Nel 1926, la prima di Turandot alla Scala di Milano catturò l’immaginario europeo con il suo sguardo esotico sull’Oriente. Oggi, a quasi cento anni di distanza, Venezia risponde con una mostra che rovescia quella narrazione. Undici artiste, nate e cresciute in Uzbekistan, Afghanistan, Iran, Tagikistan e dintorni, si prendono la scena a Palazzo Franchetti. Non è solo un omaggio a Puccini, ma un racconto inedito, fatto di tessuti, sculture, pitture e video, che rivela le molteplici sfumature di un’Asia centrale viva, contemporanea, lontana dagli stereotipi. La Parasol unit foundation for contemporary art di Londra firma questa esperienza intensa e coinvolgente.
Venezia si presta naturalmente a ospitare un progetto che parla di scambi, rotte commerciali e incontri tra Oriente e Occidente. La città lagunare, infatti, è stata un nodo fondamentale delle antiche vie che collegavano Asia ed Europa. È proprio questa storia a giustificare la scelta di Palazzo Cavalli-Franchetti come cornice per TURANDOT: to the Daughters of the East. L’evento, promosso dalla fondazione londinese Parasol unit, fondata nel 2004 da Ziba Ardalan, vuole dare spazio alle artiste dell’Asia centrale e occidentale per esprimere riflessioni su identità, politica e memoria collettiva.
Non è solo una mostra: Venezia diventa un luogo di confronto tra arti visive, storia e temi sociali urgenti. Nelle sale di Palazzo Franchetti, le opere si dispiegano in diversi linguaggi, coinvolgendo il visitatore in un racconto che attraversa culture e tempi per mettere a fuoco radici comuni e sfide attuali.
Il nome Turandot è legato all’opera di Puccini, ma le sue radici affondano molto più indietro nel tempo, nella letteratura persiana. La principessa cinese del libretto è frutto dell’“orientalismo” di inizio Novecento, ma il personaggio nasce dal poema epico Haft Paykar di Nezami Ganjavi, poeta del XII secolo.
Turandot, in persiano Turandokht, significa “figlia di Turan”, una regione che oggi comprende Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Questi territori, insieme ad aree di Afghanistan, Pakistan, Turchia e Iran, sono stati per secoli parte dell’Impero persiano, che ha lasciato un segno profondo nella cultura, nell’arte e nella letteratura locali.
Le opere esposte riflettono questo legame millenario, mescolando storia e mito a questioni sociali moderne. Tessuti, installazioni e video compongono un racconto che attraversa millenni, mantenendo intatta la sua attualità grazie alle esperienze difficili che queste comunità continuano a vivere.
I video sono il cuore pulsante della mostra. Lida Abdul, artista afgana, presenta una serie di corti che denunciano le devastazioni causate dai conflitti, a partire dall’invasione sovietica del 1979. In White House, l’ex residenza presidenziale di Kabul, ridotta a rudere, diventa simbolo del vuoto lasciato dalla guerra. Dome parla di perdita di identità e radici, mentre in Transit un gruppo di ragazzi gioca attorno al relitto di un aereo militare, un’immagine che racconta la vita quotidiana in un contesto segnato dal conflitto.
Saodat Ismailova, uzbeka, usa un linguaggio ricco di simbologie epiche, pratiche sciamaniche e temi ecologici. Nel video 18.000 Worlds emerge una cosmologia sufi che immagina migliaia di mondi oltre il nostro, offrendo una visione spirituale e plurale che unisce cultura locale e bisogni contemporanei di rispetto ambientale e spiritualità.
Questi lavori si muovono sul confine tra mito e realtà, affrontando temi universali filtrati da una storia segnata da guerre, migrazioni e tensioni culturali.
L’artista iraniana Farideh Lashai interpreta la realtà politica del suo paese attraverso la celebre fiaba di Lewis Carroll. Con un insieme di pitture, sculture e video, Lashai mette in scena una narrazione dove il coniglio, figura centrale del racconto, diventa simbolo di smarrimento e paura nella politica iraniana.
I suoi paesaggi invernali e desolati evocano immobilità ma anche inquietanti mutamenti. In Gone Down the Rabbit Hole, l’Iran si trasforma in un gatto con la bocca aperta, dove il coniglio cade, simboleggiando la fine delle speranze. L’opera si chiude con un omaggio alla destituzione di Mohammad Mossadegh nel 1953, evento chiave della storia iraniana, raccontato attraverso la fuga disperata del coniglio attorno alla figura del politico.
Lashai racconta così un clima di incertezza e perdita di ideali, con immagini cariche di simboli ed emozioni.
Tra le protagoniste c’è anche Tala Madani, che unisce umorismo nero e critica alla violenza umana. Il suo The Womb, realizzato in stop-motion, mostra un embrione che cresce in un ambiente uterino invaso da immagini di conflitti. L’embrione spara contro le pareti, simbolo di una volontà disperata di fuggire da un destino segnato dalla violenza.
Hera Büyüktaşciyan, turca, esplora con la stessa tecnica il rapporto tra assenza e presenza, silenzio e memoria. Nel suo The Dream of a Falling Star si indagano frontiere contese e divisioni territoriali attraverso immagini oniriche, con delicatezza e profondità. Il sogno diventa spazio di verità nascoste e rivelazioni in un passato segnato da conflitti.
Daria Kim, uzbeka di origini coreane, racconta con l’animazione la tragica deportazione del 1937, quando molti dei suoi antenati furono trasferiti forzatamente in Asia centrale da Stalin. Il suo lavoro intreccia memoria personale e antropologia culturale, coprendo più generazioni.
Un elemento chiave della mostra è la geografia contemporanea delle artiste. Molte vivono oggi lontano dai loro paesi d’origine, in grandi centri dell’arte contemporanea. Lida Abdul e Tala Madani lavorano a Los Angeles, Afruz Amighi e Huma Bhabha a New York. Mona Hatoum e Madina Joldybek sono a Londra, Daria Kim a Berlino, mentre Saodat Ismailova divide il suo tempo tra Tashkent e Parigi.
Altre ancora si spostano tra Istanbul, Berlino, Parigi e New York, o vivono stabilmente in Europa occidentale come Farideh Lashai, scomparsa nel 2013 ma con legami forti a Vienna, Berlino e Stati Uniti. Ziba Ardalan, curatrice iraniana trapiantata a Londra, è il punto di connessione tra diaspora e paesi di origine, arricchendo il dibattito con uno sguardo internazionale e radicato.
Questa rete globale dà forza alla mostra, che non racconta solo storie di confine ma affronta temi universali: identità, catastrofi storiche, migrazioni e resistenza culturale, filtrati dalla sensibilità femminile e artistica di oggi. Venezia diventa così un passaggio fondamentale per questa esplorazione artistica e antropologica.
La mostra è aperta a Palazzo Cavalli-Franchetti, in Campo San Marco, fino al 31 ottobre 2026. Un’occasione preziosa per immergersi in un dialogo intenso tra epoche, culture e storie diverse, attraverso l’arte delle donne dell’Asia centrale.
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