Entrando nello Spazio Veda di Milano, ti colpisce subito qualcosa che sfida lo sguardo abituato. Paraselene, la mostra di Nancy Lupo, prende il nome da un fenomeno raro: un alone lunare che moltiplica la luna, creando riflessi e doppi stranianti. Nancy, nata a Flagstaff nel 1983, non vuole regalarti un’immagine chiara e definitiva. Piuttosto, ti invita a perderti in quella zona ambigua dove il reale si sgretola, si piega e si trasforma in qualcosa di nuovo, instabile, sorprendente. La luce e l’ombra si rincorrono, creando un equilibrio precario che mette in discussione ogni certezza.
Il percorso di Nancy Lupo nasce da una riflessione sulla percezione e sul modo in cui interpretiamo il mondo. Paraselene non è un enigma da risolvere, ma un invito a vivere l’opera come uno spazio di passaggio. Nel testo critico firmato da Alan Longino, si capisce subito una cosa: non conta tanto cosa l’opera “dice”, ma quello che riesce a “fare”, soprattutto nel coinvolgere chi la osserva. Non si tratta di trovare un senso unico e stabile, ma di lasciar emergere relazioni complesse e tensioni inaspettate.
L’idea si rafforza con il richiamo al gioco Magic, dove “lanciare Paraselene” significa rompere incantesimi, mettere in discussione convinzioni automatiche e schemi rigidi che usiamo per far ordine nel mondo. Il lavoro di Lupo invita a sospendere le certezze di sempre e ad aprirsi a un modo più fluido di conoscere, fatto di pause, spostamenti e verità parziali, sempre sfuggenti.
Longino costruisce la sua analisi come una serie di passi graduali: l’arte di Lupo non si svela subito, ma si lascia scoprire piano piano, attraverso un gioco continuo di tensione e rilassamento, ambiguità e piccoli inganni.
Le opere in mostra a Milano giocano su diversi piani e materiali: grandi sfere che sembrano corpi celesti, elementi in movimento sospesi nell’aria, video e oggetti di uso comune trasformati in misteriose presenze. Lupo evita la monumentalità: le sue forme sono in continuo divenire, mai fisse, mai simboli da decifrare una volta per tutte. Piuttosto, sono dispositivi che scombussolano la percezione, cambiando il modo in cui ci muoviamo e guardiamo.
Longino sottolinea come ricorrano lettere, fori, allitterazioni e suoni che diventano metafore di aperture e passaggi. Il nome dell’artista, Lupo, insieme a loophole – cioè “scappatoia” – crea un immaginario fatto di circolarità, vuoti, aperture e nodi, che si riflette nelle forme traforate delle installazioni. Così l’opera si muove su un terreno instabile, oscillando tra ciò che si capisce e ciò che resta misterioso.
Paraselene definisce uno spazio sospeso, a metà strada tra la vita quotidiana degli oggetti e la loro trasformazione in apparizioni capaci di sorprendere e disorientare. Il testo ricorda anche episodi curiosi, come la reazione di un visitatore a Hiroshima, sorpreso e persino irritato da una parte dell’installazione. Sono racconti che non fanno solo atmosfera, ma aiutano a capire quanto l’opera sia mutevole e viva.
Secondo Longino, il lavoro di Lupo è un “ponte intermedio” dove flessibilità e tensione convivono. Ogni elemento sta tra uso e apparenza, significato e spostamento. Le aperture e i fori diventano scorci verso altri mondi, trasformando il percorso in uno spazio attraversabile e fragile. L’opera si mette in gioco con chi la guarda, pronta a farsi toccare, fraintendere o sorprendere, intrecciando percezione, comportamento e linguaggio.
Paraselene è una sfida per chi guarda: lasciare da parte interpretazioni facili e rassicuranti. La mostra allo Spazio Veda non impone risposte né si perde in una vaga indeterminatezza. Lupo esplora quella tensione sottile tra il senso che si dissolve e la presenza viva degli oggetti nello spazio e nella memoria.
Le opere si mostrano in continuo movimento, capaci di restare senza offrire certezze. Fino al 4 luglio 2026, questa personale invita a mettere da parte le illusioni consolidate e ad affrontare ciò che resta quando la realtà prende forme inattese e i misteri diventano visibili.
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