Nel 1984, dentro le mura fredde e polverose dell’ex fabbrica Brown Boveri a Milano, successe qualcosa di insolito. Stefano Arienti e Marco Mazzucconi si incontrarono per la prima volta in uno spazio abbandonato da oltre vent’anni, trasformato in rifugio per artisti e senza tetto. Non era solo un luogo dimenticato, ma il punto di partenza di un esperimento di arte urbana che avrebbe rotto gli schemi. In quegli anni, l’arte italiana sembrava bloccata in una pittura pesante, autoreferenziale e priva di slancio. Arienti e Mazzucconi, con la loro ironia sottile e un rigore anticonvenzionale, portarono una ventata di freschezza destinata a cambiare tutto. Oggi quella svolta rivive nella mostra “One Art, Please!” alla Galleria Primo Marella di Lugano.
L’incontro tra i due artisti si deve a un gruppo di studenti di architettura del Politecnico di Milano, affascinati dai racconti di Corrado Levi sulle avanguardie di New York. Spinti dal desiderio di trasformare spazi industriali in luoghi culturali, scoprirono l’ex Brown Boveri, un edificio lasciato al degrado, dove iniziarono le prime “occupazioni d’arte”. Senza permessi, ma con tanta voglia, liberarono l’ingresso coperto da una lamiera e già in autunno si formò un clima collettivo fatto di interventi artistici e contaminazioni diverse.
Le installazioni si materializzavano tra le pareti scrostate, con messaggi ironici e provocatori, come la scritta “Uomini di Corrado Levi” sopra i bagni. Quel microcosmo d’arte urbana finì tragicamente quando, su pressione dei proprietari, le entrate furono murate e l’edificio abbattuto. Ma l’energia di quel momento non si spense. Fu un segnale di cambiamento per l’arte milanese e italiana, che cominciava a mettere in discussione vecchie regole, aprendo a un linguaggio più libero e meno gerarchico.
Corrado Levi ebbe un ruolo chiave, ben oltre l’occupazione della Brown Boveri. Il suo metodo univa arte, architettura, musica e performance, rompendo con la tradizione accademica e creando un ambiente di libertà creativa. Nei suoi corsi al Politecnico si alternavano nomi come Tony Cragg, Daniel Buren e persino il rapper Rammellzee, capace di rispondere a domande in rima. Il suo programma spaziava dalla musica di Erik Satie al design di Denis Santachiara, fino ad artisti come Carol Rama.
Le sue lezioni erano veri e propri eventi performativi, che attiravano non solo studenti ma anche persone estranee al mondo artistico. Il suo obiettivo era chiaro: sovvertire le categorie tradizionali, dando spazio a un sapere artistico fatto di contaminazione e ironia. In questo clima Arienti e Mazzucconi iniziarono a confrontarsi, prendendo stimoli che poi sarebbero emersi nelle loro opere, sempre con l’intento di rompere con le convenzioni.
Pur venendo da percorsi accademici non strettamente artistici, entrambi condividevano un atteggiamento ironico verso un mondo dell’arte troppo spesso serioso e snob. Questa sintonia si percepiva fin dall’inizio. Mazzucconi ricorda lo spirito giocoso dei primi lavori, come quelle “carte giganti” realizzate in gruppo, opere murarie nate più dalla spontaneità e dal divertimento che da un progetto rigido.
L’arte del duo ancora oggi evita di essere troppo assertiva o politicizzata. Mazzucconi si concentra sulle oscillazioni del pensiero creativo, catturate come “istantanee mentali”. Arienti, invece, lavora con materiali semplici e immagini prese in prestito, cercando un rapporto curioso e non dogmatico con la pittura e la percezione. Entrambi preferiscono lasciare spazio a interpretazioni libere, lontani da dogmi e ideologie rigide.
Negli anni Ottanta il panorama artistico italiano era spaccato: da una parte una pittura autoreferenziale e pesante, dall’altra una nuova generazione pronta a rompere quel modello. La voglia di una “leggerezza spavalda” di Arienti e Mazzucconi li rese protagonisti di questa nuova scena.
Non mancavano però le critiche, soprattutto dagli ambienti dell’Arte Povera, storicamente diffidenti verso approcci considerati troppo “vetrinisti” o poco rigorosi. Luciano Fabro, pur mantenendo rispetto e cordialità, era tra i critici più attenti. Arienti e Mazzucconi risposero con curiosità e apertura, senza mai cadere in contrapposizioni dure.
Marco Mazzucconi cita tra le sue fonti principali la letteratura, in particolare Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Shakespeare, che rilegge spesso. Apprezza anche la scrittura invisibile di Elmore Leonard, segnata da più punti di vista, un aspetto che cerca di trasferire nel suo lavoro per evitare uno stile monotono e troppo marcato.
La danza latina e la salsa per lui non sono solo un hobby, ma una vera forma di espressione sensoriale e relazionale. Ballare in coppia significa per lui un dialogo continuo, improvvisato ma anche strutturato, capace di creare intimità e confronto profondo. Da qui nasce una dimensione artistica fatta di incontri e scambi, lontana da modelli fissi e rigidi.
La mostra alla Galleria Primo Marella di Lugano mette in scena una serie di lavori di Mazzucconi nati da una riflessione critica sulla pittura svuotata di concetti. I “One Art, Please!” sono quadri nel pensiero e nel gesto, spesso schizzi veloci su carta, con tocchi di colore spatolato e frammenti di cornice, come vignette metafisiche in uno spazio immaginario.
L’opera mette in luce la complessità della percezione nell’arte contemporanea, suggerendo riflessioni sul ruolo del pittore e sul quadro come oggetto estetico e decorativo. Il lavoro di Mazzucconi si distingue per la freschezza immediata, senza un linguaggio stilistico fisso, capace di unire ironia e rispetto per un’arte che si rinnova senza perdere il contatto diretto con chi la osserva.
Guardando questi lavori e il dialogo con Arienti, si disegna un percorso che dal fermento milanese degli anni Ottanta arriva fino a oggi, mostrando continuità e cambiamenti in una scena artistica che resta viva e innovativa.
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