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DANTE E LA VIRTÙ POLITICA. I COMUNI, LA CHIESA, L’IMPERO

Il Comune e la “gente nova”

La storia per Dante nel cui raggio concettuale entra tanto il VI libro dell’Eneide quanto la cronaca, è sempre storia contemporanea. Al centro è Firenze. La sua città, per evoluzione economica, politica e culturale indirizzata a forme borghesi mercantili precapitalistiche, si affermava sempre più indipendente da soggezioni pratiche e ideologiche verso l’Impero.

Dante è un rivoluzionario nella concezione e nella creazione della lingua volgare, ed è un conservatore su un piano sociale e politico. Sì allo sviluppo dell’autonomia comunale, ma in senso aristocratico e dentro la legge imperiale unitaria. Dante conosce bene anche la differenza tra vera nobiltà, che è spirituale, e quella del sangue e non vuole l’egemonia dell’aristocrazia, essa stessa in profonda crisi. La sua è una visione etica.

Questa sua visione, se da un lato non gli consente di cogliere fino in fondo la portata della nascente autonomia comunale, dall’altro gli mostra i contraccolpi del nuovo corso: «la gente nova e’ súbiti guadagni / orgoglio e dismisura han generata, / Firenze, in te, sì che tu già ten piagni» (Inferno XVI, 73 – 75). Il suo fiore è il Fiorino.

Dopo la svolta “democratica” degli  Ordinamenti di Giustizia, introdotti durante il priorato di Giano della Bella (1293 – 1295), che allargando la base sociale del potere rendevano più difficile il governo esclusivo dell’antica aristocrazia magnatizia e attraverso l’istituzione del Priorato delle Arti inducevano un certo ricambio sociale (accanto agli aristocratici compaiono i grandi mercanti, gli artigiani e i membri delle arti medie e minori) nella gestione del potere politico, Dante assume egli stesso incarichi pubblici. E sarà proprio, sul finire degli anni ’90, questa sua attività politica diretta nella guerra civile tra componenti guelfe (i Bianchi e i Neri), foriera della sua condanna e del suo esilio.

Ma i comuni, pur nelle nuove contraddizioni, producono rinnovamento culturale e sviluppo economico e sociale: dalle università, ai salariati, al concetto di “bene comune”, non solo nuova corruzione, ingiustizia e violenza. Si sviluppa in quegli anni una vera e propria nuova etica civile.

Le opere qui radunate, nella loro eccezionale esemplarità, ne sono una cifra sintetica.   

La crisi del modello teocratico del papato

Anche il papato, tra Duecento e Trecento, matura una crisi profonda che lo porterà a vivere momenti drammatici, fino a conoscere lotte violente e vere e proprie scissioni interne. Non mancano tuttavia tra i papi figure carismatiche e di forte, ancorché discusso, profilo.

Innocenzo III (il tutore di Federico II) è il colto autore del De miseria humanae conditionis, colui che conferma la regola francescana e sottomette la nobiltà romana, ma è anche il papa della terribile crociata contro gli albigesi.

Gregorio IX è il canonizzatore di Francesco di Assisi, di Antonio da Padova e di Domenico di Guzmán, nonché il nemico implacabile di Federico II. Clemente IV è protettore di Tommaso d’Aquino, ma è anche colui che chiama Carlo d’Angiò in Italia, promettendogli il regno di Sicilia e avviando un processo di subalternità del papato ai regnanti di Francia. E poi il controverso Bonifacio VIII: spregiudicato politico, che trova il modo di far dimettere il suo predecessore, Celestino V. Il convinto sostenitore della supremazia della Chiesa di Roma sopra ogni altro potere politico e l’ideatore del più grande evento della cristianità, il Giubileo del 1300 (anno nel quale Dante fa iniziare il suo viaggio ultraterreno), quale strumento di consenso politico-religioso del papato, dopo la fine delle Crociate, riorientando il pellegrinaggio medievale da Gerusalemme verso la tomba di Pietro. Clemente V, che dopo avere deposto Bonifacio VIII, sposta la curia papale ad Avignone nel 1309, dando inizio alla “cattività avignonese”, che terminerà solo nel 1377. Quelli a lui contemporanei, tutti condannati da Dante.

