Nel 2025, gli Oasis hanno fatto il ritorno che nessuno si aspettava più. Non è soltanto una questione di note o riff; è un tuffo in un’epoca che ha plasmato la working class britannica e il rock come lo conosciamo. Il documentario “Oasis: Don’t Look Back in Anger” ha debuttato in un’anteprima riservatissima a Londra, prima di approdare alla Mostra di Venezia, al Lido, dove il pubblico potrà finalmente vederlo. Da lì, il film si dirigerà verso i cinema di tutto il mondo e finirà su Disney+. Ma dietro l’entusiasmo per la reunion, resta il nodo più vero: riuscirà a raccontare davvero la complessa storia tra i fratelli Gallagher o sarà solo un ricordo incorniciato dalla nostalgia?
Per capire cosa significa oggi il ritorno degli Oasis, bisogna fare un salto agli anni Novanta. Allora Noel e Liam Gallagher erano molto più di una band: erano la voce di una generazione e il simbolo di quella “Cool Britannia” che rivendicava con orgoglio le radici della working class inglese. Mentre i Blur rappresentavano la Londra borghese e intellettuale, gli Oasis portavano in scena un realismo più ruvido, fatto di melodie semplici e dirette, capaci di conquistare tutti.
Quel periodo non è solo storia della musica, è diventato un vero e proprio modello culturale. Oggi, a quasi trent’anni di distanza, gli Oasis restano l’ultima grande epopea del rock pre-digitale: un’epoca in cui la musica dava forma a identità concrete, prima che il mondo online le spezzettasse e appiattisse. Tornare oggi significa riaccendere quei valori autentici, in un’epoca in cui tutto sembra troppo filtrato e privo di sostanza.
Il tour Oasis Live ’25 non è stata solo una festa per i fan di vecchia data o un’operazione commerciale. Ha rotto l’idea che le reunion rock siano solo esercizi di stile o nostalgia vuota. Il documentario prova a raccontare questo evento come un fenomeno sociale, osservando l’effetto reale sulle diverse generazioni.
Nel film si vede come la Generazione X, cresciuta con gli Oasis, si incrocia con i più giovani, quelli nati nell’era digitale, che hanno scoperto la band grazie a playlist e streaming. Attraverso immagini dal vivo e dietro le quinte, il documentario esplora il fascino di una leggenda pop che oggi non passa più solo da un vinile, ma dalla tecnologia di oggi.
Il vero centro del film sono le prime interviste insieme di Liam e Noel dopo più di venticinque anni. La storia degli Oasis non può essere raccontata senza mettere al centro la tensione tra i fratelli. Il documentario non nasconde i conflitti, anzi, ci si addentra nella complessità di un rapporto quasi “faustiano”.
Le scene delle prove, dei confronti e delle tregue mostrano un’intimità senza filtri. Si vede come il loro legame, familiare e professionale, si evolve, ridefinendo i limiti emotivi che influenzano anche l’identità stessa degli Oasis. Il racconto smonta la leggenda senza però sminuirne la forza.
Questo film non è il solito concerto in pellicola. Dietro c’è la mano di Steven Knight, lo sceneggiatore di Peaky Blinders, capace di raccontare con precisione la psicologia e la cultura della working class. La regia è firmata da Dylan Southern e Will Lovelace, già noti per documentari musicali di spessore come “Shut Up and Play the Hits” e “Meet Me in the Bathroom”.
Il risultato è una narrazione visiva solida, che mette da parte lo spettacolo fine a sé stesso per costruire un film riflessivo. L’approccio evita sentimentalismi e celebrazioni facili, puntando invece a mostrare tutte le sfumature di un fenomeno culturale complesso e contraddittorio.
La première londinese, al Cineworld Leicester Square il 7 settembre, ha anticipato il debutto veneziano. Al Lido, la pellicola non sarà solo un film da vedere: la presenza confermata di Liam e Noel Gallagher promette un evento mediatico che va oltre la semplice proiezione.
La conferenza stampa si preannuncia una vera e propria performance, carica di tensione e attesa. Dopo Venezia, il documentario arriverà nelle sale IMAX e su Disney+, raggiungendo così un pubblico vasto e variegato. Oltre alla musica e alle immagini, resta la sensazione di una nuova lettura, più diretta e senza filtri, di una band che ha segnato un’epoca e che oggi si mette in gioco con il presente.
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