna unica, come mattoni fragili ma ben costruiti. L’arte qui diventa strumento per costruire non solo forme, ma anche legami, in un universo quasi organico.

Non è un caso che il pensiero del fisico e premio Nobel Giorgio Parisi venga evocato: i suoi studi sui sistemi complessi e sui fenomeni emergenti sembrano rispecchiarsi nei disegni di Bosetto, che cambiano a seconda di come li si guarda e da che distanza.

Il visitatore è chiamato a muoversi con consapevolezza, non a osservare passivamente. È come camminare in un prato o su una spiaggia: per cogliere i dettagli, bisogna chinarsi, cambiare prospettiva, cercare. Le forme si trasformano così in un invito a scoprire, a costruire nuove connessioni con lo spazio.

Una casa di tessuti che racconta femminilità e memoria

L’installazione si distingue anche per il suo forte valore simbolico legato al mondo femminile. Le numerose citazioni all’artigianato tessile tradizionale – tende di pizzo che avvolgono pareti e ambienti – richiamano gesti antichi di cucito, ricamo, tessitura. Modi di abitare e vivere il tempo che hanno radici profonde.

Questi materiali, delicati e trasparenti, separano ma allo stesso tempo uniscono gli spazi, che non sono mai netti o definiti, ma fluidi e mutevoli. Ne nasce una metafora della presenza delle donne nel sapere: spesso invisibile o ignorata nelle grandi narrazioni ufficiali, ma viva e pulsante nelle conoscenze pratiche, artigianali e creative.

Attraverso la materia stessa dello spazio, il progetto riflette sull’autorialità femminile in arte e artigianato, mettendo in discussione gerarchie storiche e riportando al centro tecniche “minori” nella storia contemporanea.

Spazi e simboli: un corpo che parla dalla guancia al cuore

La mostra si divide in aree con nomi evocativi, che rimandano al corpo e invitano a pensare ai loro significati simbolici e spaziali. A destra si trova “La guancia” , uno spazio con sdraio e tappeti, dove si respira quiete e fragilità del contatto. Al centro “La pancia” mostra porte adagiate a terra, segni di passaggi non immediati, da esplorare con cura.

In questa zona spiccano le colonne di tende di pizzo arrotolate, chiamate “Gli occhi” , dove si notano scarpe femminili in terracotta, simbolo di cammino e identità: muoversi significa lasciare tracce, costruire memoria.

Sul lato sinistro si apre il “Cuore” , uno spazio ampio che ha come sfondo una parete esterna dell’Hangar Bicocca, coperta di tessuti e carte traforate che filtrano la luce. Qui, come in un piccolo teatro o un night club, ci sono tavoli e sedie. Per tutta la durata della mostra, si tengono performance di tango con ballerini professionisti: una danza sospesa tra seduzione e conflitto, tra femminilità e virilità, che sintetizza le tensioni emotive dell’opera.

Femminilità nell’arte contemporanea: ricamo, manualità e storie da riscoprire

Nel panorama dell’arte di oggi, il ricamo e le tecniche tessili sono molto più che semplici lavori artigianali. Sono linguaggi autonomi, usati da artiste e artisti per raccontare cose profonde. Già all’inizio del Novecento, soprattutto nelle avanguardie russe cubo-futuriste, si riconosceva la manualità tessile come parte fondamentale della creatività.

Bosetto riprende questa tradizione e la intreccia a una riflessione di genere: la differenza femminile non è un’opposizione, ma un’interazione che trasforma comportamenti e linguaggi. L’arte tessile diventa così uno strumento per leggere la lunga storia di esclusione delle donne dall’autorialità, portandola dentro forme nuove e attuali.

A Milano, “Rebecca” richiama anche figure dimenticate o trascurate, come Rosalba Carriera, pittrice veneziana del Settecento che introdusse il pastello nei ritratti e venne spesso messa da parte perché il suo lavoro rompeva con i canoni tradizionali legati all’immagine femminile. Opere complesse come questa richiedono ancora uno sguardo attento, capace di valorizzare l’innovazione nelle sue molte forme.

Tra radici familiari e letteratura: un dialogo aperto tra passato e presente

Benni Bosetto intreccia lo spazio personale – fatto di pizzi e merletti ereditati da nonne e zie – con orizzonti più ampi, come la letteratura e il sapere, citando Virginia Woolf e la sua “Stanza tutta per sé”. Così si incontrano le suggestioni della “Rebecca” di du Maurier e la parete dell’Hangar Bicocca, riaffermando storie che continuano a interrogarci sull’identità e il ruolo femminile nell’arte e nella cultura.

La mostra diventa così un luogo di scommessa e riconoscimento, dove l’arte si fa e si rinnova attraverso mani che lavorano pastelli, fili, colori insoliti e disegni inediti. L’opera sembra chiamarci a essere protagonisti di un ritratto collettivo e in movimento, un invito a riscrivere la narrazione artistica contemporanea partendo dalle radici familiari e letterarie, per aprirsi alle molteplici sfaccettature del presente.

Redazione

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