“Non c’è arte senza lotta.” Le parole di Taring Padi, collettivo indonesiano noto per le sue opere di protesta, risuonano forte tra le calli di Venezia. Non è una mostra qualunque quella che si sta preparando negli spazi di Sale Docks, luogo storicamente legato a pratiche autonome e attiviste. Qui, gli striscioni non sono solo tela e colori, ma strumenti vivi di comunicazione, pronti a scuotere le coscienze e a raccontare storie di ingiustizie globali. Le pareti di questo centro sociale si trasformano in un palcoscenico aperto, dove l’arte si intreccia con la comunità e diventa azione concreta. Da Yogyakarta a Venezia, un ponte di lotte, passioni e solidarietà attraversa migliaia di chilometri, portando con sé un messaggio chiaro: la protesta non conosce confini.
Taring Padi nasce nel 1998 a Yogyakarta, in Indonesia, dall’urgenza di studenti e attivisti di rispondere alle profonde trasformazioni politiche del paese durante il periodo di riforma. Dalle proteste di piazza alle xilografie, fino a carnevali e spettacoli ispirati al wayang, il teatro d’ombre tradizionale, il collettivo usa le immagini come strumento di comunicazione popolare. Così diventano veicolo di agitazione e auto-organizzazione. La loro produzione è variegata: striscioni giganti, poster stampati a mano, pupazzi di cartone e persino una band musicale, Dendang Kampungan, sono i mezzi con cui sostengono alleanze con comunità di contadini e pescatori. Attraverso simboli visivi e sonori, costruiscono legami politici diversi e portano alla luce lotte che riguardano giustizia sociale, ambiente e diritti collettivi. L’arte per loro non è mai solo un oggetto da ammirare, ma un’azione concreta che prende vita in contesti sociali reali.
Il progetto veneziano nasce anche dall’esperienza controversa di documenta 15 nel 2022, quando il grande striscione “People’s Justice” fu rimosso per accuse di antisemitismo. Taring Padi ha reagito riprendendo in mano l’opera e aprendo un confronto con organizzazioni ebraiche progressiste, oltre a collaborare con movimenti in tutto il mondo. Da questa riflessione sono nati nuovi striscioni, creati insieme a reti e collettivi su quattro continenti. Questi diventano piattaforme aperte per la protesta politica e per costruire alleanze internazionali. La mostra a Sale Docks segna il passaggio dallo striscione come semplice pezzo espositivo a strumento vivo di lotta collettiva. Ogni lavoro si anima nella relazione con movimenti sociali e comunità, confermando la natura politica e itinerante di Taring Padi, che fonde arte e azione in un processo sempre aperto.
Le figure tradizionali, come i wayang, prendono nuovi significati nel lavoro del collettivo, diventando strumenti di insegnamento e politica che superano i confini locali. Per i membri di Taring Padi, queste immagini sono un linguaggio visivo capace di trasmettere messaggi di protesta, solidarietà e lotta, adattandosi a diversi contesti attraverso poster, marionette e grandi striscioni. Più che modificare le iconografie in base ai luoghi, il collettivo le usa per aprire spazi di scambio interculturale, costruendo dialoghi tra tradizioni visive diverse. A livello internazionale, questo si traduce in processi collettivi di creazione: ogni banner diventa un punto d’incontro e collaborazione con comunità e movimenti di tutto il mondo, rafforzando la dimensione globale della loro azione.
Accanto alla mostra, a Venezia Taring Padi ha realizzato un intervento di restauro e ridipintura sulle mura esterne del Laboratorio Occupato Morion, un centro sociale storico della città. Questo lavoro di arte pubblica, fatto insieme alla comunità locale, è un gesto concreto di restituzione e condivisione. Estende i temi della lotta e della resistenza dallo spazio espositivo a quello urbano quotidiano. Il murales non è solo decorazione: è espressione di un’identità collettiva, un luogo di dialogo e partecipazione attiva. Fa emergere le tensioni tra istituzioni e movimenti sociali, raccontando la vivacità politica di Venezia. L’opera diventa così un punto di riferimento visibile per le relazioni e l’impegno civico, incarnando la vocazione di Sale Docks come spazio di pratiche autonome e internazionaliste.
La forza di Taring Padi sta anche nel rinnovare le forme tradizionali di mobilitazione politica con workshop, musica e eventi rituali. Un esempio emblematico arriva da un progetto in un villaggio dove un fiume era inquinato da rifiuti tossici: gli artisti hanno lavorato con gli abitanti per creare una festa collettiva, un rito di resistenza e sensibilizzazione che ha unito musica, danza, marionette e stampe. Questo modo di agire mostra la complessità del loro lavoro, che mette le proprie competenze al servizio di esigenze locali, costruendo “coreografie” alternative per abitare lo spazio pubblico, ben oltre slogan o eventi temporanei. La loro pratica diventa così una forma di comune condiviso: l’arte è il tessuto che unisce soggetti diversi, apre all’apprendimento collettivo e produce conoscenza condivisa.
Taring Padi lavora senza rigide gerarchie o strutture formali: le decisioni si prendono in assemblee paritarie, anche a distanza, tenendo conto dei membri sparsi tra Indonesia, Australia ed Europa. Lo spirito del gruppo si basa su amicizia e un impegno politico comune, che mette insieme anime anarco-punk e orientamenti marxisti-leninisti, generando tensioni creative e confronto continuo. La gestione economica è equa, con parità di compensi e responsabilità, mentre i legami tra i membri spesso si estendono alla vita privata, rafforzando la solidarietà. Questo modello ha garantito a Taring Padi una continuità ventennale, costruendo collaborazioni durature con comunità seguite con attenzione e rispetto, evitando la logica del finanziamento a progetto. La dimensione collettiva è così non solo un metodo di lavoro, ma una scelta politica che permea ogni aspetto della loro vita e attività.
La lunga esperienza di Taring Padi dimostra come l’arte possa essere un potente strumento di trasformazione sociale e politica, capace di adattarsi a contesti storici complessi e geografie diverse. La loro presenza a Venezia nel 2024, insieme a Sale Docks, offre un’occasione per vedere da vicino un modello che unisce tradizione e sperimentazione, impegno locale e solidarietà globale, arte e attivismo. In un momento in cui le tensioni politiche, sociali e ambientali si intrecciano sempre di più, il lavoro del collettivo rappresenta un contributo vivo alla riflessione e alla pratica di forme di resistenza solidali, sostenendo la necessità di una politica dell’immagine aperta, collettiva e in continuo divenire.
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