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Montelapiano, il borgo abruzzese diviso da una centrale elettrica e unito da un giardino storico

Montelapiano sembra oggi un borgo tranquillo, incastonato tra le montagne abruzzesi, con le sue case allineate lungo un viale che costeggia il muro della villa comunale. Il centro storico, arroccato, domina il panorama come un custode silenzioso. Ma questa calma nasconde una trasformazione intensa, avvenuta nel secondo dopoguerra. Non si trattò di un semplice restyling: fu un cambiamento radicale, segnato da un enorme cantiere per la costruzione di una centrale idroelettrica. Quel progetto non ha solo modificato il paesaggio; ha inciso profondamente sulla vita degli abitanti e ha lasciato un’impronta indelebile nel cuore stesso del paese.

La centrale di Villa Santa Maria, il cuore pulsante sotto Montelapiano

Tra il 1950 e il 1956, Montelapiano si trasformò nel centro di un ambizioso progetto idroelettrico. La centrale di Villa Santa Maria, chiamata anche Terzo Salto del Sangro, faceva parte di una serie di impianti disposti a cascata lungo il fiume Sangro. L’acqua, raccolta nella zona di Ateleta, veniva convogliata proprio sotto il paese, attraverso una condotta forzata con un salto verticale di quasi 500 metri, che alimentava turbine poste a grande profondità. Questo dislivello concentrato in uno spazio ristretto era la chiave dell’efficienza dell’impianto.

Il cantiere, situato sotto il quartiere Cerri, richiese scavi imponenti: si realizzarono la galleria terminale, la vasca di carico e si posò la condotta forzata. Tutto questo comportò sbancamenti e esplosioni controllate sul crinale roccioso che sostiene il borgo, modificando radicalmente il sottosuolo e causando effetti visibili già durante i lavori.

Quartiere Cerri, il cantiere che ha cambiato volto al paese

Montelapiano sorge su un crinale di calcare marnoso, un terreno fragile e sensibile alle vibrazioni. Durante la costruzione della condotta e delle opere sotterranee, emersero problemi strutturali evidenti. Le fonti d’archivio e le testimonianze dell’epoca raccontano di crepe che comparvero nelle case del quartiere Cerri e di movimenti del terreno sempre più preoccupanti.

Nonostante i tentativi di riparare i danni, si arrivò alla dolorosa decisione di demolire l’intero quartiere. Le abitazioni furono abbandonate e poi ricostruite più a valle, dando vita a un nuovo agglomerato con un allineamento regolare e una distribuzione ordinata sul pendio. Oggi la netta divisione tra il borgo storico e quello più recente è ancora ben visibile.

L’impianto idroelettrico rimane perlopiù nascosto sotto la montagna, ma restano visibili l’ingresso della centrale e un grande cavalletto in cemento armato, usato per installare la condotta forzata.

Montelapiano, un caso raro tra i paesi trasformati dall’idroelettrico

Rispetto ad altri borghi italiani coinvolti in opere simili, Montelapiano si distingue nettamente. In posti come Curon Venosta, Ridracoli o i borghi del Salto e del Turano, fu l’invaso a sommergere i paesi, costringendo gli abitanti a trasferirsi o abbandonare completamente i luoghi.

Qui invece non ci fu allagamento. Fu il cantiere stesso a causare danni diretti e irreparabili alle abitazioni, imponendo la demolizione e la ricostruzione del quartiere Cerri. Questa particolarità rende Montelapiano un caso unico in Italia, dove è stato proprio il cantiere a riscrivere il paesaggio urbano e sociale.

Il giardino pubblico, il nuovo polmone verde al posto del quartiere

Dopo la demolizione, quell’area restò per un po’ uno spazio vuoto, quasi una ferita aperta nel centro del paese. Legata ai lavori sotterranei ancora in corso, non aveva una funzione e non era più abitabile.

Solo agli inizi degli anni Sessanta l’area cambiò volto: divenne il giardino pubblico di Montelapiano. Oggi questo spazio, tra il centro storico e il quartiere ricostruito, segna il confine tra due epoche urbanistiche. Una casa superstite del vecchio quartiere è stata trasformata in sede degli uffici comunali e servizi pubblici, l’unico ricordo tangibile del passato cancellato.

Il giardino ospita una fontana centrale, una piazza panoramica con una grande quercia dedicata agli innamorati, aree gioco per bambini, un percorso fitness e angoli di devozione verso la Madonna e un santo locale. Un monumento ai caduti arricchisce il luogo, mentre di recente è stato inaugurato un parco a tema dinosauri, segno di come lo spazio continui a evolversi per rispondere alle esigenze della comunità.

Montelapiano, il “kintsugi” dell’Appennino: la memoria che si fa paesaggio

In Giappone esiste un’antica tecnica chiamata kintsugi, che ripara le ceramiche rotte usando l’oro, valorizzando le crepe invece di nasconderle. A Montelapiano si trova un parallelo sorprendente: la frattura nel paesaggio e nella vita sociale causata dal cantiere non è stata cancellata, ma resa visibile e integrata nel territorio.

Il giardino pubblico è come una “linea dorata” che unisce le due parti del paese: l’antico crinale e il moderno pendio. La storia di demolizione, ricostruzione e nuova area verde racconta un processo di rottura e ricomposizione che ancora oggi definisce l’identità del borgo.

Quella ferita non scompare, ma si trasforma in un segno riconoscibile e simbolico, che racconta l’evoluzione storica e sociale di una comunità capace di convivere con un cambiamento radicale.

Le tracce del grande progetto sotto il borgo e ciò che il tempo ha cancellato

Nel territorio intorno a Montelapiano restano alcune testimonianze dell’impatto della centrale. Il grande cavalletto di cemento armato domina ancora il paesaggio, ricordo tangibile della posa della condotta forzata. Dall’altra parte, un deposito di materiale di scavo rimane intatto, segno evidente dell’intervento umano sull’ambiente.

Alcuni elementi però sono spariti, come il “Finestrone”, una parete rocciosa con un’ampia apertura panoramica, demolita per recuperare materiale da costruzione. Ne resta solo il ricordo, tramandato dagli abitanti come un pezzo prezioso ormai perduto.

Le opere sotterranee, realizzate con cariche esplosive controllate, hanno modificato in profondità la roccia calcare, ma sono invisibili agli occhi di chi vive e visita il borgo, nascosti sotto la quotidianità.

Oggi Montelapiano: tra radici antiche e segni di modernità

A più di settant’anni di distanza, la centrale di Villa Santa Maria rimane un simbolo concreto del progresso energetico nel cuore dell’Appennino abruzzese. L’impianto e la struttura del paese raccontano le trasformazioni del dopoguerra, dove l’ingegneria moderna e le esigenze della comunità si sono intrecciate, creando un rapporto complesso tra innovazione e memoria.

Il contrasto tra la pietra del centro storico e il cemento delle infrastrutture industriali racconta ancora quella sorta di “kintsugi involontario”: un lento processo di demolizione, ricostruzione e riconquista collettiva dello spazio abitato.

Montelapiano resta la testimonianza concreta di come un piccolo borgo possa riflettere i grandi cambiamenti del secolo scorso, visibili in un paesaggio segnato da fratture e nuove rinascite.

Redazione

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