Varcando la soglia della mostra “Grammars of Light” all’Astrup Fearnley Museet di Oslo, non ti aspetti il buio. E invece è proprio l’assenza di luce a catturare lo sguardo, a fissarti subito. Non ci sono bagliori sfavillanti né neon accecanti, ma spazi dove l’oscurità regna sovrana. Qui la luce non serve a decorare o abbellire: diventa mezzo, strumento per sondare il senso dello spazio, la percezione umana e le tensioni sociali che si nascondono dietro un semplice raggio. Tre artisti — Cerith Wyn Evans, Ann Lislegaard e P. Staff — portano in scena le loro diverse esperienze, ma convergono in un uso della tecnologia che spinge a riflettere, spesso in modo inquietante. Owen Martin**, curatore dell’evento, mette insieme un racconto che sfida ogni idea tradizionale di luce e ombra, raccontandole come protagoniste di un dialogo complesso e vibrante.
Appena entri, ti si para davanti “Penetration” di P. Staff, giovane artista inglese che da sempre racconta marginalità e vite queer. L’opera mostra una figura umana quasi immobile, quasi intrappolata nel proprio respiro, colpita da un laser medico che colpisce l’addome dall’alto a destra. La fonte di luce resta nascosta, una presenza invisibile e invasiva che ricorda il modo drammatico in cui Caravaggio usava la luce nel Seicento, ma qui il senso è più minaccioso, più legato al controllo. “Quel fascio laser non illumina, ma penetra, segna, e parla di una sorveglianza tecnologica che trasforma il corpo in una superficie da monitorare.” L’installazione invita a riflettere sui poteri che schiacciano le vite queer, sulle pressioni mediche e sociali. La luce diventa così una forza estranea, che agisce senza permesso, rendendo visibile una vulnerabilità reale, non un semplice gioco scenico.
Tra le opere più legate all’architettura del museo c’è “StarStarStar/Steer ” di Cerith Wyn Evans. L’artista gallese costruisce colonne doriche, un richiamo all’antica Grecia, ma fatte interamente di LED. Non sono fisse: si accendono e spengono secondo un algoritmo che crea una sequenza sempre diversa. Il ritmo cambia continuamente, trasformando lo spazio in qualcosa di vivo, che muta sotto i nostri occhi. Quando le luci si spengono del tutto, le colonne diventano quasi trasparenti, lasciando vedere il vuoto dietro e dentro di loro. Qui si sente l’eco di John Cage, con la sua idea di pausa e assenza come parte del linguaggio artistico. Un dettaglio curioso: queste colonne non poggiano sul pavimento ma sono sospese al soffitto, perdendo la loro funzione tradizionale di sostegno e guadagnando leggerezza. Il titolo richiama il poeta visivo Ian Hamilton Finlay, aggiungendo un altro livello di senso a un’opera che mescola antico e moderno, invitando a riflettere sui molteplici significati della luce.
Proseguendo, ci si imbatte in “Come the Future” di Ann Lislegaard, artista norvegese che usa la luce per creare un linguaggio fatto di parole che si accendono e spengono a rotazione. Alcune parole si illuminano, altre restano spente, formando frasi che cambiano continuamente. La parola “future” resta sempre accesa, un punto fermo in un flusso che muta senza sosta. L’installazione è una riflessione sull’instabilità del linguaggio, su come piccoli cambiamenti nelle parole possano aprire spazi a interpretazioni diverse e mondi possibili, a volte utopici, a volte distopici. Qui la luce non è solo visiva, ma diventa strumento per raccontare storie che si trasformano nel tempo, mettendo in discussione l’idea di un senso fisso. L’opera si inserisce nel progetto più ampio della mostra, che vuole costruire una grammatica della luce non solo come immagine, ma come simbolo e concetto.
Dietro a “Grammars of Light” c’è il lavoro attento e coinvolgente di Owen Martin, che sfrutta al meglio la particolare architettura dell’Astrup Fearnley Museet. La mostra si snoda in spazi dove il controllo della luce è totale: alcune stanze sono immerse nell’oscurità più profonda, altre brillano di luce o giocano su contrasti delicati. Questo equilibrio tra luce e buio si costruisce con naturalezza, senza strappi che potrebbero confondere. Per esempio, l’accostamento tra la cupa “Hormonal Fog” di Candice Lin e P. Staff e la luminosa “Come the Future” di Lislegaard non è casuale: qui luce e ombra dialogano, mostrando quanto entrambe siano fondamentali per l’esperienza e la riflessione. La luce smette di essere un semplice effetto scenico e diventa un vero linguaggio, capace di esprimere emozioni, idee e domande sulle contraddizioni di oggi.
Il cuore di “Grammars of Light” non sta solo nelle luci che accendono lo spazio, ma nella creazione di atmosfere fatte di ombre e attimi di luce che pesano più di mille bagliori. La mostra dimostra che la luce può diventare un codice, un sistema complesso che si legge insieme all’ombra, alla distanza e al silenzio. La forza delle opere sta proprio nel far emergere la luce non come spettacolo fine a se stesso, ma come una grammatica capace di raccontare temi sociali, culturali e psicologici profondi. Fino al 10 maggio 2026, il percorso regala un’esperienza immersiva dove tecnologia e umanità si intrecciano, svelando il potere e le contraddizioni della luce nello spazio museale contemporaneo.
A Venezia, le tele di Ismaele Nones catturano lo sguardo con un’aria antica eppure stranamente…
Le parole che fanno male sono quelle che ti salvano, dice la scrittrice argentina durante…
La strada da Sulmona a Campo di Giove si snoda tra curve strette, offrendo panorami…
Il 26 marzo l’Its Arcademy dà il via a un percorso che ha già acceso…
Sabato 28 marzo 2024, Modena si trasforma in un laboratorio creativo. La Fondazione Ago Modena…
A quasi 900 metri di quota, nel cuore delle Madonie, restano i ruderi dell’antica Chiesa…