Sessant’anni separano due amici d’infanzia, un tempo vicini, ora ritrovatisi nella quiete della campagna calabrese. Polistena e Cinquefrondi fanno da sfondo a questo incontro che va oltre le parole, un’intesa fatta di ricordi condivisi e vite parallele. Enzo D’Agostino, artista noto soprattutto a Londra, ha scelto di vivere lontano dai riflettori, immerso nella natura e nella riflessione. La sua storia attraversa il mondo dell’arte internazionale, ma le radici calabresi restano sempre ben salde.
Enzo D’Agostino nasce e cresce a Polistena, piccolo centro della Calabria, dove l’infanzia lascia un segno profondo nella sua memoria e nel suo lavoro. La sua formazione artistica si sviluppa prima a Roma, all’Accademia di Belle Arti, poi a Londra, al Wimbledon College of Art, dove il suo percorso prende una svolta più sperimentale e matura. Nel 1988 dà vita ad Atlas Space, uno spazio dedicato all’arte contemporanea che dirige fino al 2020, unendo la sua attività di artista a quella di organizzatore e promotore culturale.
Grazie a questo doppio ruolo, D’Agostino si muove su scala internazionale: dagli Stati Uniti, dove lavora tra il 2007 e il 2010 con base a Santa Fe, alla Cina, dal 2012 al 2019, in particolare a Jingdezhen, città nota per la produzione di porcellana. Questi spostamenti gli permettono di arricchire il proprio linguaggio artistico, confrontandosi con culture diverse e sperimentando materiali che vanno dalla carta alla porcellana, dalla tela al neon.
La poetica di D’Agostino si presenta come una critica dall’interno al mondo dell’arte contemporanea. Scansa la lucentezza, la perfezione e quel gusto per lo spettacolo che dominano molte opere attuali. Preferisce invece linee imperfette, segni frammentari, materiali semplici, talvolta poveri. Invita a essere “un-contemporary”: non un rifiuto a priori, ma una scelta consapevole di sottrarsi alle mode estetiche dominanti per cercare una bellezza e una verità più sincere.
Non si tratta di nostalgia o di ripiegamento, ma di un dialogo con la tradizione artistica italiana del Rinascimento e con la pittura romantica francese dell’Ottocento. Non per imitare quei modelli, ma per usarli come chiave per smascherare il vuoto di gran parte dell’arte contemporanea e recuperare un’autenticità espressiva.
Negli ultimi scritti, D’Agostino introduce il concetto di “artcality”, che indica una fusione profonda tra artista e opera, senza che quest’ultima debba necessariamente essere compiuta o completamente realizzata. Per lui, l’opera può vivere nel pensiero, nell’intuizione, manifestandosi solo in tracce o frammenti essenziali. Un’idea che richiama la filosofia di Benedetto Croce: l’opera d’arte è prima di tutto un’espressione interiore, la sua realizzazione materiale è solo una fase della comunicazione.
Pur prediligendo questa apertura, D’Agostino si distanzia nettamente dall’arte concettuale. Tiene molto al valore della manualità e alla tradizione italiana, ribaltando così le tensioni spesso troppo astratte dell’arte contemporanea.
Un tema che ricorre nelle sue opere è il volto umano, definito “Romantic Face”. Il volto diventa il segno dell’interiorità, un viaggio che parte dalla pittura prerinascimentale, con influenze bizantine, e arriva fino al romanticismo francese dell’Ottocento. Questo percorso viene aggiornato in chiave contemporanea da un artista che si definisce “artist-warrior-monk”: un artigiano autonomo e disciplinato, che preferisce il ritiro al sistema ufficiale dell’arte.*
Così l’opera perde il ruolo di semplice prodotto di mercato per trasformarsi in testimonianza esistenziale, espressione diretta di un confronto con se stessi e con la storia dell’arte.
Tra le opere più significative del periodo cinese spicca “Withdrawal” , una serie di pannelli in porcellana con immagini e scritte legate al ciclo “Romantic Face”. Il titolo è un vero e proprio manifesto: indica la decisione di allontanarsi dal sistema dell’arte contemporanea, visto come un meccanismo autoreferenziale, incapace di rinnovarsi.
D’Agostino denuncia un sistema dell’arte che non è più libero, ma incatenato da istituzioni, curatori, musei e sponsor che decidono cosa può essere considerato arte. Una struttura che mantiene in vita un mondo ormai privo di reale innovazione, destinato a ripetere sempre gli stessi meccanismi di controllo.
La ricerca di D’Agostino si muove in un territorio contraddittorio: da un lato, la sua formazione è immersa nella cultura artistica internazionale; dall’altro, il suo lavoro si sottrae alle regole del contemporaneo. Nasce così una posizione insolita, che chiama “contemporanei” proprio chi rifiuta il contemporaneo.
Da qui le sue scelte estetiche: l’imperfezione voluta del segno, l’uso di materiali semplici, la manualità, la ricerca appassionata di bellezza e verità. L’opera, per lui, può esistere anche prima di prendere forma concreta, spostando l’attenzione dall’oggetto finito all’esperienza dell’artista.
D’Agostino punta il dito contro un sistema dell’arte autoreferenziale, che si regola da solo e non riesce più a legittimare davvero l’arte. Sono le istituzioni e i loro rappresentanti a decidere arbitrariamente i confini, mantenendo il controllo esclusivo sul valore e il senso delle opere.
Le sue riflessioni si intrecciano con studi sociologici e articoli specialistici, rovesciando l’idea che le istituzioni sostengano l’arte: secondo lui, la trattengono artificialmente in vita, togliendole libertà e autenticità.
La proposta di D’Agostino non è un ritorno nostalgico al passato o a forme superate. Invita piuttosto a recuperare elementi del Rinascimento e dell’Ottocento, insieme a materiali semplici, all’errore visibile, alla manualità, e a valori come la bellezza, la verità e il sentimento. A questa base tradizionale aggiunge un “elemento estraneo”, come il neon, che crea una tensione critica con il presente.
Il suo è un anacronismo voluto, un modo per uscire dal contemporaneo senza restarne prigionieri. Un percorso che ricorda quello di Pasolini, che ha spesso affrontato la contraddizione tra appartenenza e rifiuto della contemporaneità.
Resta aperta una domanda fondamentale: è davvero possibile uscire dall’arte contemporanea, o ogni gesto di dissenso viene prima o poi risucchiato dal sistema? Questa riflessione accompagna il ritorno di D’Agostino nella sua Calabria, tra i colori e i silenzi dell’Aspromonte.
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