Appena entri nella mostra di Werner Bronkhorst all’Atrium Tower di Berlino, ti ritrovi catapultato in un mondo che sembra uscito da un film. Non è la classica esposizione d’arte: l’aria è carica di attesa, come in un aeroporto pronto a decollare. Corridoi fatti a pezzi di aereo, carrelli per bagagli e persino metal detector di cartone ti accompagnano in questo viaggio tra cielo e arte. Video animano una sala d’attesa, mentre specchi tagliano gli spazi in modo sorprendente. Piccole tele incorniciano le finestre, come sguardi sull’infinito. Quattro giorni appena, ma bastano per sentirsi parte di un racconto che coinvolge ogni senso, non solo la vista.
L’Atrium Tower si trasforma per l’occasione in un terminal aeroportuale, ma senza voli da prendere, solo scenografie da attraversare. L’idea è chiara fin dall’inizio: il viaggio come filo conduttore. Si parte da una ricostruzione precisa di un aeroporto, con banchi check-in e controlli di sicurezza finti, che immergono subito il visitatore in un’atmosfera di attesa e partenza. Un modo per cambiare punto di vista, prepararci a quello che verrà. Ma non finisce qui: dalle scale mobili si sale a un piano superiore dove cambia tutto. Qui il cielo prende il sopravvento. I corridoi si allargano come spazi aperti, grandi luci disegnano la vastità e la profondità. È qui che si trova il pezzo forte della mostra, Himmelblau del 2026. Far salire il pubblico, sia fisicamente che metaforicamente, amplifica quella leggerezza che Bronkhorst vuole comunicare.
Nato in Sudafrica nel 2001, Bronkhorst ha sempre guardato oltre i confini. A 18 anni si trasferisce in Australia per approfondire la sua arte e definire la sua strada. Instagram è stato per lui più di un social: un archivio, una vetrina dove ha cominciato a mostrare i suoi quadri già a 13 anni. Grazie a questo, ha costruito una rete di seguaci fedeli e ha aperto la strada a mostre importanti, come quella a Berlino, ma anche tappe a Dubai, Los Angeles e Seul. Un ritratto perfetto della contemporaneità: l’artista che diventa imprenditore di se stesso, coltivando un rapporto diretto con pubblico e mercato globale. Bronkhorst è più di un fenomeno social: è un pittore a tutto tondo, con una ricerca autentica e una sensibilità raffinata.
Il suo percorso nasce da uno studio attento della storia dell’arte, fatto di letture e viaggi nei musei di tutto il mondo. Bronkhorst ha creato un linguaggio pittorico radicato nel colore, che oscilla tra astrazione e figura, con punte di scultura. Le sue opere sono stratificate, con superfici materiche che sembrano vibrare; guardandole, sembra quasi di poter toccare il cielo. Questa qualità tattile le rende accessibili anche a chi ha difficoltà visive, che percepisce il movimento e l’intensità del colore. La tecnica è lenta, con grandi quantità di colore che danno un risultato leggero alla vista ma solido al tatto. Le palette, spesso contenute, sono ricche di sfumature, un omaggio agli impressionisti e al loro rapporto con la luce naturale.
Le opere di Bronkhorst giocano su contrasti ben calibrati. La gestualità ricorda l’action painting, con pennellate ampie e decise che non nascondono il gesto dell’artista. Al tempo stesso, le piccole figure umane, minuziose, si rifanno alla precisione dell’arte fiamminga. Questo dualismo è il cuore della sua poetica. Dalla lezione di Mark Rothko prende l’uso di ampie campiture di colore per creare profondità e immersione, ma evita l’effetto monocromo grazie alle presenze umane, che ancorano il quadro alla realtà. Il risultato è un dialogo intenso tra vastità cromatica e dettagli, che coinvolge chi osserva.
Bronkhorst non è solo pittore, ma anche manager della sua carriera. Condivide il suo lavoro giorno per giorno, soprattutto sui social, ma tiene anche un archivio preciso di foto, appunti e documenti per ogni opera. Questo rigore piace ai collezionisti, che così conoscono ogni dettaglio della storia del quadro. L’artista ha ben chiaro che l’arte è libertà, ma anche un mestiere da cui dipendono persone, dal suo team alla famiglia. Per questo pianifica ogni fase con cura, senza correre. Il suo studio, chiamato LAB, è il centro di produzione e organizzazione di un successo costruito con metodo e determinazione.
Nonostante i risultati raggiunti, Bronkhorst resta con i piedi per terra e si definisce “giovane artista” con ancora tanta strada davanti. La sua pittura punta oggi a un’idea di bellezza semplice e leggera, con soggetti immediati ma universali, che parlano sia agli esperti che a chi si avvicina all’arte per passione. La sua ricerca gira attorno a due temi: il viaggio universale e l’unicità di ogni percorso personale, carico di ricordi ed emozioni. Pur mantenendo coerenza, ogni opera è libera e diversa. Quando gli chiedono se non rischia di annoiarsi con forme ricorrenti, risponde che “proprio nelle restrizioni si aprono nuove strade espressive, soprattutto con elementi semplici come il blu o la linea.” Bronkhorst, artista fuori dal coro ma riflessivo, è destinato a dare ancora molto alla scena dell’arte contemporanea.
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