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Lamberto Pignotti a 100 anni: Arte e Poesia Visiva Senza Confini, Intervista Esclusiva

Tra le pareti dell’appartamento romano di Lamberto Pignotti si respira un secolo di vita intrecciata a parole e immagini. Nato a Firenze nel 1926, Pignotti ha plasmato la poesia visiva italiana, un linguaggio che fonde testo e figura con un’intensità unica. Nel 2026, il suo centenario diventa il pretesto per una serie di mostre che tracciano il percorso di un artista in continuo divenire. Al Mart di Rovereto, “Pignotti 100. Pop-esie visive” celebra questa eredità, mentre a Roma la doppia personale “Identikit di Pignotti e Hogre” alla galleria Bianco Contemporaneo esplora le sue molteplici identità e la costante sperimentazione.

Identità frammentate: il dialogo tra Pignotti e Hogre

La mostra “Identikit di Pignotti e Hogre”, curata da Marco Giovenale, ruota attorno al tema dell’identità, cuore pulsante dell’opera di entrambi. Rossella Alessandrucci, gallerista e organizzatrice, spiega come il confronto tra Pignotti e Hogre metta in scena una riflessione sulla frammentazione dell’io. Hogre, artista che ha scelto l’anonimato, si oppone a Pignotti, il quale conserva un archivio di oltre cinquant’anni fatto di lettere indirizzate a lui con nomi e ruoli diversi: poeta, scrittore, architetto, pittore, e varianti del suo nome come Alberto, Lorenzo, Mario. Quelle lettere, catalogate tra “errori” e “qualifiche”, raccontano la molteplicità dell’identità artistica di Pignotti. Un archivio che parla di una realtà attuale: è sempre più difficile definire un’identità unica quando si è in continuo mutamento, dentro e fuori dall’arte.

L’eredità che emerge da questo lavoro mostra come l’identità non sia mai fissa, ma un cammino complesso. Gli “Identikit” evocano i diversi ruoli di Pignotti e mettono a confronto il suo sé frammentato con l’assenza di un’identità riconoscibile in Hogre. La mostra diventa così un’occasione per riflettere su quanto sia costruita e fluida l’identità nel mondo artistico, soprattutto in tempi in cui i confini tra discipline si fanno sempre più sottili.

Tra famiglia e formazione: pittura, scrittura e “ricreazione”

Il percorso creativo di Pignotti nasce in una famiglia immersa nell’arte. Suo padre, Ugo Pignotti, fu pittore fiorentino legato al post-impressionismo, e gli trasmise un primo legame con la dimensione figurativa. Anche il nonno, tappezziere e arredatore, contribuì a far crescere in casa la curiosità artistica. Lamberto conserva ancora i disegni della seconda elementare, segno di un interesse precoce che si mescola a un carattere pigro e riflessivo.

Nonostante la famiglia lo avesse spinto verso la pittura, Pignotti ha scelto una via meno convenzionale: la “ricreazione”, cioè l’arte come gioco e svago, un momento di pausa dalla noia. Questa idea nasce dalla convinzione che la creatività non vada imposta, ma coltivata anche con leggerezza e sperimentazione. A Roma, negli anni ’60 e ’70, ha sviluppato i suoi “Chewing Poems”, poesie da masticare, entrando nel campo dell’Eat Poetry, un genere che unisce parola, immagine e sensi, ampliando i confini della poesia tradizionale.

Durante la Seconda guerra mondiale, nei momenti più duri, Pignotti passava ore nella Biblioteca Marucelliana di Firenze, scoprendo libri di arte, filosofia e letteratura che allargavano i suoi orizzonti. La zia Ada, proprietaria dell’Hotel Regina a Forte dei Marmi e sua mecenate, fu un altro sostegno importante. La sua formazione ufficiale culminò con una laurea in scienze economiche, ma la cultura e la pratica artistica non si sono mai fermate.

Gruppo ’70: l’avanguardia che rompe gli schemi

Nel maggio 1963, insieme a Eugenio Miccini, Pignotti fonda a Firenze il Gruppo ’70, un collettivo che sposta i limiti dell’arte e della letteratura verso la multidisciplinarietà. Nel gruppo si mescolavano poeti, musicisti e artisti di varia provenienza, tutti uniti dall’idea di integrare linguaggi e sperimentare nuove forme di comunicazione.

Il Gruppo ’70, con la sua attenzione a multimedialità e multisensorialità, anticipava temi ancora oggi molto attuali, mettendo al centro il lavoro collettivo e lo scambio di identità. Si rompevano i ruoli rigidi di artista, poeta o musicista, in una sfida alle accademie e alla tradizione conservatrice di Firenze, città nota per il suo attaccamento alla bellezza storica.

Quel gruppo rappresenta una tappa fondamentale nell’arte italiana contemporanea, aprendo la strada alle contaminazioni che oggi dominano il panorama creativo. La poesia visiva fu uno strumento per superare i codici tradizionali, creando sinestesie tra scrittura, immagine, musica e persino alimentazione, in omaggio al futurismo di Marinetti.

Parola, immagine e musica: la poesia visiva di Pignotti

L’esperienza di Pignotti si inserisce in una lunga tradizione che fonde parola e immagine, dal Rinascimento fino alle Avanguardie del Novecento. La poesia visiva portata avanti da lui e dal Gruppo ’70 nasce dalla convinzione che arte e letteratura possano mescolarsi e infrangere i confini classici.

In molte sue opere, testi poetici si intrecciano con interventi grafici, arrivando a coinvolgere anche musica e gastronomia. La cucina futurista è un esempio di questa contaminazione, che rompe con il passato per immaginare nuovi modi di vivere l’arte.

La convivenza di parola e immagine nella poesia visiva cambia il modo di guardare al linguaggio artistico. L’arte diventa un’esperienza a più sensi, capace di coinvolgere chi guarda su diversi livelli. Pignotti ricorda come questa tendenza affondi le radici nella letteratura stessa, dove non mancano esempi di autori che cercano un autoritratto poetico o visivo, mettendo in discussione i limiti del proprio genere.

La poesia visiva non è solo un gioco con le forme, ma una trasformazione profonda del ruolo dell’artista e del poeta, chiamati a confrontarsi con la molteplicità delle espressioni e a rinnovare il proprio linguaggio. La mostra “Identikit” restituisce questa complessità, offrendo un ritratto plurale di Pignotti, capace di dialogare con il presente da molte angolazioni.

Redazione

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