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Gabrielle Goliath a Milano: la mostra imperdibile che sfida i limiti della libertà artistica

Quando la Biennale di Venezia ha cancellato _Elegy_ di Gabrielle Goliath, la polemica è esplosa senza mezzi termini. Quel progetto, che avrebbe dovuto rappresentare il Padiglione Sudafrica, affrontava un tema spinoso: il lutto per Heba Abunada, poetessa palestinese uccisa a Gaza nel 2023. La sospensione dell’opera ha diviso il mondo dell’arte tra chi parla di censura e chi mette in guardia sulle tensioni politiche che rendono tutto più complicato. Eppure, anche fuori dai riflettori veneziani, _Elegy_ non ha smesso di esistere.

Elegy vive nella Chiesa di Sant’Antonin a Venezia

Anche se esclusa dal percorso ufficiale della Biennale, _Elegy_ ha trovato rifugio nella Chiesa di Sant’Antonin, nel cuore del sestiere di Castello a Venezia. L’installazione sarà visibile fino al 31 luglio 2026, grazie al sostegno della Bertha Foundation e alla collaborazione con Ibraaz, un’organizzazione londinese che promuove pratiche artistiche legate alla “Global Majority”. Questa nuova sede dà all’opera una nuova vita, in un ambiente meno istituzionale ma altrettanto significativo. Intanto, la galleria Raffaella Cortese di Milano, che rappresenta Goliath da anni in Italia, ha organizzato la mostra personale _Bearing_. Questa esposizione si presenta come un’ideale prosecuzione del discorso iniziato con _Elegy_, confermando l’intreccio tra politica, memoria e poesia che caratterizza l’arte contemporanea di Goliath.

Bearing a Milano: corpi marginali e resistenza emotiva

A Milano, in tre sedi lungo via Stradella, _Bearing_ mostra un lato diverso ma coerente dell’artista. Goliath lascia da parte le sue celebri installazioni sonore per dedicarsi a tecniche più tradizionali come oli, acquerelli e pastelli, con lavori carichi di significato e forte impatto visivo. Il titolo _Bearing_ ha molte sfumature: portare, reggere, sostenere, sopportare. Le figure che emergono sono corpi neri, brown, femme, queer; presenze che reggono il peso del mondo, spesso ai margini di società che escludono.

Non sono vittime passive, queste figure. Si mostrano vulnerabili ma luminose, capaci di intrecciare intimità, desiderio e solidarietà. Tra forza e fragilità, esclusione e affermazione, ogni tratto racconta il prezzo di chi vive sotto sistemi di oppressione. Il lavoro di Goliath è uno specchio potente: i suoi soggetti sfuggono agli standard eurocentrici pur facendone parte, rompendo dall’interno. Emergono così figure devianti, vulnerabili ma forti, che conquistano riconoscimento e piacere senza cadere nella trappola dell’estetizzazione del trauma.

Critica e dialogo con la tradizione eurocentrica

Con la rappresentazione del corpo, Gabrielle Goliath mette in discussione la lunga tradizione eurocentrica del nudo occidentale. Le pose e le atmosfere del passato sono presenti, ma rovesciate nel loro senso originario. I suoi soggetti giocano con sensibilità e colori per sabotare la grammatica visiva dominante, mostrando corpi che eccedono, si espongono e si sottraggono alle categorie rigide dell’arte tradizionale.

L’arte di Goliath apre uno spazio emotivo dove si manifesta un desiderio nero, femminista e queer, fuori dalle narrazioni accademiche e mediatiche convenzionali. _Non c’è provocazione fine a sé stessa, né estetizzazione della sofferenza._ C’è invece una rappresentazione vibrante e complessa, che riafferma la vita “dentro e oltre le condizioni di impossibilità”. Per lei, questa pratica è un “life-work”: un lavoro che coincide con la vita stessa, una forma di resistenza e autoaffermazione costante, attraversata da lutto, amore e sopravvivenza.

Le radici intellettuali di Bearing

Nella mostra milanese, alcune opere si confrontano con grandi figure della storia dell’arte e del pensiero impegnato. Si sente l’eco di Primo Levi nelle riflessioni sulla memoria e la violenza che attraversano le immagini. Il corpo come luogo di oppressione e resistenza richiama il lavoro di Käthe Kollwitz, la cui forza espressiva ha segnato la storia dell’arte europea.

Non manca poi l’influenza di Kara Walker, nota per la sua feroce critica al razzismo e al potere con un linguaggio visivo potente e insolito. Goliath assorbe e rielabora queste eredità, tracciando un percorso personale fatto di lutto ma anche di forza emotiva e politica. Il suo lavoro fonde elementi autobiografici con un impegno collettivo che si nutre di storia e presente, portando a galla temi urgenti come l’esclusione sociale e la lotta per l’identità. _Bearing_ rimane aperta fino al 3 settembre 2026 negli spazi della galleria Raffaella Cortese, offrendo uno sguardo intenso su un’arte che si muove tra impegno politico e introspezione poetica.

Redazione

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