Nel cuore del 2026, l’Italia torna a sorprendere con scoperte archeologiche che catturano l’attenzione di studiosi e appassionati. A Oderzo, splendidi mosaici paleocristiani emergono dal passato, mentre nei pressi di Roma, antiche botteghe artigianali rivelano dettagli di una vita quotidiana dimenticata. Nel mare Ionio, un relitto sommerso racconta storie di navigazioni lontane. Ma non è tutto: in Messico, una città maya riappare dopo secoli di silenzio, nascosta nella fitta giungla. Questi ritrovamenti, sparsi tra terre e mari, svelano un passato vivo, fatto di scambi, culture e riti che continuano a parlare anche oggi.
A Oderzo, in provincia di Treviso, sotto l’ex pescheria è tornato alla luce un complesso paleocristiano con un grande mosaico colorato che copre quasi tutta la pavimentazione, lunga 15 metri e larga 30. Probabilmente si tratta della prima chiesa cristiana della città veneta. I motivi decorativi sono raffinati: ottagoni intrecciati nella navata centrale, nodi doppi a colori alternati e motivi floreali come edera e “pale di mulino”. Gli scavi, guidati dalla Soprintendenza Archeologia per Padova, Treviso e Belluno, hanno anche rivelato imponenti murature e quattro tombe legate all’area sacra. Accanto alla basilica, è stata trovata una piccola fornace e un deposito con tessere musive, frammenti di marmo, vetri e metalli, segni di produzioni artigianali. Le ricerche continueranno per ampliare la conoscenza del sito e approfondire la vita religiosa e sociale di Oderzo in epoca paleocristiana.
Al largo della costa ionica calabrese, durante uno studio preliminare per un impianto eolico offshore, è stato individuato un relitto con oltre 300 anfore ben conservate, datate tra il V e il IV secolo a.C. Questa nave ci parla delle rotte commerciali antiche nel Mediterraneo, in particolare del trasporto del vino verso la Magna Grecia e la Sicilia. Un team di archeologi marini, geologi e biologi ha usato tecnologie avanzate per mappare e studiare il sito sommerso. Vista la rilevanza del ritrovamento, la Soprintendenza ha avviato un progetto, finanziato dal Ministero della Cultura, per recuperare e valorizzare l’imbarcazione e il suo carico, aprendo nuovi scenari sulle dinamiche commerciali e sulle tecniche di costruzione navale dell’epoca.
Nel Salento, a Vereto, la prima campagna sistematica di scavo chiamata DiscoVereto, guidata dall’Università di Napoli L’Orientale sotto la direzione del prof. Valentino Nizzo, ha riportato alla luce due pavimenti antichi, sepolti da crolli di tegole e coppi, appartenenti a edifici di prestigio di epoche diverse. Questi edifici erano legati a gruppi sociali importanti, elementi chiave per capire come era organizzata la città. Sono emerse anche grandi fosse con materiali di reimpiego, forse legati a cambiamenti culturali e religiosi successivi. Tra i reperti più significativi, un frammento di lucerna con il crismon, simbolo cristiano, che dimostra la frequentazione del sito in età tardoantica. Ritrovamenti di ceramiche importate dalla tradizione corinzia del VII secolo a.C. e una testa femminile in calcarenite di epoca ellenistica confermano l’intensa rete di scambi culturali e commerciali che ha segnato la storia di Vereto.
Nei pressi di Roma, il sito di Gabii continua a regalare scoperte importanti grazie al Gabii Project, frutto della collaborazione tra università italiane e americane. L’ultima campagna ha portato alla luce una vasca monumentale per la raccolta dell’acqua, risalente all’età repubblicana, probabilmente parte della piazza pubblica cittadina. Questa scoperta conferma l’importanza urbanistica di Gabii, antico centro latino lungo la via Prenestina. Il Parco Archeologico di Gabii si prepara a riaprire al pubblico entro il 2026, mettendo a disposizione i ritrovamenti più significativi e promuovendo la valorizzazione di uno dei siti più importanti del Latium vetus. Le ricerche, condotte da università di Roma Tor Vergata, Michigan e Missouri, puntano a chiarire meglio l’organizzazione civica e sociale di questa città antica.
Sulla costa sud della Sardegna, a Nora, gli scavi dell’Università di Padova nell’ex zona militare hanno riportato alla luce nuovi settori della necropoli fenicia e punica, con tombe rimaste intatte dopo circa sette secoli. Le sepolture più antiche risalgono alla fine del IX secolo a.C. e consistono in pozzetti scavati nella roccia per l’incinerazione. In epoca punica, l’area veniva usata per inumazioni in grandi camere funerarie scavate sotto terra. Gli archeologi hanno trovato corredi funerari ben conservati, con ceramiche, oggetti metallici e manufatti in vetro. Un patrimonio che racconta le pratiche funerarie e le influenze culturali fenicie e puniche nel Mediterraneo occidentale, sottolineando il ruolo di Nora come crocevia di civiltà diverse.
Nella riserva naturale di Calakmul, nello stato di Campeche in Messico, è stata riportata alla luce la città maya di Minanbé, nascosta nella fitta vegetazione per oltre mille anni. Il sito comprende una piramide alta circa 13 metri, in stile Rio Bec, datata tra il VII e il XII secolo, insieme a 14 altari e stele scolpite. La scoperta è frutto di decenni di ricerche guidate dall’archeologo sloveno Ivan Šprajc, che ha esplorato i complessi pianeggianti della civiltà maya. Il nome “Minanbé” significa “non c’è strada” nella lingua locale, a indicare la posizione isolata della città. Questo ritrovamento è un tassello fondamentale per capire la cultura maya e la loro rete di insediamenti meno noti, arricchendo le conoscenze sulle varianti architettoniche e sui culti dell’area.
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