Il 4 ottobre è calato il sipario su Manifesta 16, la biennale d’arte contemporanea che rifiuta le radici fisse. Dopo Barcellona, questa volta la scelta è caduta sulla Ruhr, ex cuore pulsante dell’industria tedesca, oggi un mosaico di fabbriche vuote e infrastrutture che parlano di un’epoca passata. Qui, tra città che si fondono senza confini netti — Gelsenkirchen, Bochum, Essen, Duisburg — l’arte prende dimora in chiese abbandonate, spazi che hanno visto non solo preghiere, ma anche il respiro della vita operaia. Quei luoghi, ormai deserti, si trasformano in un teatro dove memoria, decadenza e speranza si confrontano senza filtri.
La Ruhr porta ancora impresse le tracce di un’epoca in cui l’industria pesante non segnava solo il lavoro, ma anche l’identità di intere comunità. Negli ultimi anni, siti come la miniera di Zollverein a Essen sono stati riconosciuti patrimonio UNESCO, simboli di un passaggio epocale verso la fine dell’industria pesante. Le fotografie di Bernd e Hilla Becher, viste di recente al MAST di Bologna, hanno immortalato con rigore scientifico queste “sculture anonime” — silos, ciminiere, altiforni ormai in silenzio — testimoni di un mondo che non c’è più. In questo contesto, anche le chiese costruite nel dopoguerra hanno un ruolo importante. Edificate spesso su rovine di edifici religiosi precedenti o da zero, queste costruzioni razionaliste, chiamate “Pantoffelkirchen”, nascevano nei quartieri operai per offrire un punto di aggregazione e protezione sociale, un modello di comunità sparsa ma coesa, capace di resistere anche ai bombardamenti.
Così, il paesaggio urbano si trasforma in una mappa dove si sovrappongono memorie industriali e spirituali. Ogni chiesa, spesso in zone periferiche, faceva da “terzo luogo” sociale, lontano dalla casa e dal lavoro. Quel tessuto di funzioni che un tempo animava questi spazi oggi si sta dissolvendo, e Manifesta 16 ha provato a raccontare proprio questa tensione tra passato e presente, tra ciò che questi luoghi erano e quello che stanno diventando.
Manifesta 16 ha scelto un titolo che punta dritto al cuore della questione: This is not a church. Un modo per riflettere sul valore simbolico e sociale di questi edifici in una regione segnata dalla fine dell’industria e da una società sempre più multiculturale e divisa. Quelle chiese, un tempo centri di comunità e spiritualità, oggi perdono la loro funzione originale, ma ne guadagnano altre, nuove, in parte inedite.
Diversi artisti si sono confrontati con oggetti liturgici come panche e organi, trasformandoli in simboli o installazioni. Tra questi, Ouranophobia 47051 di Abbas Zahedi alla Kulturkirche Liebfrauen di Duisburg: canne mute di organi provenienti da chiese danneggiate diventano elementi di un’installazione che trasmette una sensazione di minaccia e silenzio opprimente, senza lasciare spazio a un senso di speranza condivisa. Qui l’abbandono e la trasformazione diventano il motore di nuove narrazioni, segnate da una religiosità sbiadita, lontana dalle pratiche collettive ma ancora carica di memorie e simboli.
Curiosa anche l’assenza di un discorso ambientale diretto, nonostante la regione porti i segni di un inquinamento pesante. Solo poche opere, come il Ferdane Satır Tea Garden a Gelsenkirchen, toccano la sostenibilità. Nemmeno nelle rappresentazioni sacre la spiritualità si concentra sull’ecologia: piuttosto, guarda alla condizione sociale e politica di questi spazi e delle persone che li abitano.
Il percorso espositivo non ignora il ruolo delle comunità immigrate, fondamentali per l’economia della Ruhr da decenni. Le chiese scelte ospitano lavori che raccontano le storie di lavoratori stranieri e seconde generazioni, temi che pesano nella storia recente della regione. Artisti come Zuza Golińska e Małgorzata Mirga-Tas portano all’attenzione realtà spesso dimenticate, come le comunità rom o le grandi ondate migratorie. L’intervento di Luc Tuymans, che riprende scene del film di propaganda nazista “Il trionfo della volontà” rielaborate con intelligenza artificiale, mette in luce la tensione tra memoria e riscrittura storica.
Critica al nazionalismo e celebrazione della diversità si intrecciano in molte opere. Per esempio, l’Antifascist Bird Communication System di Dennis Siering trasforma l’antifascismo in un linguaggio sonoro naturale, diffondendo canti di uccelli resistenti tramite altoparlanti solari. Video e fotografie, spesso ospitati in spazi secondari come cappelle o matronei, rinnovano l’eredità degli espressionisti tedeschi con nuove forme narrative.
Il programma pubblico di Manifesta 16 è stato ricco e variegato, coinvolgendo la comunità locale e stimolando un senso di partecipazione che ha trasformato il concetto di parrocchia in una rete di vicinato, richiamando il modello degli ecomusei. Resta però ancora da lavorare per costruire un dialogo davvero integrato tra istituzioni, artisti e cittadini.
Al centro di Manifesta 16 c’è il futuro di questi spazi ora vuoti, abbandonati o segnati dalla decadenza. Il rischio di restare sul piano simbolico è concreto, ma qualche segnale di rinascita si vede già. La chiesa di St. Gertrud a Essen, per esempio, è diventata atelier per giovani artisti, mentre la ex chiesa St. Josef ospita attività sportive di gruppo, richieste di continuare anche dopo la fine della mostra.
A Bochum, un progetto originale alla chiesa di St. Ludgerus unisce gioco e musica: i rimbalzi di una palla da basket fanno vibrare corde di pianoforte e canne d’organo, trasformando lo sport in un’azione collettiva che fonde musica e movimento senza competizione. Questi interventi non sono solo estetici, ma riflettono un’attenzione concreta verso una possibile nuova vita per questi edifici.
Il ricordo delle “donne delle macerie” — madri e lavoratrici che dopo la guerra ricostruirono le città con il loro lavoro — torna come immagine forte e simbolica. È una memoria collettiva che alimenta la speranza di una rinascita basata su inclusione, dialogo e solidarietà. La sfida resta aperta, e la Ruhr continua a interrogarsi sul proprio passato e sulle possibilità di rinnovarsi culturalmente e socialmente.
Manifesta 16 lascia così un quadro a tratti malinconico, ma senza rinunciare al sogno di nuovi inizi. Un futuro che passa attraverso la rinascita di spazi e relazioni, con l’arte che diventa il motore di un dialogo aperto tra ieri e oggi.
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