Milano, 2024. Tra le vie della città, giovani artisti cercano di ritagliarsi uno spazio in un panorama che non si ferma mai. Tra residenze temporanee, bandi a scadenza e collaborazioni che durano il tempo di un progetto, la parola “stabilità” sembra quasi una chimera. Da una parte le grandi istituzioni, dall’altra gallerie indipendenti: un equilibrio fragile e in continua evoluzione. In mezzo, l’urgenza di mantenere viva una pratica artistica personale, senza perdere la rotta in un mare di incertezze.
Milano offre un panorama variegato per gli artisti emergenti, ma spesso le occasioni non si traducono in continuità. Il mondo dell’arte qui si compone di istituzioni pubbliche, fondazioni, spazi indipendenti e gallerie, ognuno con regole e ritmi propri. Per un giovane artista, orientarsi in questo contesto significa capire le dinamiche di ogni realtà. Molto spesso i percorsi sono fatti di tappe brevi: residenze di pochi mesi, bandi con scadenze strette, collaborazioni che nascono e finiscono in fretta.
Trovare una qualche forma di stabilità in questo sistema complesso è una vera impresa. Serve costruire una rete di rapporti solida, capire i ruoli di chi fa parte del gioco e pianificare tenendo conto delle inevitabili pause e incertezze. Nel frattempo, il sistema si trasforma: social media, piattaforme digitali e nuovi modi di farsi conoscere cambiano il modo in cui gli artisti si presentano e dialogano col pubblico. Saper integrare queste novità è ormai fondamentale per tenere viva la propria ricerca e allargare il proprio raggio d’azione.
Dopo gli studi all’Accademia di Brera, Denise Ceragioli ha scelto Milano per trovare uno spazio tutto suo dove lavorare. Dopo una lunga ricerca, fatta anche di compromessi, è riuscita a mettere le mani su uno studio che le ha permesso di iniziare davvero. Il passaggio dalla provincia toscana, legata a una tradizione rinascimentale, a Milano, città più internazionale e aperta, ha segnato un cambio profondo.
Anche il suo modo di fare arte si è evoluto nel tempo. Da una pittura figurativa con richiami divisionisti, Ceragioli ha spostato l’attenzione verso una ricerca materica usando la cera. Questo materiale, che lei chiama “un vero e proprio corpo”, ha imposto tempi e modi diversi, lasciando che fossero le sue caratteristiche a guidare il processo. Lavora la cera a caldo seguendone le reazioni e non forzandola.
Il confronto con altri professionisti è stato decisivo. In particolare, Marco Casentini l’ha aiutata a superare limiti che si era autoimposta, come l’attaccamento alla linea precisa. Ora collabora con il giovane curatore e storico dell’arte Davide Rui, un dialogo che le apre nuove prospettive sul lavoro e il futuro.
Uscire dall’università è un momento delicato e difficile. Per Ceragioli la sfida più grande è stata imparare a organizzare il proprio tempo senza l’ordine imposto da lezioni e corsi. All’inizio è stata una libertà che ha disorientato, ma poi si è rivelata preziosa.
Il lavoro su opere di grandi dimensioni l’ha assorbita completamente, portandola a rifugiarsi nello studio e dedicarsi solo alla pratica. Non ha vissuto questo passaggio come un trauma, ma come un momento di grande concentrazione. Costruire il proprio ritmo significa anche saper accettare gli errori e capire quali lavori tenere e quali invece lasciare andare.
Ceragioli guarda con occhio critico il sistema dell’arte contemporanea, spesso troppo gerarchico e strutturato. La difficoltà per i giovani sta nell’incastro tra le esigenze pratiche del sistema e il bisogno di tempo per una ricerca autentica, che non può essere forzata o accelerata. Grazie a un lavoro stabile che sostiene la sua attività artistica, oggi può sperimentare senza pressioni, una condizione che molti suoi coetanei trovano difficile da raggiungere.
Dagli incontri con altri artisti e dalle aperture di mostre in città, Ceragioli nota una tendenza verso un linguaggio più semplice e diretto. Molti lavori puntano su messaggi immediati, con un’estetica pop e storie facili da capire. Secondo lei, questo rischia di appiattire il valore culturale e di perdere la profondità del rapporto con la storia dell’arte o con le fonti di ispirazione.
Pur riconoscendo la qualità tecnica di molte opere, lamenta una certa mancanza di originalità e di tensione che vada oltre la superficie. Questo tipo di arte la coinvolge poco.
Tra le gallerie italiane che segue con interesse ci sono Lia Rumma, Kaufmann Repetto e Francesca Minini. Tiene d’occhio anche spazi internazionali, visto che il suo lavoro, non figurativo, si muove in circuiti di ricerca meno legati alla tradizione italiana.
Da circa un anno, Ceragioli ha cominciato a introdurre la carta accanto alla cera, che per lungo tempo è stata il centro della sua ricerca. Il cambiamento è nato dal desiderio di esplorare il tema del bianco, nato dopo aver coperto un’opera con cera bianca, quasi a seppellirla.
La serie “Ho cercato nella neve un’ombra color madreperla” racconta questa riflessione, con tre piccoli quadri in cui la cera è applicata in modi diversi: sulla superficie frontale, sul bordo, o completamente. Sono un’indagine sulle sfumature del bianco e sulla lucentezza della cera.
La carta diventa così un materiale parallelo, con una tensione materica simile. Nel lavoro su carta, l’artista interviene in modo delicato, quasi negativo, senza alterare la purezza del supporto, con piccole “pizzicature” sulla superficie. Per Ceragioli, l’uso della carta non è un cambio di rotta, ma un’estensione naturale della sua ricerca, un dialogo tra diverse materie.
Da due anni Ceragioli porta avanti la serie “Sussurrami all’orecchio l’ultimo fiato prima del sonno”, sempre realizzata in cera. Contemporaneamente lavora a un progetto inedito su carta di grandi dimensioni, ancora da mostrare nella sua interezza.
Tra gli incontri chiave della sua esperienza a Milano, ricorda con particolare affetto quelli con Elena El Asmar e Luca Pancrazzi, conosciuti grazie a un tirocinio organizzato dall’Accademia con il supporto di Marco Cingolani. Entrambi hanno rappresentato un punto di riferimento importante, non solo sul piano artistico ma anche umano e professionale. Il valore di questo rapporto emerge chiaramente nella sua tesi di laurea, dedicata proprio al lavoro di Elena El Asmar.
Milano, con i suoi spazi e le sue continue trasformazioni, resta così un terreno dove un giovane artista deve saper bilanciare ricerca, tempo, relazioni e pratica. Il percorso di Ceragioli ne è una testimonianza concreta, mostrando insieme le difficoltà e le opportunità di un sistema dinamico, complesso ma ricco di stimoli.
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