«Napoli canta. E lo fa con una voce antica, ma sempre viva.» Non è solo una città da esplorare tra vicoli stretti e piazze affollate, ma un racconto che vibra di musica, una melodia che attraversa i secoli e si mescola con l’arte. Ogni nota qui è un legame profondo con le radici, un intreccio di tradizione popolare e cultura raffinata. Al Museo e Real Bosco di Capodimonte, fino a settembre 2026, la mostra “Canto Napoli” di Emilio Isgrò trasforma questa musica in immagine. Un invito a guardare oltre il suono, a leggere una storia fatta di segni e cancellature.
Nel Settecento, Napoli si affermava come una delle capitali musicali d’Europa. I suoi quattro conservatori formavano cantanti e compositori di primo piano, mentre i teatri San Bartolomeo e San Carlo portavano l’opera lirica ai massimi livelli, richiamando pubblico da tutto il continente. Ma la musica viveva anche nelle strade: tra poesie popolari, feste tradizionali e momenti di socialità, cresceva una cultura musicale popolare. Le canzoni napoletane raccontano emozioni e storie della vita quotidiana, tramandate di generazione in generazione.
Questa doppia anima della musica napoletana – colta e popolare – ha creato un linguaggio unico. La musica qui non è solo suono: è racconto di una città, della sua identità e delle sue contraddizioni.
Emilio Isgrò, nato a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1937, ha fatto della cancellatura selettiva la sua cifra artistica. A Capodimonte espone 25 partiture della canzone napoletana, trasformate da questo gesto che nasconde pezzi di testo e note, ma ne moltiplica il significato.
Il percorso abbraccia quasi 150 anni di musica, da “Te voglio bene assaje” del 1839 a “Napule è” del 1977, con tappe obbligate come “Funiculì Funiculà”, “’O sole mio”, “Torna a Surriento” e “Malafemmena”. Isgrò non cancella per distruggere, ma per riscrivere, creando nuove forme visive e riflessioni metatestuali sulle partiture.
Il risultato sono pagine che sfidano la semplice lettura musicale: la cancellatura si fa dialogo tra ciò che si vede e ciò che viene nascosto, un gioco di presenze e assenze. Il dittico cromatico su “’O sole mio”, con versioni su fondo chiaro e scuro, ne è un esempio chiaro.
Tra le cancellature si muovono api e formiche, disegnate o incise sulle partiture. Questi insetti, simbolo di lavoro e collaborazione, animano le superfici come presenze vive. Non sono solo decorazioni: diventano parte integrante dell’opera, interrompendo e completando al tempo stesso la cancellatura.
Il loro movimento racconta la forza dell’azione collettiva, richiamando la pazienza e la costanza con cui Isgrò rielabora i testi, senza distruggerli ma costruendo qualcosa di nuovo. Un gesto minimo che genera un’opera complessa, fatta di segni e simboli.
A completare il percorso, Isgrò presenta tre sculture del 2025: due mandolini e una chitarra classica, simboli della tradizione musicale napoletana. Anche questi oggetti, a grandezza naturale, sono attraversati da cancellature e popolati da api e formiche.
Non si tratta solo di un gioco estetico, ma di un’estensione del progetto “Canto Napoli” in una dimensione che coinvolge più sensi. Chi osserva può cogliere il legame tra spartito e strumento, tra segno visivo e suono potenziale, avvicinandosi così all’arte contemporanea attraverso qualcosa di familiare e carico di emozione.
Le opere di Isgrò a Capodimonte non sono un semplice esercizio di stile. Offrono uno sguardo profondo sul rapporto tra scrittura, musica e identità culturale. Napoli si fa presente nel presente non solo con le sue immagini più note, ma con un gesto artistico che mette a nudo la tensione tra memoria e riscrittura.
Le canzoni napoletane, pilastri della cultura locale e non solo, si trasformano in nuove forme visive, invitando a rivederle con occhi diversi. La mostra è un omaggio a una città che, come poche, si può davvero “cantare” in modo sistematico, dove lingua e musica si intrecciano e continuano a parlare attraverso nuove espressioni.
Con il suo lavoro, Emilio Isgrò conferma che cancellare è anche creare. E lo fa svelando nuove prospettive senza cancellare le radici. L’intervento al Museo di Capodimonte è un’atmosfera culturale vibrante, dove arte e musica si intrecciano per raccontare, tra segni e note cancellate, la complessità e la passione di Napoli.
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