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Savona Festival Diffuso di Arte Contemporanea: Fragilità al Centro della Quarta Edizione Connexxion

La fragilità non è solo debolezza, dice Livia Savorelli, curatrice del festival Connexxion. A Savona, dal 18 al 26 settembre 2026, questa idea prende forma tra arte e riflessione. “Elegia della fragilità” non si limita a un omaggio triste o a una celebrazione del declino. È, piuttosto, un invito a guardare in faccia il cambiamento, a riconoscere la complessità che ci attraversa. Quel che si consuma, quello che muta, diventa così il cuore pulsante di un’esperienza umana condivisa, fragile ma autentica.

Savona tra storia e luoghi che cambiano: la fragilità da riscoprire

Connexxion non è solo una rassegna d’arte, ma un viaggio attraverso spazi carichi di storia, trasformati in racconti contemporanei. A Savona si intrecciano luoghi molto diversi: dalla Pinacoteca Civica, custode di tradizione, al Santuario, simbolo di fede e cura; dall’ex Carcere Sant’Agostino, cuore pulsante del festival, fino a Villa Cambiaso, testimone di legami civili e storici. Ognuno di questi luoghi porta con sé storie complesse che l’arte non semplifica, ma rilancia, trasformandoli in spazi da leggere con occhi nuovi, dove la fragilità si mostra come condizione in movimento.

In particolare, l’ex Carcere Sant’Agostino diventa un luogo simbolo: nato per separare e controllare, ora si apre alla riappropriazione collettiva grazie all’arte. Qui la fragilità si fa concreta, non solo come vulnerabilità fisica, ma come condizione mentale e sociale. Entrare in una cella significa interrogare il rapporto tra corpo e regole, disciplina e libertà. L’opera “Exercise on Foucault” di Monica Carrera ne è esempio: scrivere con la mano sinistra, un tempo repressa, diventa un gesto di resistenza e riscatto. La tecnica, insomma, si trasforma da strumento di controllo a mezzo di autonomia.

Tecnologia e fragilità: nuovi confini tra progresso e dipendenza

Uno dei temi più forti di questa edizione è il rapporto complesso tra tecnologia e fragilità. La tecnica nasce per superare i limiti umani, ma rischia anche di creare nuove barriere e dipendenze. Oggi, con iperconnessione, automazione e intelligenza artificiale, le nostre vite si modellano su criteri di efficienza e controllo, spesso a scapito della libertà vera.

Il progetto “The Algorithm Creed” di Matteo Mandelli porta questa contraddizione nel campo del sacro. Il confessionale, luogo tradizionale di ascolto, diventa una macchina moderna a cui affidiamo i nostri pensieri più intimi. La domanda è: perché consegnare alla macchina parti così profonde di noi? Diversa ma complementare, “The Contact” con la sua smerigliatrice che incide una superficie densa ci costringe a rivedere l’idea di immaterialità della tecnologia, mostrando invece la sua fragilità fisica.

Ancora più esplicita è la denuncia della “prigionia digitale” in “Vainglory” di Max Magaldi: 130 smartphone illuminano la cappella dell’ex carcere trasformandola in un organismo sonoro e visivo. Quella che sembra apertura al mondo diventa un microcosmo di isolamento, uno schermo dietro cui si nasconde una solitudine profonda. Un paradosso dei nostri tempi: la connessione infinita crea distanza da sé e dagli altri, cancellando la presenza autentica.

Fragilità come relazione: l’arte che si fa comunità

Connexxion non mostra solo opere chiuse in se stesse: molti progetti nascono dal confronto diretto con le comunità locali, facendo della fragilità un terreno condiviso e trasformativo. “Moire” di Martina Fontana si sviluppa dall’incontro con gli ospiti della RSA Santuario, mentre “Blooming” di Camilla Marinoni coinvolge gli anziani dell’Auser, intrecciando sguardi, storie e corpi. A Zinola, “Le Luci di Zinöa” di Francesca Catellani raccoglie memorie e testimonianze, scoprendo nei ricordi un tessuto vivo e in continuo cambiamento.

In questi progetti l’arte non sovrasta né impone, ma si fa pratica di prossimità e ascolto. La fragilità diventa capacità di accogliere l’altro, di lasciarsi attraversare dal tempo e dalle differenze. Così passa da condizione passiva a forma di attivazione collettiva, capace di generare nuove conoscenze e condivisioni.

Elegia della fragilità: il valore del cambiamento e la resistenza all’omologazione

Il titolo del festival riassume un’idea di fragilità che rifiuta la nostalgia sterile. Qui è elegia non per piangere una perdita, ma per riconoscere la base fragile su cui si regge l’umano. Le cicatrici del corpo e della memoria non spariscono, ma diventano segni di una nuova bellezza, come mostrano le “soglie” di Elisabetta Di Sopra: donne che vivono il corpo dopo una mastectomia senza nascondere le ferite.

Questa visione accoglie anche il cambiamento continuo della natura e dell’uomo, come si vede nelle fioriture in divenire di Riccardo Bandiera, o nella fusione tra natura e tecnologia di Fatma Ibrahimi, che sfida i confini tra organico e artificiale. La cura diventa atto di resistenza contro la logica della performance costante, come in “Tempo di non resistenza” di Martina Fontana, dove l’attesa del percorso vitale delle larve di baco da seta apre uno spazio di sospensione e attenzione profonda.

Un festival diffuso tra luoghi, memorie e arte: un’esperienza da vivere

Connexxion punta sulla varietà degli spazi savonesi: ognuno racconta una storia diversa e interroga il presente, dal patrimonio artistico alla memoria religiosa, dalla reclusione storica al tessuto civile della città. Le opere di Francesca Catellani, Luca Carlevarino, Fabio Bix, Stefania Loreto e Veronica Benedetti ampliano la riflessione tra parola, materia, sguardo e corpo, tracciando nuovi percorsi tra memoria e trasformazione.

Insieme costruiscono una rete in cui fragilità non vuol dire mancanza o debolezza, ma potenzialità di cambiare attraverso l’esperienza. Connexxion diventa così uno strumento attivo che mette in dialogo persone, opere e spazi, restituendo alla città un ruolo da protagonista, luogo di fruizione critica e estetica.

La sfida di questa edizione sta nel ricordarci che l’umano non è solo razionalità, forza o efficienza, ma si intreccia con limiti, ferite, attese e memorie condivise. In un’epoca dominata da dati, algoritmi e controllo, l’arte torna a offrire uno spazio di resistenza, riappropriazione e imprevedibilità. La fragilità diventa così la chiave per capire cosa vuol dire restare umani, con tutte le nostre trasformazioni.

Redazione

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