# Un vecchio atlante celeste, ingiallito dal tempo, diventa il campo di gioco di un caso quasi beffardo
Succede a Genova, nella galleria Pinksumer, dove Carsten Nicolai trasforma l’immobilità delle stelle in una danza tra ordine e casualità. Sei cerchi rossi, identici e pulsanti come numeri di una lotteria, si appoggiano sulle pagine di un atlante astronomico del 1950. Dentro ciascuno, una costellazione scelta senza alcun criterio, affidata al puro caso. Nicolai, artista tedesco nato nel 1965, parte da un gesto semplice, ma spalanca porte che incrociano scienza, arte e filosofia. Così, quel cielo che sembrava immutabile si fa improvvisamente incerto, quasi umano.
Con Atlas Borealis, Nicolai dà una nuova vita agli atlanti celesti, prendendo spunto dall’opera di Antonín Bečvář, l’astronomo cecoslovacco autore del famoso atlante del 1950. Qui però entra in gioco un elemento inatteso: il caso. Su ventiquattro pagine, ogni foglio ospita sei cerchi rossi, numero evocativo del gioco del Lotto, amatissimo in Italia e non solo. Dentro ciascun cerchio, una costellazione è scelta senza alcun criterio scientifico o simbolico, solo affidandosi al caso.
L’effetto per chi guarda è immediatamente straniante. Da una parte, un atlante celeste tradizionale promette ordine, coordinate precise per orientarsi nel cielo; dall’altra, l’introduzione di spazi casuali rompe quell’armonia, mette in crisi la certezza geometrica del firmamento, e apre uno spazio di dubbio e di gioco. Nicolai ha spesso parlato del suo “piccolo punto di vista” sulla Terra, sottolineando come la vastità dell’universo renda imprevedibile la disposizione di stelle e costellazioni.
Atlas Borealis prende un modello scientifico affidabile e lo trasforma in uno strumento per riflettere sull’impossibilità di una previsione assoluta, sulla limitatezza dello sguardo umano di fronte all’immensità dello spazio. È un percorso artistico che dialoga con la scienza delle stelle ma anche con la matematica del caso.
Il lavoro di Nicolai può essere visto come un tentativo di rappresentare un “iperoggetto”, concetto caro al filosofo Timothy Morton. Un iperoggetto è qualcosa di così vasto nel tempo e nello spazio da non poter essere percepito nella sua totalità, ma solo attraverso i suoi effetti. Pensiamo al cambiamento climatico o, in questo caso, al cielo stellato che si perde oltre ogni misura.
Morton spiega come questi oggetti enormi influenzino la realtà in modi complessi: dalla gravità alla curvatura della luce, fino allo spostamento verso il rosso delle stelle lontane, fenomeni che solo con la teoria della relatività di Einstein sono diventati comprensibili. Questa teoria ha aperto la strada a una visione della realtà meno rigida, più aperta al caso.
Secondo alcune interpretazioni, Nicolai si confronta con questo orizzonte infinito partendo dal gesto artistico di inserire la casualità in un atlante sinonimo di precisione. Il suo lavoro richiama l’idea di László Moholy-Nagy, che vedeva nell’arte uno strumento per allenare lo sguardo a cogliere ciò che ancora sfugge. L’arte diventa così una ricerca dell’ignoto, non una semplice copia del noto.
Il cuore di Atlas Borealis sono quei sei cerchi rossi, che si muovono tra regole e casualità. La loro posizione sulle pagine sembra casuale, ma a uno sguardo attento emerge un ordine visivo, una simmetria legata proprio al numero sei. L’artista ha ammesso che la scelta non è del tutto casuale, ma guidata da un senso estetico e compositivo. Un segno che in ogni creazione convivono rigore e libertà.
Alexander Galloway, nel suo libro Incomputabile, ricorda un famoso paradosso matematico di Bertrand Russell, che mette in luce i limiti delle teorie formali. Questo confine tra ciò che si può calcolare e ciò che sfugge alle regole è ben rappresentato dal lavoro di Nicolai, sempre in bilico tra ordine e caos.
