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Roma, allarme muffa alla Galleria Nazionale: l’opera di Pino Pascali in grave degrado

Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, l’installazione “32 metri quadrati di mare circa” di Pino Pascali si sta spegnendo sotto una coltre di muffa e polvere. Il blu intenso, una volta capace di evocare l’infinito del mare, è ora offuscato da una patina di degrado che colpisce subito lo sguardo. Non è solo il tempo a lasciare il segno, ma una trascuratezza che fa male, perché qui si perde molto più del colore: si perde l’anima stessa dell’opera.

Pino Pascali, artista pugliese scomparso prematuramente nel 1968, aveva trasformato quello spazio in un riferimento imprescindibile per l’arte contemporanea italiana. Oggi, invece, l’installazione sembra un relitto abbandonato, vittima di una manutenzione assente e di un’attenzione mancata. Un danno che scuote non soltanto la memoria artistica, ma anche il tessuto culturale che quel “mare” avrebbe dovuto custodire.

L’opera sotto attacco: dettagli di un degrado inquietante

L’installazione originale, con le sue superfici dipinte di blu e i materiali che richiamano il mare, oggi è invasa da muffa diffusa e da insetti, segni evidenti di un deterioramento esteso. Questi elementi non minano solo la struttura fisica: cancellano l’essenza stessa del lavoro di Pascali. Quel blu che evocava la vastità marina è diventato uno sfondo malsano, dove la natura si impone in modo negativo, senza alcuna valenza poetica.

Non è accettabile che un’opera di questa importanza resti senza pulizia o protezione. Un controllo costante e interventi conservativi regolari sono indispensabili per prevenire questo tipo di danni. La muffa non è un dettaglio da poco: aggredisce i materiali, ne altera la chimica e cambia profondamente l’esperienza visiva. Sul piano culturale e storico, il rischio è di perdere qualcosa di prezioso, forse per sempre.

L’atteggiamento della GNAMC, quasi rassegnato, sembra lasciare l’opera a se stessa, come se fosse un oggetto qualunque e non un capolavoro che ha segnato la storia dell’arte italiana del Novecento. Un’opera che ha rappresentato un punto di svolta nella sperimentazione artistica e che ora appare ridotta a un relitto dimenticato.

Il fraintendimento dei visitatori: arte o degrado?

Ironia della sorte, questa incuria ha portato a un equivoco tra il pubblico. Molti visitatori, meno informati, vedono nella muffa e nel decadimento un messaggio artistico. In un’epoca in cui l’emergenza ambientale è al centro del dibattito, non è raro che si pensi che l’opera voglia denunciare la rovina del mare. Un’interpretazione suggestiva, ma totalmente sbagliata: si tratta semplicemente di un grave caso di trascuratezza.

Pascali aveva sì lavorato su temi legati alla natura e ai processi vitali, come nella serie “Muffe”, ma non avrebbe mai voluto che il suo “mare” fosse lasciato a marcire in questo modo. Se potesse vedere oggi quello che è successo, probabilmente lo guarderebbe con la sua ironia tagliente, ma di certo non lo avrebbe voluto così.

Questa confusione non può certo giustificare l’incuria. Il degrado che si vede oggi è una falla grave nel rispetto delle regole conservazionistiche che un museo deve garantire. La differenza tra un’intenzione artistica e un danno materiale è netta. Chi gestisce queste opere ha il dovere di mantenere alta la guardia.

Il peso della negligenza: un patrimonio a rischio

Quanto accaduto alla GNAMC è un campanello d’allarme su cosa succede quando manca il rigore nella cura delle opere. Un’installazione complessa come quella di Pascali richiede competenze specifiche e risorse adeguate. Monitoraggio ambientale, pulizie mirate, lotta agli agenti biologici sono passaggi fondamentali per salvaguardare il nostro patrimonio.

Il disinteresse o l’incapacità di intervenire in modo risolutivo espongono un museo di primo piano al rischio di perdere pezzi insostituibili della memoria artistica. Le istituzioni non possono limitarsi a mettere in mostra le opere: devono anche prendersene cura, prevenendo danni e mantenendo la credibilità verso il pubblico e la comunità scientifica.

Ora serve un intervento urgente e puntuale sul “mare” di Pascali, per riportarlo alle condizioni originarie, non solo nell’aspetto ma anche nel suo significato profondo. Solo così potrà tornare a raccontare la sua storia senza macchie di degrado.

Il patrimonio artistico contemporaneo custodito a Roma ha bisogno di nuove strategie per la tutela e la conservazione. Senza un impegno serio, i capolavori rischiano di trasformarsi in testimonianze rovinate dalla negligenza.

Redazione

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