Il monumentale ritratto di Celestino V, realizzato nel 1371-1375, da Niccolò di Tommaso, lo raffigura ancora come papa regnante, con la tiara, il mantello di porpora e i guanti bianchi, nonostante le sue dimissioni arrivassero nel 1294, a pochi mesi dalla sua elezione. Il Piviale di Bonifacio VIII, proveniente dalla cattedrale di Anagni. La cappa rubea era infatti indossata dal pontefice nel momento della sua elezione. Il manoscritto Descriptio Terrae Sanctae, di Burchardus de Monte Sion è una delle ultime testimonianze delle crociate. Altri due papi figurano nel prezioso manoscritto delle Constitutiones Clementinae: Giovanni XXII che le riceve e lo stesso Clemente V da cui provengono. Segno della continuità del potere papale.

Il sole imperiale tramonta

Anche l’Impero, negli anni di Dante (tra la seconda metà del XIII secolo e la prima del XIV), è una istituzione in profonda crisi. Nel 1250, con la morte di Federico II Hohenstaufen, lo Stupor mundi, inizia il tramonto della stella imperiale. Suo nonno era Federico Barbarossa, il nemico della nascente autonomia comunale italiana; la madre, Costanza di Altavilla («la luce della gran Costanza», che Dante colloca nel Paradiso), discende da Roberto il Guiscardo e da Ruggero I, i conquistatori normanni della Sicilia e della Calabria, che danno vita a uno dei regni economicamente e culturalmente più floridi del Medioevo.

Federico di Svevia aveva ereditato un impero assai vasto e geograficamente diviso. A differenza dei predecessori, Federico sceglie l’Italia, Palermo, quale sede di elezione. Decisione foriera di conseguenze geopolitiche. Il beneficio culturale è indubbio: fondazione dell’Università di Napoli (1224), emanazione delle Constitutiones di Melfi (1231), sviluppo della medicina, nascita della poesia amorosa italiana, integrazione della cultura musulmana e tentativo di pacificazione nel Mediterraneo. Ma la medesima decisione procurerà molti problemi politici. La parte germanica dell’Impero è troppo lontana e la Chiesa di Roma è troppo vicina. Il crescente dissidio con i cinque papi che si succedettero al soglio di Pietro, le ribellioni dei feudatari tedeschi e dei comuni italiani, renderanno difficile il governo di Federico II, che si consuma tra accordi commerciali, scomuniche e scontri armati.

Alla sua morte, dopo un breve periodo di reggenza del figlio illegittimo Manfredi (che Dante colloca nel Purgatorio), sconfitto e ucciso nel 1266 nella battaglia di Benevento da Carlo I d’Angiò (cui il papa nel 1263 ha offerto la corona di Sicilia e i banchieri toscani i soldi) e la successiva disastrosa missione di Corradino, ultimo erede, sceso nella penisola nel 1267 e sconfitto a Tagliacozzo nel 1268 dallo stesso d’Angiò, l’Impero si allontana dall’Italia tra lo sconcerto di chi come Dante vedeva in quella istituzione universale (cfr. De Monarchia) l’unica garanzia  per una pace duratura. Per questo Dante sarà uno dei più entusiasti sostenitori nel 1310 della discesa in Italia di Arrigo VII di Lussemburgo (cfr. Epistola V, VI, VII) deciso a ricevere l’incoronazione imperiale a Roma. Dante nutriva grandi speranze nel suo tentativo di restaurazione imperiale, anche se poi esso fallirà per la morte improvvisa del sovrano a Buonconvento nel 1313.

La grande statua di Carlo I d’Angiò, opera di Arnolfo di Cambio, vero e proprio monumento onorario tra i più significativi del Medioevo, lo vede raffigurato con i simboli regali: la corona, che Carlo ricevette dalle mani del papa in San Giovanni in Laterano nel 1266, e lo scettro. Siede sulla sella curulis delle antiche magistrature romane a richiamare la nomina senatoria, che il papa gli aveva concesso, e il titolo vicariale. Capo del guelfismo in Italia, Dante lo include fra i principi negligenti nella valletta dell’Antipurgatorio.

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