Nel 2020, quei corpi senza volto, catturati dalle termocamere, sono diventati simboli di un controllo silenzioso e di un allarme sanitario mondiale. Immagini strane, fatte di macchie di calore che cancellano ogni espressione umana, lasciando solo un bagliore invisibile all’occhio nudo. Ora, a Pavia, si guarda a queste stesse immagini con occhi diversi. Il 30 aprile 2026, all’Auditorium di San Tommaso dell’Università, si svolgerà una giornata dedicata a un curioso rovesciamento: il thermal imaging come forma d’arte. Un dialogo tra ricerca, cultura visuale e creatività che sfida la freddezza tecnica per trasformarla in espressione.
Il thermal imaging nasce in ambito militare, pensato per individuare presenze al buio o in situazioni di rischio, senza bisogno di riconoscere volti o dettagli personali. Durante la pandemia globale, questa tecnologia è stata usata per monitorare la temperatura corporea in spazi pubblici e privati, diventando una forma di controllo invisibile e diffuso. Le immagini viste sugli schermi di ospedali o aeroporti trasformavano ogni corpo in una macchia colorata, dove il calore indicava il rischio di contagio. Non si guardava più una persona, ma dati termici tradotti in segnali di pericolo o sicurezza sanitaria. È nata così un’estetica dell’assenza, senza volti né sguardi, che ha cambiato profondamente il rapporto tra individuo e sguardo pubblico, imponendo una nuova forma di potere visivo.
A Pavia, la giornata “Thermal Imaging e Cultura Visuale: Pratiche Artistiche e Ricerca in Dialogo” vuole capovolgere questa dinamica, mostrando come cinque artisti usino il thermal imaging per complicare, non semplificare, la rappresentazione del corpo. Rebecca Moccia, con “Cold As You Are”, raccoglie immagini termiche urbane che non cancellano il corpo, ma lo ricompongono in una rete di relazioni sociali e affettive. Daniele Costa, in “Seeing Beyond Fading”, usa il thermal imaging in un hospice, dove il calore corporeo diventa traccia di un residuo testimoniale, attraversando il tempo senza fissarsi in forme riconoscibili. La performance di Stefania Ballone, “Heat-Us”, fa del calore un elemento scenico attivo, coinvolgendo il pubblico in un’esperienza immersiva in cui il corpo diventa fonte di emissione. Nel film “Waking Hours” di Federico Cammarata e Filippo Foscarini, la termocamera segue passeur afghani lungo rotte notturne: corpi invisibili ma tracciabili, eterni nella loro non-riconoscibilità. Infine, “Thermodynamics of a Singularity” di Lorenzo Bacci e Flavio Moriniello riporta alla luce questa visione termica, diventata linguaggio condiviso durante la pandemia, spingendo a riflettere sull’impatto di queste immagini nella nostra esperienza quotidiana.
La termocamera non cattura la luce, ma il calore, costruendo immagini che eliminano i dettagli abituali per mostrare le variazioni termiche. Così il corpo umano perde le sue caratteristiche riconoscibili, trasformandosi in un campo di intensità e relazioni termiche. Come dimostrano queste opere, la visione termica è un dispositivo di astrazione che elimina profondità e volto, sostituendo l’identità con una presenza mutevole. In ambito sanitario o di sicurezza, questa riduzione serve a separare, classificare e controllare il rischio. Ma nell’arte questi limiti diventano terreno di sperimentazione per restituire una nuova ricchezza visiva e politica. L’arte offre un’alternativa alla semplificazione del controllo, aprendo spazi di opacità e resistenza, dove il corpo si espande nelle sue tensioni affettive e sociali. Guardare queste immagini spinge lo spettatore a sospendere il riconoscimento immediato e a entrare in un dialogo più profondo con ciò che resta visibile e con ciò che sfugge.
Ciò che emerge con chiarezza è che il thermal imaging non è solo uno strumento visivo, ma anche politico. Il suo uso tradizionale punta a semplificare, classificare e normalizzare il corpo per controllarlo. L’arte, al contrario, lo sottrae a questo destino, facendo emergere errori, resistenze e ambiguità. Quando la tecnologia militare e sanitaria entra negli spazi espositivi e performativi, cambia la natura stessa dell’immagine termica, che smette di essere uno strumento di sorveglianza fredda e diventa materia viva, densa di tempo e relazioni. Questo processo riapre lo spazio del visibile a modi di percepire meno immediati ma più ricchi e articolati. Non si tratta di vedere di più, ma di vedere meglio, con la consapevolezza dei limiti e delle possibilità di una visione che dissolve le certezze dell’identità visiva tradizionale. La giornata di studi a Pavia segna un passaggio importante in questa riflessione, un punto d’incontro tra ricerca teorica e linguaggi artistici contemporanei.
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