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Gabriella Rebello Kolandra: il Sud come chiave critica nella curatela contemporanea italiana

Nata tra le vivaci strade di Rio de Janeiro e le calli di Venezia, Gabriella Rebello Kolandra ha costruito la sua vita e il suo lavoro attraversando continenti e culture. Oggi vive a Milano, ma il suo percorso non si misura solo in chilometri: il movimento, più che un fatto geografico, è una lente attraverso cui interpreta le arti contemporanee. Curatrice e pensatrice, intreccia architettura, arti visive e curatela in un dialogo che sfida le gerarchie tradizionali. A guidarla c’è una convinzione chiara: il linguaggio, pur essendo lo strumento fondamentale per comunicare, è anche un campo di battaglia dove significati e interpretazioni si scontrano.

Brasilianità ed europeità: le radici di un percorso

Tutto nasce dal suo percorso accademico in Brasile, dove studia architettura e urbanistica in una università pubblica di Rio de Janeiro. Uno scambio con l’Università Iuav di Venezia segna una svolta decisiva: qui si rende conto che il suo interesse per l’architettura va ben oltre i confini della disciplina e si apre all’arte in tutte le sue forme. Il lavoro finale di laurea, che si discosta dal modernismo dominante nella scuola brasiliana, è il primo passo verso un percorso curatoriale che mette al centro processi e relazioni. Il trasferimento a Milano nel 2019, grazie a una borsa di studio internazionale, rafforza questa impostazione, inserendola in un contesto istituzionale e di ricerca di portata europea.

Curatela e linguaggio: tra limiti e possibilità

Kolandra non si accontenta di letture semplicistiche né segue la logica del mercato dell’arte che spesso legittima solo ciò che è più commerciale. Il suo lavoro punta sulle condizioni materiali e relazionali della produzione artistica, vedendo nell’opera uno spazio di tensione e apertura. Il linguaggio non è uno strumento neutro, ma un terreno dove si intrecciano possibilità e fraintendimenti. Le sue mostre e i suoi progetti si muovono lungo margini disciplinari, valorizzando pratiche emergenti e ricerche che attraversano territori instabili e complessi. Nelle sue curatele più recenti, invece di cercare di risolvere gli attriti tra linguaggi e contesti, li accoglie come elementi necessari e produttivi.

Platea a Lodi: il dislocamento al centro del dialogo

Nel 2025 Kolandra viene chiamata a curare il programma annuale di Platea, uno spazio non profit dedicato alle giovani pratiche artistiche nel cuore di Lodi. Il tema scelto, “Nine out of ten movie stars make me cry”, nasce da un’indagine profonda sulla condizione di dislocamento degli artisti coinvolti e sul modo in cui si fruisce l’arte contemporanea. Oltre a Moscardini, che l’ha invitata, partecipano Ulyana Nevzorova, Rebeca Pak, Vashish Soobah e Marvin Gabriele Nwachukwu. Il titolo richiama un brano di Caetano Veloso del 1972, scritto durante il suo esilio a Londra, un omaggio a quell’esperienza di marginalità e attraversamento che fa da sfondo a molte delle opere in mostra.

Premio Meridiana: il Sud globale in una nuova chiave

Nel 2026 la vittoria del Premio Meridiana del Museo Madre di Napoli segna un nuovo traguardo per Kolandra. Il progetto “Santa do pau oco” mette insieme tre artiste di generazioni diverse: Clarissa Baldassarri, Maria Luce Cacciaguerra e Anna Maria Maiolino. La mostra ribalta l’idea tradizionale di Sud, trasformandola in una categoria critica che mette in relazione il Mediterraneo con l’America Latina, toccando temi come le eredità coloniali e le pratiche artistiche contemporanee. Il titolo, preso da un’espressione popolare brasiliana che indica statue nascoste e doppie nature, evoca l’ambivalenza dei lavori esposti e il loro interesse per i limiti del linguaggio e della percezione. L’intero progetto si basa su una riflessione che unisce memoria storica, corpo e linguaggio, disegnando un Sud come spazio globale di tensioni e incroci vitali.

Curatela come pratica politica e interdisciplinare

Gabriella Rebello Kolandra definisce la sua curatela come una pratica situata e politica, che punta a costruire contesti di supporto per pratiche artistiche fuori dalle logiche di mercato. Il suo lavoro dà valore ai processi e alle condizioni materiali più che alla semplice organizzazione di eventi espositivi. Nelle relazioni con artisti, pubblico e istituzioni, Kolandra lavora per mantenere vive le frizioni tra linguaggi e contesti, considerandole fonte di nuove idee e pratiche. L’allestimento diventa così un terreno interdisciplinare e critico, dove le differenze non si appianano ma si trasformano in tensioni produttive. Un approccio che nasce dall’esperienza accademica e personale di chi ha attraversato culture e confini.

Redazione

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