Ogni giorno passiamo ore davanti a uno schermo, come se fosse una finestra su un altro mondo. Francesco Casetti, esperto di cinema e media, parte da qui per svelare un fenomeno che ci riguarda tutti. Non si tratta più solo di televisori o smartphone: gli schermi sono diventati spazi in cui abitiamo, pensiamo, perfino ci proteggiamo. Nel suo nuovo libro, Schermare le paure, Casetti spiega come queste superfici luminose fungano da scudi contro l’incertezza e la paura che ci circondano. Dal fascino inquietante delle antiche fantasmagorie alle tecnologie digitali di oggi, il suo racconto ci guida lungo un viaggio sorprendente attraverso le immagini che plasmano il nostro modo di sentire e di reagire al mondo.
Il racconto di Casetti parte dalla fine dell’Ottocento, con la fantasmagoria: uno spettacolo che proiettava immagini di fantasmi e figure spettrali. A Parigi, in un’epoca segnata dalla violenza della Rivoluzione e dal Terrore, assistere a quelle visioni era quasi un modo per esorcizzare la paura. Il pubblico poteva confrontarsi con il terrore stando comodo in una sala, lontano dal caos delle strade. La fantasmagoria usava lampi, vento finto e suoni per coinvolgere, ma teneva sempre a distanza il reale.
Con l’arrivo del cinema, quel senso di protezione si è trasformato in comfort tangibile. Nei primi decenni del Novecento, i cinema offrivano aria fresca, servizi igienici puliti e ambienti controllati. Erano rifugi per chi voleva fuggire dal caldo, dallo smog e dal disagio della città. Casetti racconta che persino i medici dell’epoca raccomandavano il cinema come luogo dove respirare aria più pulita rispetto alle metropoli inquinate, come Chicago. Insomma, il cinema era molto più di uno svago: era un riparo dalle insidie della vita moderna.
Il salto più grande, oggi, è rappresentato dagli schermi digitali e dalla loro funzione durante la pandemia. Nei mesi di lockdown, piattaforme come Zoom sono diventate il modo principale per restare in contatto, senza rischiare il contagio. Attraverso uno schermo, si seguivano eventi sportivi, messe, concerti, senza muoversi da casa. Quel piccolo schermo si è trasformato in una barriera protettiva, uno scudo contro il pericolo invisibile del virus.
Casetti mette in luce come, in Occidente, la modernità abbia imparato a convivere con un mondo percepito come minaccioso non tanto affrontandolo direttamente, quanto costruendo dispositivi di sicurezza. Schermi di ieri e di oggi condividono questa funzione: filtrare la realtà per renderla meno dura. Ma c’è un rovescio della medaglia: se la protezione diventa troppa, rischia di anestetizzare, di farci perdere il contatto vero con il rischio e con la vita.
Uno dei punti più forti del libro è proprio la critica all’iperprotezione che gli schermi possono creare. I media e le tecnologie digitali ci offrono una sicurezza continua, ci rassicurano, ma a volte sterilizzano la realtà. Chi evita ogni rischio finisce per non imparare a gestirlo, vivendo in una sorta di bolla. Oggi i dispositivi misurano battito, suggeriscono esercizi, offrono compagnia virtuale: sembrano prendersi cura di noi, ma in realtà costruiscono un’illusione di controllo.
Casetti usa un’immagine chiara: chiudere una finestra per fermare il vento non basta, prima o poi il vento la scardinerà. L’eccesso di protezione rischia di farci perdere resilienza, quella capacità di resistere e ripartire che è fondamentale per ognuno di noi e per la società. In un mondo sempre più dipendente da schermi e dispositivi digitali, questo è un tema che non possiamo ignorare.
Per Casetti, chi crea immagini per gli schermi ha una responsabilità enorme. Non si tratta solo di evitare shock improvvisi, ma di aiutare lo spettatore a diventare più consapevole, a trovare il coraggio di affrontare la realtà. La vera protezione, dice, è quella che fa crescere, non quella che imprigiona in una falsa sicurezza.
Il professore di Yale è critico anche verso le tecnologie di realtà aumentata e immersiva. Le definisce quasi una “truffa”: promettono un’immersione totale, ma in realtà allontanano dalla vita vera. Camminare per strada, vivere la città, resta l’esperienza più autentica, ben più di qualsiasi simulazione digitale.
Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, la riflessione di Casetti si arricchisce. Insieme a esperti di informatica della Yale University, ha studiato le potenzialità e i rischi di queste tecnologie, sempre più presenti nella nostra quotidianità. Molti chatbot e app sono pensati per aiutare, curare o intrattenere, ma allo stesso tempo raccolgono una montagna di dati personali.
Questa doppia faccia – da una parte assistenza, dall’altra controllo – rappresenta una sfida delicata per il futuro dei media digitali. Il lavoro di Casetti ci aiuta a capire non solo come viviamo gli schermi oggi, ma anche come potremmo abitarli domani, in bilico tra protezione, paura e possibilità di crescita.
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