A fine maggio 2026, Reykjavík si è trasformata in un palcoscenico a cielo aperto, vibrante e vivo. Non una semplice festa, ma un’esplosione di musica, danza e arte che ha invaso ogni angolo della capitale islandese. Le piazze brulicavano di persone, gli spazi verdi si animavano di creatività, e il vetro colorato dell’auditorium Harpa rifletteva uno spettacolo unico. Oltre mille artisti da tutto il mondo si sono dati appuntamento qui, portando con sé performance e installazioni che dialogano con la natura selvaggia dell’isola. La 35ª edizione del Reykjavik Arts Festival ha fatto di Reykjavík un crocevia di emozioni, cultura e innovazione artistica.
Il 30 maggio, tutto è partito da Hafnarhús, la sede contemporanea del Museo d’Arte. Qui si è tenuta la presentazione ufficiale, che si è conclusa con una lunga marcia sonora attraverso il centro cittadino. Cinquecento giovani musicisti, appartenenti a quattro orchestre scolastiche locali, hanno guidato il pubblico fino alla piazza davanti all’Harpa. Ad attenderli, altre tre orchestre che si sono unite in un’imponente esibizione corale, con la prima mondiale di Loftvægi, brano scritto dal compositore islandese Samúel Jón Samúelsson. La musica, con richiami classici e un’eco di Wagner, si è sviluppata lenta e solenne, creando un’atmosfera epica che ha catturato tutti, nonostante qualche sbavatura tecnica. Ma a spiccare è stata la forza dell’insieme: la sintonia degli ensemble, il movimento sincronizzato, la carica del gruppo hanno regalato un momento intenso e coinvolgente per la città.
Non è stata solo una performance, ma un rito collettivo: la musica ha unito centinaia di giovani in un percorso attraverso le vie di Reykjavík, incarnando il filo conduttore di questa edizione del festival, dedicata alla connessione attraverso l’arte.
Il filo rosso del festival 2026 è la capacità dell’arte di mettere in contatto persone di provenienze diverse. Per questo, tra gli artisti in programma, ci sono stati anche ospiti dall’Ucraina e dal Ruanda, a dare respiro internazionale all’evento. Ma l’Islanda non ha dimenticato i suoi talenti locali, come da tradizione. Un esempio emblematico arriva dall’arcipelago di Vestmannaeyjar, dove il festival musicale Þjóðhátíð si conclude sempre con un concerto di un artista residente, attirando quasi quindicimila spettatori in un abbraccio culturale.
A Reykjavík, il festival si è sviluppato come un incontro tra natura e immaginazione, un tema che si riflette anche nella grafica del catalogo ufficiale e richiama il paesaggio stesso dell’isola. Colori fluorescenti si mescolano a forme geometriche ispirate a basalto, ferro, zolfo e silicio, creando un contrasto tra elementi naturali e visioni quasi oniriche. I “ghiacci arcobaleno”, da cui è nato il logo dell’evento, sono frammenti di ghiacciai che, una volta rotti, riflettono la luce come spettacolari arcobaleni: un fenomeno raro, quasi esclusivo dell’Islanda.
Uno degli appuntamenti più attesi, rimandato per il maltempo il primo giorno, è stato recuperato: The Air Between Us, spettacolo di danza aerea firmato dalla coreografa neozelandese Chloe Loftus e dall’artista belga Florent Devlesaver, costretto in sedia a rotelle. La performance si è sviluppata su un delicato equilibrio, grazie all’intervento di un terzo artista che ha manovrato le funi sostenendo i due danzatori. Uno spettacolo che esplora i legami fra persone e ambiente, una celebrazione di convivenza armoniosa, capace di superare barriere fisiche e le idee tradizionali di movimento.
La danza aerea ha messo in luce il rapporto profondo tra corpo, spazio e natura, richiamando il tema del festival e stimolando riflessioni sull’interconnessione tra tutte le forme d’arte.
Il festival non si è limitato a musica e danza. Il giorno dopo l’apertura, nel centro di Reykjavík è comparsa una serra artistica, coperta di muschio, erbe, denti di leone e altre piante locali. Il progetto, firmato da sei artisti, diffondeva fragranze naturali come cerfoglio, betulla e terra umida. L’installazione olfattiva ha suscitato entusiasmo ma anche qualche preoccupazione: alcuni residenti, sentendo gli odori, hanno chiamato i vigili del fuoco temendo un incendio. L’intervento è durato pochi minuti, senza necessità di rompere vetri o evacuare la zona.
Nonostante l’allarme, la serra è rimasta al suo posto, con una regolazione dei vapori diffusi. Oggi è visibile nel centro città come simbolo di un’arte spesso sperimentale, che vuole mettere alla prova la percezione comune.
La giornata inaugurale ha ospitato anche un evento di grande richiamo alla National Gallery of Iceland. Qui la cantante Björk ha presentato in anteprima mondiale tre nuove composizioni, accompagnate da video, inserite accanto alla mostra del britannico James Merry. La retrospettiva raccoglie oltre ottanta opere, incentrate sulle maschere create dall’artista, che evocano mondi di fantascienza e tradizioni orientali. Le maschere di Merry raccontano il processo di trasformazione dell’identità, un tema sviluppato attraverso installazioni e performance che si intrecciano con la musica di Björk, sua collaboratrice da tempo.
I brani presentati dalla cantante sono elegie dedicate alla madre recentemente scomparsa. Ancestres si svolge in una valle remota del nord Islanda, dove la madre di Björk raccolse erbe. Il pezzo si apre con la frase “My skull is my cathedral” e si muove in un’atmosfera di profondo raccoglimento. Il requiem Sorrowful Soil vede protagonista il coro Hamrahlíð, diffuso in trenta altoparlanti, con melodie policorali che raccontano radici e memoria familiare.
Infine Nerve Bloom, tratto dal prossimo album di Björk in uscita nel 2027, affronta temi legati alla tecnologia e all’intelligenza artificiale, con video realizzati in collaborazione con artisti visivi e animatrici, aprendo nuove strade estetiche e concettuali.
La prima giornata del festival ha coinvolto persone di tutte le età: famiglie intere, gruppi di anziani con i loro nipoti e tanti artisti locali si sono mescolati in un dialogo fatto di arte e condivisione. Gli eventi si sono svolti in musei, gallerie e spazi pubblici come l’Harpa, che si affaccia sui ministeri della Cultura e degli Affari Esteri, creando un legame simbolico tra arte e istituzioni. La serata inaugurale si è chiusa con una festa queer, segno di inclusività e vivacità culturale.
In tutto, la 35ª edizione del Reykjavik Arts Festival ha visto la partecipazione di oltre 1300 artisti, impegnati in musica, danza, arti visive e installazioni immerse tra la città e la natura circostante. L’evento si conferma piattaforma di rilievo per mantenere viva la tradizione artistica islandese, favorire scambi internazionali e rafforzare Reykjavík come capitale culturale di livello mondiale.
Questa edizione ha dimostrato con chiarezza come l’arte possa essere ponte tra generazioni, culture e luoghi, radicata nel territorio ma aperta al futuro.
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