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Renato Varese a Conegliano: la mostra omaggio all’ironico maestro dell’arte contemporanea

Nel dicembre 2024, Renato Varese si è spento a 98 anni, lasciando un’eredità artistica che abbraccia più di settantacinque anni di intensa attività creativa. Non era solo un pittore: grafico, incisore, scultore e ceramista, la sua versatilità attraversava ogni forma d’arte. Nato a Conegliano nel 1926, ha portato il suo talento da Parigi a New York, da Londra fino alla sua terra d’origine. Le sue opere mescolano la tradizione veneta con echi europei, costruendo un dialogo vibrante fatto di luce, forme e un’ironia sottile, mai banale. Oggi, Palazzo Sarcinelli ospita una mostra dedicata ai cento anni dalla sua nascita, un viaggio nel suo mondo, dove il rigore si sposa con l’immaginazione più libera.

Tra Murano e il mondo: la parabola di Renato Varese

Varese ha avuto un legame importante con la Fucina degli Angeli di Murano, fondata negli anni Cinquanta da Egidio Costantini e sostenuta da Peggy Guggenheim. Quel centro era un punto di riferimento per la sperimentazione artistica, e la collaborazione ha segnato tante tappe della sua carriera. A soli ventitré anni, alla sua prima mostra personale, aveva già messo le basi per un percorso che l’avrebbe portato ben oltre i confini italiani. Le sue opere hanno calcato palcoscenici internazionali, dalla rassegna d’arte contemporanea di Parigi all’International Art Expo di New York, fino alle fiere di Londra, costruendo un profilo cosmopolita e multiculturale.

Il suo linguaggio nasce da un legame profondo con il Veneto, soprattutto nel ciclo “Le Venezie”. Qui domina un giallo cupo, aristocratico, quasi irreale, che fa da sfondo a paesaggi sospesi nel tempo. Varese non si limita al realismo: usa toni madreperlacei e grigi che danno alle sue opere un carattere “metastorico” e una luce tutta particolare. Così fonde la tradizione veneta con le correnti europee del primo Novecento, dando vita a un’espressione che si può definire senza esitazioni cosmopolita.

Donazioni e memoria: la sala Varese a Palazzo Sarcinelli

Per il centenario dalla nascita di Renato Varese, la famiglia ha rispettato le sue ultime volontà donando alla città un nucleo di tredici opere. Quadri e grafiche ora esposti nella “Sala L.R. Varese” di Palazzo Sarcinelli, intitolata alle iniziali di Renato e della moglie Liliana. Un legame prezioso tra l’artista e Conegliano, la sua terra.

Tra le opere spicca il grande telero “Beati gli ultimi” del 1997, che ritrae un corteo in un paesaggio grigio e roccioso. Figure dense di simboli: un vescovo a cavallo con un pastorale che diventa ombrello, la Morte con un sorriso ambiguo che muove un arlecchino di carta, metafora dell’inevitabile destino umano. Questo dipinto è un manifesto della poetica di Varese, che con forza visiva e critica affronta temi esistenziali in una scena sospesa tra realtà e allegoria.

La sala a Palazzo Sarcinelli non è solo un luogo di ricordo, ma uno spazio vivo che invita a riflettere sulla profondità e le contraddizioni dell’arte di questo maestro.

Quarant’anni di ironia gotica: vescovi, arlecchini e processioni inquietanti

La mostra antologica a Conegliano presenta circa cinquanta opere tra pittura e grafica, che mettono in luce la versatilità e l’estro di Varese. Il suo stile, definito “gotico”, immerge lo spettatore in atmosfere medievali, con personaggi di ogni rango: vescovi, guerrieri, donne, maghi, arlecchini e animali, tutti protagonisti di processioni inquietanti che raccontano angosce e malesseri esistenziali.

Le processioni, spesso accompagnate da vessilli laceri, sembrano gridare il disagio e il male di vivere. L’arte di Varese non è mai neutra o decorativa. È un racconto figurativo pieno di ironia tagliente, che non risparmia né il sacro né il profano. L’ironia è un colpo netto che smaschera abitudini, dogmi e strutture sociali, scalfendo con un sorriso la solidità apparente dei valori tradizionali.

I cicli “Dei vescovi”, “Del religioso” e “Dell’umana condizione” denunciano senza giri di parole ipocrisie e inganni. Varese dipinge un vescovo che guarda il popolo come un gregge da controllare, mentre arlecchini e mezzane sono costretti a un patto di sopravvivenza e divertimento. Dietro questa scena, il pittore scaglia frecce critiche contro l’illusione di certezze immutabili, rivelando un mondo fragile e paradossale.

Simboli e verità nascoste nell’arte di Varese

I critici hanno spesso sottolineato la forza comunicativa di Varese, la frattura continua tra ideale e realtà che attraversa le sue opere. La sua abilità grafica è particolarmente evidente nella resa degli animali, veri e propri veicoli di significati allegorici. Per capire il suo mondo simbolico, si può tornare alle parole di Herbert Marcuse: “Il mondo di un’opera d’arte è irreale, una realtà fittizia”, ma proprio lì si nasconde “più verità della realtà quotidiana”.

Le istituzioni, sia religiose sia civili, trovano nell’arte di Varese una denuncia che passa attraverso l’illusione, capace di smascherare gli inganni dietro tante convinzioni date per scontate. Un’immagine emblematica è quella del vescovo seminudo, simbolo della Chiesa, che cavalca un toro, animale simbolo della sessualità. Un’immagine che ironizza sullo scetticismo con cui oggi si guardano anche i simboli più consolidati.

L’arte di Varese si confronta con un mondo che è una vera e propria messa in scena, dove la realtà quotidiana appare spesso falsa e inautentica. Le sue opere chiedono una lettura attenta, capace di scavare nelle contraddizioni e di mettere a nudo sentimenti tormentati e questioni morali ancora oggi attuali.

L’anima di un maestro: passioni e pensieri

Renato Varese credeva che la pittura vera nascesse dall’incontro ineludibile tra mestiere e pensiero. La sua arte scava a fondo negli strati esistenziali dell’uomo, con un’attenzione particolare a chi porta il peso della sconfitta e della perdita. I suoi cavalieri non sono eroi, ma incarnano disillusione, fatica e fragilità. Le armature spezzate, le ginocchia ferite parlano di una difesa vana.

Le sue radici affondano nell’espressionismo, con richiami alla forza cruda e distorta di Egon Schiele, mentre i volumi rigidi e geometrici si avvicinano al cubismo. Ma Varese non si limita all’aspetto formale: la sua pittura mescola calore emotivo e rigore intellettuale, creando un dialogo aperto con chi guarda.

La “Deposizione” del 1986 è un esempio di questa doppia anima: Cristo appare come un automa spezzato, con piedi gonfi e trafitti; chi lo sorregge ha braccia allungate e innaturali. Non è un’opera che vuole suscitare lacrime immediate come i capolavori del Rinascimento, ma una reazione duratura, una provocazione che non lascia indifferenti.

La mostra a Palazzo Sarcinelli, aperta fino al 7 giugno 2026, offre un’esperienza intensa e complessa, invitando a scoprire un artista capace di unire ironia, profondità e uno sguardo acuto sulla condizione umana.

Redazione

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