“Che cosa significa sentirsi a casa quando la casa l’hai lasciata dietro di te?” A Venezia, nel cuore della 61ª Biennale d’Arte, il Padiglione britannico si prepara a raccontare proprio questo. Lubaina Himid, artista nata a Zanzibar e icona del movimento Black British Art, porta in scena un progetto che sfida le narrazioni convenzionali, quelle eurocentriche che spesso hanno dettato legge. Il British Council l’ha scelta per la sua voce unica, capace di intrecciare memoria culturale e identità in modo potente e originale. “Predicting History: Testing Translation” non è solo un’installazione, ma un’esperienza immersiva che avvolge lo spettatore tra arte, storia e vita quotidiana.
Nata nel 1954 a Zanzibar e residente a Preston, Himid ha fatto della sua carriera una ricerca costante sulle storie dimenticate o messe in secondo piano, in particolare quelle delle comunità nere in Europa. Nel 2017 ha vinto il Turner Prize, riconoscimento che l’ha consacrata a livello internazionale come una delle voci più importanti dell’arte britannica contemporanea. La sua opera non si limita a mostrare immagini: è un’indagine critica e storica, un dialogo aperto sulle trasformazioni sociali legate all’identità e al senso di appartenenza. Affidarle il progetto per la Biennale significa puntare su un’arte che unisce innovazione e impegno culturale.
Curata dall’artista Ese Onojerou, la mostra prende vita nel Padiglione britannico come un unico grande spazio pensato per far vivere ai visitatori un viaggio tra luoghi e memorie diverse. “Predicting History: Testing Translation” si sviluppa come un paesaggio sonoro ampio, accompagnato da grandi dipinti multipannello che mostrano scenari magici e surreali. Le opere dialogano con il neoclassico edificio, creando un contrasto tra architettura tradizionale e narrazione contemporanea. Grazie alla collaborazione con l’artista Magda Stawarska, Himid costruisce un racconto che mescola personaggi inventati e scene immaginarie, per far emergere quel senso ambivalente legato al trasferimento e alla ricerca di un’appartenenza autentica. La mostra affronta temi come lo spostamento culturale, la conservazione della memoria e la sfida di adattarsi a un nuovo mondo senza perdere i legami con il passato.
Himid non nasconde le tensioni dietro il processo di integrazione in un luogo straniero. Racconta che chi lascia la propria terra non perde mai del tutto il senso di casa, che va ricostruito con ricordi, oggetti, musica e gesti quotidiani. Il nuovo ambiente può sembrare accogliente, pieno di promesse, ma spesso nasconde inquietudini irrisolte. “A volte il nuovo posto sembra accogliente, luminoso, arioso e pieno di possibilità per noi e le nostre famiglie, ma c’è qualcosa che non va, qualcosa di strano. Alcune cose restano irrisolte, inquietanti e non dette”, dice l’artista. Nonostante le difficoltà, la scelta è quella di restare e continuare a costruire: “Questi sono i piani: continuiamo a realizzarli”. Le sue parole raccontano una realtà fatta di rinunce e speranze, che la sua installazione cerca di rendere concreta e condivisibile.
Ruth Mackenzie, direttrice delle arti del British Council, sottolinea come il Padiglione britannico sia una testimonianza del potere dell’arte nel raccontare esperienze condivise e nel restituire forza e consapevolezza. La mostra vuole essere uno spazio di riflessione su passato e presente, portando alla luce storie spesso messe da parte nei racconti ufficiali, e invitando il pubblico a confrontarsi direttamente con esse. La visione di Himid si inserisce in un contesto internazionale che, nel 2026, nel cuore di Venezia, offrirà una piattaforma per esplorare diverse prospettive su identità, migrazione e appartenenza. L’installazione sarà aperta al pubblico dal 9 maggio al 22 novembre 2026, pronta a trasformare uno dei palcoscenici più importanti dell’arte contemporanea in un luogo di dialogo e confronto.
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