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Sophie Taricone, la giovane artista figlia di Kasia Smutniak e Pietro Taricone che sta conquistando Roma

Nel cuore del Castello di Magliano Alfieri, una terra antica accoglie un linguaggio fatto di materia e segni. Sophie Taricone, romana nata nel 2004, ha scelto proprio questo luogo per esporre la sua personale, aperta fino al 2026. La sua arte nasce dal contatto diretto con la terra: non idee preconfezionate, ma gesti concreti, tatto e presenza che si traducono in pittura e fotografia. È un dialogo primordiale, dove ogni superficie racconta una storia senza bisogno di parole. Qui, il lavoro manuale si fa esperienza viva, stratificazione di gesti e pigmenti che trasformano il naturale in emozione.

Quando la materia diventa linguaggio

Sophie si presenta come una vera lavoratrice della materia. La sua passione per l’arte nasce da un gesto semplice, quasi infantile: ore passate a disegnare sul tavolo della cucina con la madre o un’amica, in uno spazio di libertà assoluta. È questo contatto continuo con il materiale che ha formato in lei una sensibilità profonda verso la manualità. Durante gli studi ha esplorato la pittura, la scultura e la fotografia, ampliando il suo sguardo. Un passaggio decisivo è stato l’incontro con l’espressionismo astratto, grazie al professore Gaetano Cunsolo: da immagini figurative si è spostata verso composizioni più stratificate e astratte.

L’artista non si limita a osservare la materia: entra in un rapporto intimo con essa. Pigmenti secchi scelti con cura e superfici preparate con più strati di gesso diventano il suo campo di gioco. La sua ricerca punta a cogliere le trasformazioni spontanee, guidata dal gesto manuale e dalla combinazione di acqua, incisioni e pigmenti. Ogni opera è un percorso che si evolve mentre viene creata, senza uno schema rigido da seguire.

“Terra come esperienza”: un dialogo tra opere e mura antiche

Il Castello di Magliano Alfieri, con la sua atmosfera sospesa e silenziosa, è la cornice perfetta per questa mostra. Le opere di Sophie sembrano animare lo spazio con un movimento sottile, quasi impercettibile, che si scontra con l’immobilità storica del luogo. Le tonalità naturali e le superfici materiche dialogano con le mura antiche, creando un equilibrio tra passato e presente, tra storia e un’arte intima e concreta.

L’idea alla base di “Terra come esperienza” è proprio quella di avvicinare il pubblico a un’esperienza sensoriale. Crepe, incisioni, stratificazioni di pigmento invitano a uno sguardo personale e aperto. La mostra non vuole dare risposte univoche, ma stimolare una riflessione che cambia da persona a persona, coinvolgendo direttamente la materia e le sue texture.

Il curatore Stefano Paganini ha accompagnato l’artista in questo viaggio, permettendole di lavorare su grandi formati che riflettono esperienze vissute e le sue riflessioni sul rapporto tra uomo e natura. Il castello, così, si trasforma in un interlocutore silenzioso, ma fondamentale per il dialogo finale dell’opera.

Il mestiere del gesto e del contatto

Per Sophie Taricone lavorare con le mani non è solo questione di tecnica, ma un modo per conoscere e interpretare il mondo. Il contatto diretto con terra e pigmenti è un’esperienza intima, quasi una forma di sincerità artistica che qualsiasi barriera, come guanti o strumenti, rischierebbe di interrompere. Il gesto istintivo è alla base di ogni sua opera, che si sviluppa attraverso fasi precise: dalla preparazione della superficie all’applicazione dei materiali, fino all’intaglio.

Il suo approccio mette in crisi l’idea del controllo assoluto: ogni strato è pensato per essere velato, rimosso o modificato dalla mano che lavora. Questi interventi creano spessori, aperture, attraversamenti che portano a continui mutamenti di colore e materia. Il risultato è un’immagine costruita attraverso un processo che fonde scultura, pittura e disegno in un’unica esperienza tattile.

Questa pratica richiede una concentrazione costante e la capacità di lasciarsi sorprendere dall’imprevedibilità del materiale. La tecnica di Sophie sfugge a definizioni rigide, avvicinandosi all’arte materica contemporanea, dove il tatto si lega a una dimensione sensoriale ed emotiva.

Ispirazioni e sguardi sul futuro

Tra i riferimenti di Sophie spicca il nome di Mark Rothko, la cui ricerca di colori e spazi immersivi ha segnato il suo modo di vedere il colore come esperienza. Nel 2023, un momento importante è stata la visita alla mostra “A Breath of Fresh Air” di Bijoy Jain alla Fondation Cartier di Parigi. Quell’incontro ha confermato per lei l’importanza della materia come punto di partenza per una creazione che coinvolge tutti i sensi.

Sophie si nutre di esperienze quotidiane, viaggi e di uno sguardo attento al mondo che la circonda. Dettagli imperfetti, come un muro che si sgretola o una superficie consumata, diventano per lei stimoli irrinunciabili. Terra e natura non sono solo soggetti da dipingere, ma un legame diretto e organico con il mondo, da cui partire per costruire un linguaggio personale.

La giovane artista ha una visione critica sul futuro dell’arte nella sua generazione. Sa che la facilità con cui oggi si accede alle immagini e la sovraesposizione mediatica rischiano di indebolire la sensibilità personale. Per questo crede che sarà fondamentale trovare un equilibrio tra apertura e introspezione per mantenere viva e autonoma la creatività contemporanea. Intanto, la sua mostra a Magliano Alfieri si propone come un’occasione concreta per confrontarsi con la materia e con se stessi.

Redazione

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