La ripetizione del sei, con centinaia di costellazioni isolate o in coppia, crea una struttura rassicurante che guida lo sguardo in un quadro ricco e stratificato. Una scelta semplice che apre però a domande sul ruolo della ripetizione: è solo un esercizio di replicazione o una strada per nuove esperienze visive? La risposta resta aperta, affidata all’osservatore.
Lo scontro tra ordine e casualità in Atlas Borealis richiama riflessioni su momenti e teorie dove il gioco con le regole apre dubbi sul controllo e sulla libertà. Guy Debord, teorico della situazionismo, descriveva il gioco come l’incontro tra logiche matematiche e geometrie, tra ordine e libertà. Tra i cerchi rossi ben visibili e le costellazioni difficili da decifrare si gioca proprio questa partita: il visibile contro l’inconoscibile.
Il pensiero si collega a filosofi come Auguste Blanqui, che diceva “l’enigma dell’universo è sempre presente in ogni nostro pensiero”, o Pascal, che immaginava l’universo come un cerchio con centro ovunque e circonferenza da nessuna parte. Questa immagine poetica attraversa il lavoro di Nicolai, dove il cielo resta mistero eterno e centro di ogni possibile interpretazione.
La mostra a Genova ripropone così quel rapporto antico e sempre attuale tra uomo e universo, fatto di desiderio di dare senso a ciò che sfugge e consapevolezza che ogni spiegazione è solo parziale e provvisoria.
Accanto all’atlante celeste, Nicolai porta avanti un’altra ricerca con Formula , una serie di dipinti che traducono formule matematiche e codici scientifici in segni e colori. Le tele, preparate con gesso, rappresentano curve, sequenze e modelli legati a nomi come Gauss, Bessel, Fourier e Lissajous.
Questi pannelli cercano di trasformare l’informazione scientifica in un linguaggio visivo, cifrando la realtà in codici. Ma, come nei cerchi rossi dell’atlante, anche qui il caso fa capolino, mettendo in discussione l’ordine apparente. Il risultato è un dialogo continuo tra calcolabile e imprevedibile, dove la matematica diventa strumento di un’indagine più ampia.
Il legame con il compositore Iannis Xenakis è evidente: anche lui esplorava le connessioni tra forma naturale, matematica e suono, cercando modelli capaci di evocare tensioni e vibrazioni.
Il lavoro di Nicolai non si ferma al visivo, ma si spinge nel campo del suono e delle frequenze fuori dalla portata dell’orecchio. Seguendo le idee di Hermann von Helmholtz, l’artista indaga non solo le frequenze udibili, ma anche quelle elettromagnetiche, dalla radio alla luce, esplorando territori quasi impercettibili.
Un esempio è Void , un’installazione fatta di tubi in vetro e cromo. All’interno, si dice che sia imprigionato un suono fin dalla loro creazione, un suono che non possiamo sentire, ma che l’opera promette di rendere percepibile in un futuro non meglio definito.
L’idea di una scrittura acustica nasceva da Moholy-Nagy, che vedeva nel rapporto tra segni visivi e segnali sonori una nuova frontiera per l’arte. Nicolai prosegue su questa strada, trasformandola in un codice capace di raccontare la complessità di mondi invisibili.
Il richiamo al gioco del Lotto, centrale nel lavoro di Nicolai, affonda le radici nella storia di Genova, dove il gioco nacque nel Rinascimento come scommessa sui nomi nobiliari estratti per i Serenissimi Collegi. Con il tempo, la formula si è cristallizzata nei sei numeri.
Mettere il Lotto in un atlante stellare è un gesto carico di significato: ammettere che, nonostante mappe e formule, il tentativo umano di capire l’universo resta sempre limitato, incompleto, vincolato da confini naturali e di scala. Einstein sperava in un universo governato da leggi precise e prevedibili, ma Nicolai suggerisce qualcosa di diverso: forse il caso, se interpretato con metodi e regole, è lo strumento migliore per tenere insieme il caos vasto e insondabile del cosmo.
Atlas Borealis, visitabile alla galleria Pinksumer di Genova fino a settembre 2026, è un lavoro che invita a ripensare non solo il rapporto tra arte e scienza, ma anche il modo in cui ognuno di noi percepisce il mondo e il ruolo del caso dentro di esso.
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