«Parlava poco, ma vedeva tutto.» È questa la prima impressione che lascia Pericle Guaglianone, critico d’arte dallo sguardo felino e la scrittura sottile. Quegli occhi, enigmatici e sornioni, sembravano osservare il mondo con la calma di chi ha solcato mari lontani, ma anche con la meraviglia di chi lo incontra per la prima volta. Camminava tra le gallerie di Roma come un flâneur moderno, attento a ogni dettaglio, capace di smontare un’opera e ricomporla, parola dopo parola, nei suoi testi affilati come bisturi. Non si limitava a recensire: raccontava, con grazia e misura, la vita nascosta dietro colori e forme. I suoi scritti, veri e propri elzeviri, riflettevano una delicatezza rara, un’eleganza che sfuggiva all’ovvio.
Pericle Guaglianone era il ritratto del critico d’arte di un’epoca ormai lontana. Dandy senza esagerazioni, flâneur mai snob, attraversava le gallerie senza bisogno di mettersi in mostra o di ostentare. Non era mai preso dall’ansia di apparire, né si lasciava trascinare dal clamore del momento. Aveva quella calma aristocratica di chi non deve inseguire nessuna moda. La sua scrittura rifletteva questo atteggiamento: equilibrata, misurata, a tratti pungente, con la stessa eleganza di nomi storici come Francesco Vincitorio, Vito Apuleo e Dario Micacchi, colonne della critica sulle pagine culturali dei principali quotidiani italiani.
Parlava in un tempo in cui il confronto culturale si faceva su carta, lontano dalla rapidità di internet e dei social. I suoi elzeviri erano piccoli gioielli di precisione e cura, espressione di un’opinione forte ma mai gridata. Un’eredità di stile che si è persa nel caos delle nuove forme di comunicazione, e che Pericle portava avanti senza compromessi. Non cercava il clamore, ma l’essenza di un’opera, raccontandola con rigore, senza farsi prendere dalla fretta.
Pericle era lontano anni luce dai curatori militanti o dai critici in cerca di visibilità a tutti i costi. Il suo ruolo era quello dell’osservatore partecipe, che attraverso lo sguardo e la parola – soprattutto scritta – costruiva analisi limpide e precise. Alle inaugurazioni, spesso sorrideva ammettendo la sua natura pigra, senza alcuna iperattività, con una punta di autoironia che lo avvicinava a Ennio Flaiano.
Come Flaiano, Pericle non amava perdersi in chiacchiere inutili. La sua scrittura era essenziale, ma allo stesso tempo puntuale. Non tollerava sovrastrutture o discorsi vuoti, puntava solo alla sostanza. Anche Flaiano aveva detto, in un’intervista del 2024 a Ottavio Rosati, che scrivere è un lavoro duro, non un talento innato facile da usare. Quelle parole, così vicine a quelle di Pericle, sono una chiave importante per capire la filosofia di vita e di lavoro di Guaglianone: una critica nata dal profondo rispetto per l’arte, senza inutili esibizioni.
La morte di Pericle Guaglianone, avvolto dal mare di Torvaianica, richiama un destino simile a quello di un altro grande talento nascosto, Sergio Atzeni, sardo come lui e morto nel mare di San Pietro. Non è certo se i due si conoscessero, ma i parallelismi sono sorprendenti.
Entrambi evitavano il clamore dei salotti mondani e le mode dell’arte fatta per i riflettori. Erano narratori riservati, capaci di scavare nei dettagli con una scrittura chiara e diretta. Atzeni, con opere come «Il figlio di Bakunin» e «L’apologo del giudice bandito» , edite da Sellerio, ha raccontato storie fortemente legate al territorio e all’identità sarda, con uno stile immediato e incisivo. Allo stesso modo Guaglianone, con i suoi articoli, ha tracciato un profilo chiaro e rigoroso, riscoprendo l’arte con un linguaggio che fissa immagini e sensazioni senza mai perdere la sobrietà.
Pericle resta quindi un gigante silenzioso della critica, la cui penna ha lasciato un segno profondo nella cultura italiana, pur restando appartata, lontana dal rumore e dalla spettacolarizzazione che oggi dominano. Un modello raro e prezioso per chi cerca l’autenticità della parola raccontata attraverso l’arte.
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