Dietro le mura spesse degli ex manicomi italiani si nasconde un mondo sospeso tra silenzio e memoria. Silvia Camporesi e Luca Marianaccio hanno catturato questa realtà con oltre duecento fotografie, nel progetto “Manicomi Italici”. Camminando tra corridoi abbandonati, cortili che un tempo respiravano vita e luoghi oggi trasformati, il loro racconto parla di un passato che non vuole essere dimenticato. Ville nobiliari, conventi, colonie agricole, fortezze: ognuno di questi spazi porta con sé storie diverse, ma tutte intrecciate da una domanda che pesa ancora: come si affronta davvero un’eredità tanto complessa?
Camporesi, fotografa di Forlì, e Marianaccio, abruzzese, hanno percorso le venti regioni italiane per costruire un mosaico dettagliato degli ex manicomi, chiusi quasi tutti nel 1978 con la legge Basaglia. Il risultato è un archivio di oltre 200 immagini raccolte nel volume “Manicomi Italici”, in uscita il 28 ottobre 2026 per Quodlibet. Ogni edificio racconta una storia che si intreccia con il territorio e la sua gente. La fotografia qui non è solo documentazione, ma anche interpretazione: coglie come quegli spazi sono cambiati e la memoria irrisolta che ancora li avvolge.
Accanto alle strutture abbandonate, ci sono realtà che si sono rinnovate. Alcuni ex manicomi sono stati trasformati e oggi ospitano attività che coinvolgono la comunità. Questo doppio scenario — degrado e rinascita — riflette le differenze sociali e territoriali del nostro Paese. Ne emerge un’indagine precisa sull’identità di quei luoghi, che non vogliono cancellare il proprio passato, ma rielaborarlo.
Il progetto ha ricevuto nel 2025 il premio Strategia Fotografia, promosso dal Ministero della Cultura per valorizzare il patrimonio fotografico italiano. Grazie a questo riconoscimento, la ricerca di Camporesi e Marianaccio diventa una mostra al Museo di Storia della Psichiatria di Reggio Emilia, dal 27 settembre 2026 al 6 gennaio 2027. Saranno esposte venti fotografie, dieci per ciascun autore, selezionate per raccontare al pubblico il cuore del lavoro svolto.
Le immagini non si limitano a mostrare lo stato degli edifici: offrono uno sguardo profondo su come quei luoghi vivano ancora nella memoria collettiva. Cesare Pomarici, curatore del progetto, evidenzia come le foto rivelino le “trasformazioni d’uso” avvenute dopo la chiusura, e il peso di una memoria che resta sospesa. Sottolinea anche quanto la salute mentale oggi sia una questione politica e sociale, non più confinata agli ospedali.
Al termine della mostra, le fotografie entreranno nelle collezioni permanenti dei Musei Civici di Reggio Emilia, garantendo così la loro conservazione e possibilità di studio.
Camporesi e Marianaccio hanno costruito il loro percorso fotografico andando oltre il semplice interesse per l’abbandono urbano o la bellezza decadente. Per un anno hanno attraversato l’Italia da nord a sud con l’obiettivo di restituire una lettura che unisse antropologia e società. Lontani dall’immaginario dell’urbex — la curiosità per edifici deserti — hanno voluto capire quale ruolo oggi hanno queste strutture nel tessuto urbano e nelle comunità che le circondano.
Il confronto con Pomarici ha dato una direzione più critica allo sguardo, trasformando il paesaggio da semplice sfondo a protagonista che racconta come l’Italia si misura con la propria storia recente. Il progetto mette sul tavolo domande importanti: quali effetti culturali ha avuto la chiusura dei manicomi? Come cambia il rapporto tra salute mentale e società quando quegli edifici spariscono? Come si costruisce la memoria collettiva tra conservazione e rimozione di un passato doloroso?
Ospitare la mostra proprio a Reggio Emilia non è un caso. Il Museo di Storia della Psichiatria, aperto nel 2012, si trova nell’ex complesso manicomiale di San Lazzaro, nel padiglione Lombroso, noto anche per aver accolto il pittore Antonio Ligabue tra il 1945 e il 1948. Il museo conserva gli spazi originali, con materiali e segni del tempo, senza nascondere le ferite di quel passato.
Questa scelta di mantenere gli ambienti “al naturale”, unita a una funzione educativa, aiuta a tenere viva una memoria che altrimenti rischierebbe di svanire. Il museo dialoga con la mostra di Camporesi e Marianaccio, offrendo un contesto storico che arricchisce la lettura delle immagini. In questo modo si apre un percorso che invita a riflettere sulla salute mentale come questione sociale, radicata nei territori e nelle storie delle persone.
Il racconto fotografico si inserisce così in un discorso più ampio, legato alla trasformazione dell’Italia negli ultimi cinquant’anni e a un impegno culturale che non lascia cadere nel dimenticatoio il terreno su cui si costruiscono diritti e tutele per tutti.
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