Nel cuore delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, Marina Abramović mette in scena qualcosa che va ben oltre l’arte tradizionale. Non si tratta solo di guardare, ma di sentire, respirare, e lasciarsi attraversare. Il corpo prende il centro della scena, il tempo si dilata e si perde la fretta di capire tutto subito. “Transforming Energy”, che rimarrà aperta fino al 30 settembre 2026, invita a un’esperienza in cui ogni movimento conta, ogni presenza pesa. Ma cosa significa davvero “energia” per Abramović? E come si trasforma chi si mette in gioco in questo viaggio senza fine?
“Transforming Energy” non è una mostra come le altre. Non si tratta di ammirare opere appese alle pareti, ma di attraversare ambienti studiati per creare un dialogo tra corpo, materiali e tempo. I cristalli, posati come strumenti di concentrazione, e le ciocche di capelli, che raccontano una dimensione intima e quasi organica, non sono lì per abbellire. Sono elementi vivi, carichi di significato, che invitano chi guarda a entrare in gioco. Lo spazio rallenta i movimenti, sospende il tempo e spinge chi visita a fermarsi, senza distrazioni o stimoli eccessivi. Si crea così un’atmosfera di attenzione estrema, una pausa per sentire l’intensità che nasce dal contatto diretto con quello che si trova intorno. La presenza fisica del pubblico diventa fondamentale: è proprio nelle sfumature della sua attenzione che prende vita l’opera.
Durante la conferenza stampa di presentazione, Marina Abramović ha spiegato il cuore del suo lavoro: l’energia non è un’idea astratta, ma qualcosa di reale. Secondo l’artista, i cristalli esposti emanano una “vera energia” capace di influenzare corpo e sensi di chi li osserva. Questa energia non è solo un’immagine poetica o un simbolo, ma una forza attiva dentro l’esperienza artistica. Anche il curatore Shai Baitel ha sottolineato come l’opera non sia solo da interpretare, ma da sentire concretamente, con effetti reali sulla persona. Accettare questa premessa cambia tutto: lo spettatore non è più un semplice osservatore, ma parte integrante di un processo che si basa su un’energia che si presume esista davvero. È una sfida, perché questa adesione non si può imporre, ma solo sperimentare e vivere.
Al centro della mostra c’è il rapporto tra il corpo umano, il tempo che si dilata e la sospensione del giudizio. Entrare negli spazi di Abramović significa immergersi in una lentezza voluta: ogni stanza invita a una presenza calma, quasi meditativa, dove la percezione si fa più intensa. La trasformazione sta proprio in questa attesa, nella capacità di “stare” e lasciarsi attraversare da un’energia che non si può controllare o capire subito. L’installazione non offre risposte chiare o messaggi definiti, ma apre uno spazio in cui il cambiamento può accadere, se chi osserva è disposto ad aprirsi. Nel silenzio e nell’attenzione al materiale, si crea quella zona di incertezza dove l’esperienza può insinuarsi e forse cambiare il modo in cui percepiamo il corpo e l’ambiente intorno. Per Abramović, questa intensità è il primo passo verso ogni trasformazione, anche se non è mai garantita.
Uno degli aspetti più delicati della mostra è il ruolo che viene assegnato al pubblico. Non si tratta di stare fermi a guardare, ma di diventare parte attiva dell’esperienza, il luogo dove la trasformazione può prendere forma o no. Se l’energia è davvero reale, allora spetta a chi visita decidere se e quanto questa energia influisce su di lui. La mostra gioca su un equilibrio sottile: lascia aperta l’esperienza, ma si fonda su un’idea forte, quella di un’energia che produce effetti concreti. Questo crea una tensione tra il lasciar spazio all’interpretazione e una sorta di adesione implicita ai principi energetici evocati. L’opera chiede di lasciarsi attraversare senza aspettarsi risposte immediate. Il pubblico si trova così in una zona di confine, tra credere e percepire, tra attenzione e conferma di ciò che viene proposto. Ed è proprio qui che si gioca la forza e la vitalità dell’installazione.
Il lavoro di Marina Abramović si muove su quella linea sottile dove arte e percezione si incontrano e si trasformano a vicenda. “Transforming Energy” è un’esperienza che mantiene sempre aperto un dialogo sospeso tra possibilità e cambiamento. Richiamando spesso il concetto di energia reale, l’opera lancia una domanda più grande: cosa succede quando l’arte chiede a chi la vive di accettare come vera un’idea che va oltre ciò che si vede? Non c’è una risposta sola, e questa ambiguità dà spazio a riflessioni profonde sulla natura dell’arte oggi. A Venezia, fino al 30 settembre 2026, il percorso di Abramović invita a sperimentare un tempo sospeso, una presenza intensa e incerta allo stesso tempo, che continua a interrogare il confine tra fisico e metafisico, tra materia e spirito.
L’orchestra si ferma, ma l’ombra di Simon Boccanegra resta aleggiante, densa, quasi palpabile. Riccardo Chailly,…
Le giornate di giugno si allungano, il caldo resta gentile e le spiagge italiane si…
Partire da soli mette sempre un po’ di soggezione. Lo sguardo si perde tra strade…
Chiavari si trasforma. Dal 16 maggio, i suoi carruggi e portici si vestono di fiori…
L’estate 2026 si fa già sentire, nonostante l’ombrello resti ancora di compagnia. Vueling ha appena…
Il labirinto del fauno torna più vivido che mai, con una nuova edizione in 4K…