L’odio è un virus che corre veloce, dice qualcuno. E in Calabria, terra sospesa tra bellezza e abbandono, la compagnia Motus lo mette a nudo, senza filtri. Partendo da Mary Shelley e dal suo Frankenstein — non come una favola gotica, ma come uno specchio deformato della nostra realtà — il loro nuovo progetto va oltre il teatro tradizionale. Non è solo racconto, è un’esperienza che attraversa cinema, performance, spazi pubblici e corpi reali. Un viaggio intenso che immerge lo spettatore in un presente incerto, dove le contraddizioni si scontrano e l’odio prende forme inaspettate.
Il lavoro su [ÒDIO] è iniziato nel 2022, partendo da un’attenta analisi del romanzo scritto da Mary Shelley a soli diciotto anni. Daniela Nicolò, che guida Motus insieme a Enrico Casagrande da più di trent’anni, racconta come il progetto non sia una semplice trasposizione, ma un’indagine profonda sul tema della non conformità e sulla ribellione che ne nasce.
L’attenzione si concentra su ciò che il testo scatena: persone che si allontanano, conflitti nati tra amore e rifiuto. Nel primo lavoro, questa tensione dominava la scena, focalizzandosi su Shelley, la creatura e il creatore. Ora, con [ÒDIO], la creatura si trasforma da figura passionale a simbolo di brutalità e rifiuto. Da qui nasce la base per esplorare il sentimento che dà il nome al progetto.
[ÒDIO] non è solo teatro e nemmeno solo cinema. Motus lo definisce un “film performato”, un’opera ibrida che fonde cinema e teatro in modo originale. Le riprese, fatte in Calabria nel 2025, sono il punto di partenza per la parte scenica.
La compagnia ha scelto un metodo non convenzionale: prima hanno raccolto immagini in luoghi ben precisi, senza una sceneggiatura rigida, ma seguendo una traccia di tipo situazionista. Dopo il montaggio, la scena teatrale è stata scritta sopra le immagini, creando una narrazione frammentata e a più voci. Motus parla di uno “spettacolo Frankenstein”: una storia smontata e rimontata, proiettata su più schermi, a imitare la disgregazione e la ricomposizione del corpo della creatura.
Il paesaggio scelto riflette questa spaccatura: via i ghiacci artici del romanzo, dentro ambienti aridi segnati da incendi, guerre e droni che sorvolano. Il mare non è più solo sfondo, ma una presenza attiva che accoglie o respinge, incarnando le contraddizioni di un tempo instabile e violento.
Accanto alla performance, c’è un lavoro documentario altrettanto importante. Motus ha raccolto interviste con adolescenti e giovani di contesti diversi: scuole, centri di accoglienza, spazi culturali. Nessun casting, solo incontri veri per capire come si vive e si percepisce l’odio oggi.
Daniela Nicolò spiega che a tutti è stato chiesto di rispondere a una serie di domande nate dall’osservazione del presente e dai temi del romanzo di Shelley. Le voci raccolte spezzano ogni racconto semplice sull’odio, mostrando un forte bisogno di ascolto e dialogo, spesso con risultati inaspettati. Racconti di violenza si intrecciano a sentimenti di amore e generosità che, contro ogni previsione, emergono con forza.
Questa parte del progetto coglie l’odio nella sua complessità. Le parole dei giovani, a volte fragili altre decise, mostrano come questo sentimento sia legato a potere, appartenenza e marginalità.
Motus non cerca risposte facili. L’idea è lasciare aperta una riflessione profonda. Citando la teorica Seyda Kurt, Daniela Nicolò sottolinea l’importanza di domandarsi: “chi odia? perché? in che contesti di potere?” [ÒDIO] prova a leggere l’odio non solo come distruzione, ma anche come forma di reazione e trasformazione.
La creatura di Frankenstein diventa così una figura politica: il suo odio nasce dal rifiuto e dalla violenza subita “dal basso”. Una realtà che parla alle sofferenze e alle ribellioni di molti oggi, dalla marginalità sociale alle difficoltà emotive delle nuove generazioni. Amore, violenza, emarginazione e sopraffazione convivono in questa creatura, simbolo potente di una società complessa e in conflitto.
Mentre [ÒDIO] continua a prendere forma, Motus guarda già ai prossimi appuntamenti. Il collettivo sarà alla Biennale Teatro di Venezia il 17 e 18 giugno 2025 con aka Jolly Roger, scritto dalla giovane drammaturga Bruna Bonanno. Al centro c’è la bandiera pirata, metafora di comunità in lotta e di confronto sulle condizioni per un’azione rivoluzionaria.
Il testo spazia tra riferimenti storici e attuali, dal Manifesto di Ventotene alle radio libere fino all’attivismo contemporaneo. Un altro passo nella costruzione di un teatro come organismo vivente, dove arte e politica si incontrano davvero.
Motus sottolinea l’importanza di mantenere viva la diversità e l’informalità negli spazi delle arti performative. Programmi come Supernova e Casa Motus nascono proprio per sostenere la ricerca e creare spazi di incontro aperti a linguaggi innovativi e comunità spesso trascurate.
Con [ÒDIO] Motus propone un’opera che rifiuta le semplificazioni, abbracciando la complessità e la contraddizione. La creatura di Frankenstein non si addomestica, resta sospesa tra amore e violenza, desiderio e rifiuto. Restare in queste tensioni, senza smussarle, è la chiave di un lavoro che vuole raccontare il presente con sincerità e provocazione.
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