Nel cuore del Salone Verde di Venezia, le opere di Jewel parlano con forza e delicatezza insieme. Matriclysm: An Archeology of Connections Lost non è solo una mostra: è un viaggio dentro un mondo dove arte, mito e scienza si intrecciano al femminile. Attraverso dipinti, sculture, arazzi e installazioni sonore, l’artista e cantautrice americana ci sfida a guardare ciò che accade quando perdiamo il contatto con l’energia femminile che abita in noi. Un filo invisibile, spezzato, che rischia di compromettere non solo la nostra identità, ma anche le relazioni, la comunità e la connessione con il pianeta.
Allestita nel cuore del Salone Verde, Matriclysm si presenta come un viaggio a più dimensioni, fatto di materiali e tecniche diverse. La mostra, curata da Joe Thompson e realizzata con il Crystal Bridges Museum of American Art, mette in luce un lato meno noto di Jewel: non solo cantautrice, ma artista visiva fin dall’adolescenza, quando studiava scultura, disegno e pittura all’Interlochen Arts Academy. Questi linguaggi si intrecciano ora con la sua musica e con tecnologie scientifiche, dando vita a un’esperienza unica.
Le opere spaziano da figure in continuo mutamento a dipinti che richiamano miti antichi, accompagnati da paesaggi sonori ispirati a dati raccolti da sensori oceanografici e osservazioni astronomiche. Non è solo un piacere per gli occhi: una colonna sonora ipnotica, fatta di voci e melodie di Jewel, traduce i movimenti del mare e il ritmo delle stelle in suoni sorprendenti. Il risultato è un ecosistema artistico dove tradizione, scienza e sensibilità convivono.
In un’intervista recente, Jewel ha spiegato che il cuore della mostra è l’armonia tra energie maschili e femminili, senza demonizzare nessuna delle due. L’idea è quella di un sistema olistico, simile a quello delle culture indigene, che non separa ma collega tutto in un unico ecosistema. Non si tratta di un equilibrio rigido, ma di una visione fluida e complessa delle forze che ci attraversano.
La mostra racconta la storia lunga e spesso contraddittoria delle donne, venerate e allo stesso tempo represse nel corpo e nello spirito. Tre figure chiave dell’energia femminile emergono con forza: First Mother, Seven Sisters e Heart of the Ocean. Le altre opere si sviluppano intorno a questi archetipi, mescolando esperienze personali di Jewel con temi globali. È un modo per restituire voce a una narrazione femminile spesso ignorata o fraintesa.
Il filo rosso che attraversa la mostra è l’incontro tra mito e scienza. Jewel ha da sempre un interesse profondo per entrambe le dimensioni, apparentemente lontane ma unite nella sua ricerca artistica. Le opere si basano su dati precisi – dall’altezza delle onde agli impulsi luminosi delle stelle osservate dal telescopio Kepler – per creare immagini e suoni che sono insieme scientifici e poetici.
Un esempio emblematico è Seven Sisters, che trasforma i pattern di luce delle Pleiadi in suoni e luci modulati. La musica segue il comportamento reale delle stelle, alternando intensità e frequenze, mentre le luci accompagnano il crescendo. Qui scienza e mito si fondono per offrirci una visione dell’universo che è al contempo fisica e magica, un promemoria di quanto le antiche storie siano ancora vive.
Tra i simboli ricorrenti spicca la figura femminile con radici che affondano nel terreno, che richiama temi come la menopausa, spesso trattata come un tabù o un limite, ma in realtà un passaggio fondamentale che allunga la vita e rafforza il ruolo di guida nelle comunità. Jewel sottolinea come la società abbia a lungo trasformato l’anzianità femminile in stigma, associandola a stereotipi come la “vecchia strega” invece che a saggezza e autorità.
Una delle immagini più potenti è quella della donna in fiamme seduta su una sedia di legno. Può raccontare diverse storie: la pressione che schiaccia le donne nel tentativo di essere perfette in ogni ruolo, generando un logoramento interiore; oppure la forza della terra stessa, madre ardente di passione e resistenza. La scultura si addentra anche in temi meno accettati, come la sessualità intensa e l’usura emotiva, spesso censurati o ignorati.
Il tema della maternità e della sessualità femminile è affrontato a viso aperto, con riferimenti a una storia poco conosciuta. Tra le opere spiccano riproduzioni di vibratori, uno camuffato da rossetto e un altro nella borsa della donna in fiamme, che ricordano un passato in cui l’isteria femminile veniva attribuita all’utero, considerato causa di squilibri psichici.
Nel periodo vittoriano si usava una pratica manuale per trattare l’isteria, da cui nacque il vibratore come strumento medico per alleviare stati nervosi femminili. Questa storia riaffiora nella mostra per far riflettere sulle radici mediche e sociali della sessualità femminile, sui tabù legati al corpo e su come certi oggetti siano passati da strumenti di controllo a simboli di liberazione.
Heart of the Ocean è probabilmente l’opera più complessa e simbolica. Questa scultura “viva” riceve dati ogni 12 minuti e cambia volto secondo le condizioni del tempo. Attraverso luci e suoni, traduce fenomeni ambientali come la presenza di delfini, la luce solare sull’acqua o i cambiamenti climatici.
Il momento più drammatico arriva quando comprime in pochi secondi dati relativi a 1500 anni di riscaldamento degli oceani: si accende di rosso, emette un suono allarmante e mostra un ciclo di morte e rinascita. Un messaggio potente e tangibile sull’emergenza ambientale, che intreccia sensibilità artistica e dati scientifici aggiornati in tempo reale.
Jewel ha sperimentato l’intelligenza artificiale in alcune opere dedicate alle matriarche della sua famiglia. Usando foto di madre, nonne e zie, ha dato nuove forme e significati ai ritratti, aprendo nuove strade tra arte, memoria e tecnologia.
Per l’artista l’IA è una sfida complessa e inevitabile, un “rodeo” che mescola fascino e paura di un futuro dove la creatività digitale rischia di perdere cuore e coscienza. Questo tema attraversa il dibattito contemporaneo sull’arte, mettendo in guardia sull’importanza di bilanciare innovazione tecnologica e umanità nel processo creativo.
La mostra di Jewel resta aperta fino al 22 novembre 2026, offrendo a Venezia un’occasione rara per confrontarsi con mito, scienza, identità e ambiente attraverso uno sguardo nuovo e potente.
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