A Milano, tra le mura industriali dell’HangarBicocca, si respira una nuova energia. Luciano Fabro torna protagonista con una retrospettiva che non lascia scampo: è la prima grande mostra italiana dopo la sua morte nel 2007, un’occasione per immergersi nel cuore pulsante dell’Arte Povera. Nato a Torino nel 1936, Fabro ha sempre avuto un legame forte con Milano**, città in cui ha plasmato i suoi “habitat” — spazi vivi, da abitare con lo sguardo e con il corpo. Qui, l’arte non è solo da osservare, ma da sentire, come un dialogo continuo tra percezione e realtà. La mostra, che rimarrà aperta fino al 2027, sorprende per la sua capacità di coniugare complessità e immediatezza, invitando chiunque a un viaggio sensoriale senza barriere.
La mostra, aperta fino al 21 febbraio 2027, offre un itinerario ampio e articolato, con cinquanta opere tra sculture e installazioni che coprono tutta la carriera dell’artista. Al centro del progetto c’è il concetto di “habitat”, inteso come un ambiente che non resta passivo, ma interagisce con chi lo attraversa. Non uno spazio vuoto o neutro, ma un luogo vivo, dove corpo, mente e ambiente si incontrano e dialogano.
Tra le opere più rappresentative c’è “In cubo” , un leggero telaio rivestito su cinque lati da tessuto bianco, in cui il visitatore può entrare. Lo spazio interno, calibrato sulle dimensioni del corpo umano, è intimo ma non isolato: la luce e i suoni filtrano e mantengono un legame con l’esterno. A completare questa esperienza c’è “Allestimento teatrale” , una stanza cubica rivestita di specchi, circondata da sedie dove il pubblico si riflette e ascolta la voce dell’artista. Sono opere che trasformano lo spazio in un mezzo vivo, capace di stimolare pensieri e interazioni.
Fabro rompe gli schemi tradizionali, mescolando tecniche e materiali diversi: dal marmo alla seta, dal piombo al bronzo. Questa varietà arricchisce il messaggio, rendendolo più complesso e stratificato. “Habitat di Rotterdam” , ricostruito per l’occasione, è un grande ambiente scandito da lunghi corridoi di carta piegata: tra seta, un uovo di bronzo di settanta chili e le celebri “Italie” , lo spazio invita a riflettere su storia, politica e comportamento umano.
Le opere di Fabro raccontano una ricerca fatta di simboli sovrapposti e riferimenti che intrecciano esperienza personale, politica e arte. Il suo lavoro, sospeso tra classicità e modernità, crea un linguaggio visivo che guida il visitatore dalla concretezza dei materiali all’astrazione delle idee. Tra i pezzi più significativi spicca “Eclissi di cielo” , una creazione imponente nata poco prima della sua morte, che segna un momento di svolta nella sua produzione.
La mostra, curata da Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí con il contributo di Silvia Fabro, mette in luce l’ambiguità del pensiero dell’artista. Al centro del percorso c’è “È la vita, è la storia, è la morale” , presentata alla Biennale di Venezia e ora collocata su tre livelli sospesi. L’opera mette in relazione il cielo, simbolo del trascendente, con il caos dell’esistenza umana, includendo anche gli aspetti più oscuri della storia come sfondo di senso.
Fabro cita Kant, con il suo “cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”, ma aggiunge un tocco di ironia, ispirandosi a Tristram Shandy di Laurence Sterne. L’opera racconta come la vita affronti le grandi questioni etiche senza perdere il sorriso. Questa mescolanza di profondità filosofica e leggerezza è il tratto distintivo che attraversa tutta la sua poetica.
Un’occasione rara per immergersi nel valore dello spazio e della percezione, attraverso l’arte di uno dei protagonisti del secondo Novecento italiano. La mostra all’HangarBicocca non è solo un’esperienza visiva, ma un dialogo aperto tra pubblico e opere, fatto di significati ricchi e molteplici.
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