«La danza non muore mai», diceva una vecchia insegnante di ballo. A Lugano, dall’11 al 14 giugno 2024, questa convinzione ha preso vita in un progetto che va oltre il semplice spettacolo. Il Lugano Dance Project ha messo in scena un dialogo intenso tra passato e presente, tra memoria e creazione. Tra performance vibranti, incontri appassionati e documentari, si è cercato di capire come un’arte così effimera possa raccontare storie antiche senza sciogliersi nel tempo. Dietro tutto questo, il lavoro di Carmelo Rifici, Michel Gagnon e Lorenzo Conti ha guidato una riflessione profonda: la danza come patrimonio vivo, capace di attraversare generazioni e continuare a parlare, più forte che mai.
Il Lugano Dance Project non è solo un festival di spettacoli. È un insieme di eventi e attività che si intrecciano come una rete. Performance, coreografie, conferenze aperte, tavole rotonde, proiezioni di documentari e laboratori si alternano, arrivando persino a un brunch condiviso, trasformato in un momento di scambio culturale. L’obiettivo è chiaro: capire cosa significa trasmettere un’eredità artistica in un’arte che vive solo nell’istante in cui si manifesta.
Gli organizzatori hanno messo al centro temi come l’etnocoreografia, la memoria storica e il dialogo tra passato e presente. Questa terza edizione, che gli stessi ideatori definiscono l’ultima, ha costruito un percorso articolato coinvolgendo artisti internazionali, capaci di affrontare il tema da punti di vista molto diversi. Da un lato, la riproposizione di spettacoli storici; dall’altro, creazioni originali che vedono la memoria come materia fluida e in continua trasformazione.
Tra i momenti più attesi del Lugano Dance Project 2024 c’è stata la riproposizione di Kontakthof, capolavoro del 1978 firmato da Pina Bausch, icona indiscussa del teatro-danza mondiale. Questa versione è stata curata da Meryl Tankard, interprete originale australiana, che ha riunito alcuni danzatori di quel periodo. Non si è trattato di un semplice rifacimento, ma di una reinterpretazione profonda e consapevole, portata in scena da artisti tra i 73 e gli 80 anni.
I video in bianco e nero dello spettacolo originale sono stati proiettati con delicatezza sullo sfondo, creando un dialogo tra immagine e corpo. Il ballo a coppie, uno dei momenti più toccanti, si è trasformato in duetti con presenze invisibili, metafora intensa dell’assenza e di una memoria che vive oltre il tempo. Kontakthof Echoes of ’78 non è solo nostalgia: è un invito a riprendere in mano l’eredità di Pina Bausch, richiamandone la visione e il potente messaggio artistico.
La memoria è stata affrontata in modo originale dal coreografo statunitense Trajal Harrell e dalla danzatrice ticinese Camilla Parini. Harrell, vincitore del Leone d’Argento nel 2024, ha presentato Music Music Histoire du Théâtre VII, un assolo che racconta episodi della sua vita, un viaggio nel passato artistico fatto con leggerezza e ironia.
Un dettaglio particolare: agli spettatori è stato chiesto di guardare un video sul proprio smartphone prima dello spettacolo, stimoli che poi hanno influenzato il movimento successivo. Il corpo diventa così interattivo, ispirato a materiali raccolti e rimescolati in una sorta di “playlist” personale. Gesti pieni di humour e accessibilità, che spingono a riflettere sul rapporto tra arte ed esperienza vissuta.
Camilla Parini, invece, ha scelto per Je Suisse una forma più intima, quasi privata, di teatro-danza. Lo spettacolo si svolge in spazi raccolti, con pochi spettatori alla volta immersi in un salotto domestico, tra fotografie, un televisore d’epoca e la presenza inquietante di un orso bianco. Un rito delicato di ricordo che solleva domande sulla nostra reale conoscenza delle radici e sul ruolo di questa consapevolezza nel definire chi siamo oggi.
Il 13 giugno è stato il giorno dedicato al coreografo libanese Omar Rajeh, che ha costruito un evento ricco di stimoli e dialoghi. Si è iniziato con un brunch a base di specialità libanesi, un momento conviviale che ha aperto alla scoperta culturale. Poi è andato in scena Soul Power, un’esplosione di hip hop urgente e coinvolgente con il danzatore tunisino Hamdi Dridi.
Lo spettacolo ha più volte invitato il pubblico a partecipare, rompendo le barriere tra chi guarda e chi danza, richiamando un’antica memoria corporea fatta di ritmo e sensazioni condivise. Nel programma anche Prelude to Violence, duo di Ghida Hachico che rappresenta la violenza e la sua memoria incerta attraverso il racconto della guerra tra scimpanzé documentata da Jane Goodall negli anni ’70.
A chiudere la giornata, il progetto Dance People ha trasformato la piazza davanti al LAC in uno spazio aperto, dove dieci danzatori guidati da Rajeh hanno proposto una coreografia collettiva ispirata ai principi di democrazia e confronto pubblico. Un invito a vedere la danza come pratica sociale e politica, capace di mettere in connessione le persone attraverso il movimento.
La chiusura del Lugano Dance Project ha visto la prima mondiale di White Space, nuova creazione di Kyle Abraham e della sua compagnia A.I.M. L’opera unisce danza classica e hip hop in un intreccio raffinato, accompagnato dalla musica dal vivo di Jason Moran e Nico Muhly al pianoforte.
Un lavoro elegante, con una scenografia luminosa che ricorda le atmosfere delle tele di Rothko. Elementi semplici, come palloncini e neve, diventano simboli di una sobria intensità. Undici danzatori, con precisione e stupore, danno vita a una partitura che fonde radici classiche e ritmo contemporaneo, lanciando un messaggio sull’eredità e la sua continua riscrittura attraverso la performance.
L’edizione 2024 del Lugano Dance Project si è così chiusa lasciando un segno: una riflessione e una celebrazione della danza come ponte tra generazioni e culture, figlia della memoria e custode di nuove strade per esprimersi.
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