Nel 2026, le Gallerie d’Italia di Milano spalancheranno le loro porte a una mostra che promette di riscrivere il modo in cui guardiamo al Neoclassicismo. Non si tratta di un semplice tributo, come quello dedicato ad Andrea Appiani a Palazzo Reale qualche tempo fa, ma di un’immersione totale in un’epoca che ha trasformato Milano da città custode di un’eredità a vera fucina di idee e sperimentazioni. Qui, il passato classico non è mai stato un limite: è diventato il motore per progetti audaci, dialoghi con Roma – l’altra grande capitale del Neoclassicismo – e una visione che guarda avanti. Ogni opera, ogni modello esposto racconta una storia di fermento culturale, di intellettuali e artisti che hanno forgiato un’identità tanto estetica quanto politica, dando forma a una Milano in costante evoluzione.
Il Neoclassicismo milanese si intreccia a progetti architettonici ambiziosi, molti dei quali restati solo sulla carta ma carichi di significato. Su tutti spicca il Foro Bonaparte di Giovanni Antonio Antolini, un vero manifesto urbanistico pensato per far competere Milano con le grandi capitali europee, senza dimenticare la grandezza dell’antico. La mostra ricostruisce quell’aria di fermento, fatta non solo di architetti ma di un’intera rete di intellettuali impegnati a dare nuova vita alla città. Milano abbandona la sua immagine di provincia per trasformarsi in una metropoli moderna, con radici salde nell’illuminismo e nelle ambizioni dei governi dell’epoca. Anche se molti progetti non videro mai la luce, testimoniano un periodo di grande energia culturale e progettuale.
Antonio Canova, il maestro indiscusso del Neoclassicismo, è al centro della mostra con alcune opere chiave. Si parte dalla testa di cavallo di Donatello, modello originale per un monumento equestre mai realizzato, che apre il discorso sulla tradizione reinterpretata da Canova. Prosegue con il cavallo in gesso, ricostruito per il complesso dedicato a Ferdinando I di Borbone, un’opera che esprime tutta la forza e il dinamismo del Neoclassico. Canova aveva anche pensato a una versione del monumento a Napoleone con il condottiero ritratto come Marco Aurelio, simbolo di forza e strategia militare. La mostra mette in chiaro come questi capolavori, realizzati o solo immaginati, fossero strumenti per costruire un’immagine pubblica potente, destinata a celebrare il potere e il prestigio di un’Italia in trasformazione.
Non solo grandi opere e architettura: la rinascita artistica milanese passa anche dalle arti decorative e dalle manifatture locali. Tra i pezzi più raffinati c’è “L’Aurora” di Liborio Londini, una scultura in agata intagliata su tre strati, esempio della maestria artigianale che dialogava con pittura e arredamento neoclassico. Milano si afferma anche come centro di eccellenza nell’orologeria grazie alla bottega Manfredini, capace di produrre orologi e gioielli di grande eleganza. Le statuette in miniatura, ispirate alle sculture di Canova, come il celebre Napoleone come Marte Pacificatore del 1806, arricchiscono la mostra. Le riproduzioni in bronzo e altri materiali, firmate dai Fratelli Righetti e dalla Manifattura Manfredini, confermano il successo e la diffusione dell’immagine napoleonica nel tessuto culturale milanese e italiano.
Il legame tra Roma e Milano nel Neoclassicismo si vede chiaramente attraverso le vedute degli antichi monumenti e i mutamenti urbani. Le acqueforti di Piranesi ritraggono Roma tra fascino classico e cambiamenti in corso, sottolineando il ruolo della città eterna come custode di tradizione religiosa e artistica. Milano, dal canto suo, cresce sotto i governi illuminati di Maria Teresa e Giuseppe II, con una popolazione in aumento e ambizioni da grande capitale europea. Progetti come il Foro Bonaparte di Antolini, anche se mai realizzati del tutto, convivono con opere concrete di Piermarini, autore di monumenti che hanno definito il profilo della città. Le stampe di Giuseppe Aspari sono un pezzo chiave della mostra, offrendo uno sguardo sulle trasformazioni estetiche e politiche di quegli anni.
Tra i protagonisti del Neoclassicismo milanese c’è Giuseppe Bossi, pittore e segretario della Pinacoteca di Brera. Il suo lavoro spesso dialoga con quello di Andrea Appiani, considerato però a un livello superiore. Bossi si dedica a scene eroiche ispirate all’antichità, unendo temi filosofici e allegorici. La mostra mette a confronto disegni e dipinti, come nella “Sepoltura delle ceneri di Temistocle nella terra attica”, dove emerge la capacità di racchiudere in piccole dimensioni la complessità di grandi tele. Il disegno, protagonista di una sezione dedicata, è mostrato come strumento fondamentale nella formazione artistica e concettuale del tempo. Bossi incarna la tensione verso il sublime, con una ricerca costante di perfezione tecnica e poetica, anche quando le sue opere restano incomplete.
La mostra si chiude con uno degli eventi più significativi del Neoclassicismo italiano: l’incoronazione di Napoleone a Re d’Italia nel 1806. Il 26 maggio di quell’anno Milano si vestì di un’atmosfera solenne, carica di significati politici e simbolici. Qui si può ammirare una fedele riproduzione della Corona Ferrea, conservata nel Duomo di Monza, insieme al mantello di velluto verde indossato da Napoleone e agli altri gioielli degli Onori d’Italia. Questi oggetti non sono solo simboli del potere del condottiero, ma anche la testimonianza della centralità di Milano sulla scena europea e del prestigio conquistato in questa stagione neoclassica. Un’immagine che resta fissata nel tempo, quella di una città e di una cultura capaci di incarnare l’ideale di eternità e visione, segnando un’epoca fondamentale per la nascita dell’Italia moderna.
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