Era una di quelle giornate afose di luglio a Columbus Circle, New York, quando Rania Matar ha mostrato al mondo il suo nuovo lavoro. La fotografa libanese-americana scava nelle vite delle donne del Libano, tra volti segnati da dolori e sogni. “Where Do I Go?” — “Dove vado?” — è il grido silenzioso di chi ha vissuto l’esplosione al porto di Beirut nel 2020, di chi ha scelto di restare o di partire. Non un semplice libro di immagini, ma un racconto vivo, intimo, una conversazione tra donne e terre che portano cicatrici profonde, ma anche una volontà di resistere e sperare.
Il cuore di “Where Do I Go?” batte dentro la tragedia delle esplosioni al porto di Beirut. Matar, accompagnando il figlio in una missione di volontariato, si accorge di qualcosa che va oltre la distruzione: sono le ragazze a catturare la sua attenzione, quelle che si rimboccano le maniche per ripulire e ricostruire. Nei loro volti c’è il dilemma di chi deve scegliere se restare o partire, in un paese dove le speranze di un’intera generazione si sono infrante. Per Rania, è anche un tuffo nel suo passato, quando da giovane dovette lasciare il Libano durante la guerra civile del 1984. L’immagine di Perla sotto un graffito in arabo che dice “lawen ruḥ” – dove vado? – diventa la voce di un’intera generazione sospesa tra radici e sogni di fuga. Il libro gira intorno a questa domanda, scandendo il cammino di un popolo e della sua gioventù.
Il legame di Rania con il Libano si fa più profondo col tempo; la sua identità non si limita alla sola origine palestinese, ma abbraccia quella libanese con tutte le sue contraddizioni e la ricchezza culturale. Dopo una formazione in architettura e una svolta artistica seguita all’11 settembre, ha trovato un suo linguaggio visivo, dove il mondo femminile tra Oriente e Occidente diventa racconto di una doppia appartenenza. “Ordinary Lives”, il suo primo libro, ha già mostrato questa dualità; oggi, con “Where Do I Go?”, si addentra nelle sfumature di un’identità in movimento, riflessa nei volti delle giovani protagoniste.
Matar mette a confronto volti di donne con scenari di rovina urbana, spesso scegliendo spazi dismessi come la stazione ferroviaria di Rayak o il cine-teatro di Zahle. Questi luoghi, segnati dalla storia e dalla guerra, non sono semplici sfondi, ma parti integranti della narrazione. Il rapporto tra corpo e ambiente si trasforma in un dialogo silenzioso tra memoria collettiva e personale. Le ragazze sembrano appropriarsi di questi spazi, un equilibrio fragile fatto di forza e vulnerabilità, abbandono e bellezza.
L’interazione con il luogo è quasi una performance: alcune posano di spalle, altre guardano dritto in camera con uno sguardo deciso; in certi scatti il movimento diventa gesto, come Aya che danza davanti a un murale, sfidando la desolazione intorno a lei. L’accompagnamento di elementi naturali come l’acqua e le montagne aggiunge un’altra dimensione di appartenenza. In Libano, dove decenni di guerra e occupazioni si sono sovrapposti, il corpo femminile è testimone, custode e protagonista di una storia complessa. Il rischio implicito in queste immagini è affrontato con coraggio da modelle e fotografa, restituendo un racconto autentico dove fragilità e determinazione convivono.
Dare un nome alle donne fotografate non è un dettaglio, ma un gesto di rispetto e riconoscimento. In “Where Do I Go?” emergono nomi come Mariam, Mirna, Rhea o Fawzia, volti concreti di destini segnati da guerra, sfollamenti e perdita. Questo elenco di persone vive contrasta con l’anonimato che spesso domina nei media quando si parla del Libano e del Medio Oriente. Ogni volto porta con sé una storia: Samira, ragazza palestinese di terza generazione nata nel campo profughi di Burj al-Barajneh, racconta la crescita e i limiti imposti dalla mancanza di documenti, riflettendo le difficoltà di milioni di rifugiati.
Rania segue queste donne da anni, costruendo un archivio che va oltre la fotografia: documenta una generazione che cerca libertà e movimento, ma anche un’identità radicata e spesso negata. I nomi nel libro sono un richiamo a una responsabilità collettiva e a una narrazione più umana e precisa di un presente complicato.
Tra i luoghi scelti, spicca l’Holiday Inn di Beirut, edificio simbolo prima della guerra civile. Inaugurato nel 1974, era il cuore pulsante di una Beirut vivace e cosmopolita; poi è diventato teatro di scontri durante la “battaglia degli hotel”. Le foto di Matar raccontano un monumento fermo nel tempo, segnato da cicatrici che parlano di storie incrociate.
La fotografa ha ottenuto l’accesso dopo anni di trattative con le autorità militari, visto che l’area è ancora controllata. Tra gli scatti più intensi c’è quello di Tara, giovane donna in piedi nella piscina vuota, avvolta in un abito giallo con un motivo a croce: immagine di fragilità immersa in un contesto di grandezza e distruzione. Quel luogo carico di memoria diventa il crocevia tra passato e presente, ospitando il racconto di nuove generazioni che vivono le conseguenze dei conflitti passati.
“Where Do I Go?” include anche una riflessione sul passato grazie a una selezione di fotografie vernacolari raccolte da Georges Boustany, collezionista di Beirut. La sua collezione documenta il Libano tra momenti di pace e conflitti, offrendo uno sguardo storico che completa il lavoro di Matar. Il confronto con Boustany ha arricchito il libro con immagini forti, accompagnate da saggi di critici e storici arabi.
Questo mix tra passato lontano e presente fotografico mette in luce la continuità e la complessità dell’identità libanese, vista attraverso l’occhio femminile di Matar e il materiale d’archivio. Le parole di Etel Adnan che chiudono il volume rafforzano il ponte tra epoche e identità, trasformando il libro in un viaggio tra memoria e attualità.
Nel corso dell’intervista del 2026, Rania racconta come la morte del padre nel 2023 e la guerra a Gaza l’abbiano riportata a riflettere sulle sue radici palestinesi, finora in secondo piano rispetto all’identità libanese. Questo risveglio personale dà vita a “Threads of Identity”, un nuovo progetto che esplora la storia e la realtà della terza generazione di palestinesi, più consapevole e determinata a riaffermare la propria identità.
La ricerca si basa sull’archivio di famiglia e sul confronto con giovani palestinesi di oggi, portando Matar a nuove riflessioni su memoria, continuità culturale e fotografia come strumento di rivendicazione. È una tappa importante nel suo percorso, dove la fotografia diventa mezzo per raccontare storie complesse e spesso poco conosciute.
Pubblicato da Kaph Books e tradotto in arabo e inglese, il libro ha avuto un successo immediato, esaurendo la prima tiratura in pochi mesi. Ora in ristampa, conferma quanto sia forte la voglia di raccontare questo capitolo della storia libanese e mediorientale. Le fotografie di Rania Matar continuano a parlare, con forza, a chi ha voglia di ascoltare.
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