Venticinque anni di musica sperimentale: il C2C Festival ha acceso ancora una volta Torino, tra luci vibranti e suoni che sfidano le convenzioni. Nei locali storici e negli spazi del Lingotto, si è respirata un’atmosfera carica di energia, ma anche di qualche incertezza. La rassegna ha confermato la sua anima innovativa, certo, ma sotto la superficie è emersa una domanda: quale strada prenderà ora? Tra applausi e dubbi, il festival racconta una storia fatta di passione, sfide e attese.
Nel 1998 Sergio Ricciardone e il suo gruppo hanno immaginato un legame nuovo tra i locali torinesi, cercando artisti pronti a spingersi oltre i confini della musica tradizionale. Da allora quella intuizione è diventata il C2C Festival, che stagione dopo stagione ha ridefinito il panorama della musica contemporanea in città. Un traguardo importante, che racconta una storia fatta di cambiamenti, non solo musicali ma anche culturali e sociali. Il festival si è costruito attorno a un modo originale di vivere la musica, capace di dialogare con luoghi insoliti come il Teatro Carignano o le OGR, ospitando stili diversi, dal dreampop alla sperimentazione più estrema. Ma quest’anno, tra conferme e scelte che hanno diviso, si è avvertito lo spirito di un evento a un bivio della sua evoluzione.
Partito il 29 ottobre nel cuore dell’Art Week torinese, il festival si è chiuso con un bilancio a doppia faccia: momenti di grande interesse alternati a qualche ombra. È tornato protagonista il Teatro Carignano, che ha ospitato una performance intima e concettuale del duo norvegese Smerz, illuminando la mattina del 31 ottobre con atmosfere rarefatte e sussurrate. La scelta di mettere in vendita un unico biglietto per due discoteche storiche, Le Roi — locale disegnato da Carlo Mollino — e Notorius, ha voluto attirare un pubblico più vario. Al Lingotto la disposizione degli spazi è stata rivista, mentre Ed Warren ha riconfermato la sua qualità nel light design. Nonostante tutto, la partecipazione è stata più bassa rispetto all’anno scorso, suscitando reazioni contrastanti tra i dati ufficiali e la sensazione di chi ha vissuto il festival sul posto.
L’organizzazione ha parlato di oltre 43 mila presenze e serate “sold out”. Ma questa cifra non si è riflessa pienamente nelle scene viste dentro le strutture. I corridoi del Lingotto erano più spaziosi e meno affollati, il pubblico si muoveva con comodità tra i palchi, un’immagine insolita rispetto agli anni passati, quando la folla era più densa. Solo il primo giorno alle OGR ha registrato una buona affluenza, soprattutto di giovani stranieri sotto i 35 anni venuti per ML Buch. Dietro questa discrepanza tra dati e percezione ci sono diversi fattori: il clima politico ed economico italiano, con uno sciopero nazionale contro il caro-vita e il riarmo, ha inciso sull’umore generale. Nel frattempo, il festival ha cambiato sponsor, un elemento che potrebbe aver pesato. E poi ci sono state critiche sulla linea artistica, giudicata poco coraggiosa, più concentrata su nomi già noti che su nuove scoperte nell’avanguardia musicale. L’esempio più chiaro è Arca, presente per la seconda volta in pochi mesi, chiamata a un DJ set misterioso, simbolo di questa strategia.
Giovedì 29 ottobre la Sala delle Fucine alle OGR ha aperto le danze con un programma vario. Wendy Eisenberg ha portato melodie elettrofolk dolci e avvolgenti, mentre la danese ML Buch, accompagnata da un quartetto d’archi, ha confermato il valore del dreampop. DJ Python e Shygirl hanno alzato l’energia, regalando il momento più intenso della serata, anche se la performance dei veterani The Avalanches ha lasciato un po’ di delusione, con un set che è sembrato a tratti ripetitivo. Passando al Lingotto, le ambientazioni più complesse hanno messo in luce qualche problema acustico, un nodo noto da tempo. Qualche miglioramento c’è stato con l’allargamento dei corridoi e nuove pedane d’ascolto, ma la chiusura della Plenitude Room ha tolto uno spazio importante alla sperimentazione. Il cambio di nome del secondo palco, da Stone Island a Dazed, segna un tentativo di ridefinire l’identità del festival.
Il venerdì ha regalato momenti di rilievo. Anelena Toku, in duo con Carla Boregas, ha alternato drone e downtempo a canti atmosferici, con un risultato coinvolgente. La popstar Robyn ha acceso il main stage con un set energico, riproponendo classici come Dancing On My Own e collaborazioni con Yung Lean, artista torinese molto amato dal pubblico. Al contrario, il lungo DJ set funk-jazz di Theo Parrish ha stancato qualcuno, così come la performance di Arca, segnata da ritardi e problemi tecnici che hanno interrotto più volte il live. Sabato è stato un giorno di contrasti: il live rumoroso e affollato di Yung Lean & Bladee si è alternato a scoperte più intime, come il lavoro di Chantssss e l’ambient alieno di KMRU, producer keniota impreziosito dalle luci di Ed Warren.
La notte finale, l’1 novembre, ha offerto alcune delle esibizioni più memorabili. Carl Stone ha mescolato freejazz, glitch hop e baroquecore, creando un vortice di suoni inediti e originali. Grouper ha proposto toni malinconici, offrendo uno sguardo spettrale alla musica sperimentale, mentre Marina Herlop, insieme a MITO Settembre Musica, ha messo in scena un’esibizione vocale e strumentale di grande impatto, con richiami a figure radicali come Meredith Monk. Gli Headache hanno stupito con un live che univa musica, monologhi e immagini, in un mix di intelligenza artificiale, found footage e riferimenti a performance storiche di artisti come Bruce Nauman e Francis Alys. Il festival si è chiuso con Lorenzo Senni, che ha presentato in anteprima il suo album All Ages con uno show scenico che ha diviso, tra applausi e qualche critica per eccessi.
Dopo venticinque anni, il C2C Festival resta un punto di riferimento, soprattutto per il pubblico internazionale che segue con attenzione le proposte torinesi. Ma sotto la superficie si avverte una certa incertezza sul suo ruolo e sulla direzione da prendere. L’assenza di Sergio Ricciardone, fondatore e anima del festival, si fa sentire nella gestione artistica, ritenuta da alcuni meno audace e meno pronta a scoprire davvero nuove sonorità. La tentazione di puntare sui nomi già affermati rischia di limitare la capacità di sorprendere e la funzione di laboratorio culturale che ha distinto le prime edizioni. Questo momento di riflessione potrebbe spingere l’organizzazione a guardare con occhi nuovi verso la vera avanguardia e a ripensare la sua identità nel panorama globale. Il percorso di C2C resta aperto: chi ama la musica contemporanea a Torino seguirà con attenzione le prossime mosse, consapevole che la città ha ancora un ruolo centrale nel raccontare le trasformazioni del suono d’oggi.
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