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Chiara Camoni e le Alpi Apuane: la star italiana della Biennale di Venezia 2026

A pochi passi dai sentieri tortuosi delle Alpi Apuane, il piccolo borgo dove Chiara Camoni ha scelto di vivere sembra sospeso nel tempo. Niente caos cittadino, solo il silenzio interrotto dal fruscio delle foglie e il richiamo delle erbe selvatiche. Qui, tra legni consumati e ferri arrugginiti raccolti lungo i pendii, Chiara ha costruito qualcosa di più di un semplice atelier: una vera casa dell’arte, radicata nel territorio. Non è nata in questo angolo isolato, eppure quel luogo — che doveva accoglierla solo temporaneamente — è diventato la sua dimora, il cuore pulsante della sua ricerca artistica. Un dialogo quotidiano con la natura che l’ha portata a un traguardo importante: rappresentare l’Italia alla Biennale di Venezia 2026. La sua voce è discreta, ma chiara e forte, intrecciata con il respiro stesso del paesaggio che la circonda.

Radici profonde: la natura come materia prima e ispirazione

Ogni opera di Chiara Camoni nasce da un gesto semplice, ma carico di significato: raccogliere fiori, bacche, erbe selvatiche e materiali naturali proprio nei dintorni di casa. Terre argillose, ceneri, legni segnati dal tempo e ferri arrugginiti trovati in burroni vicini si intrecciano nel suo lavoro. Questo rituale quotidiano trasforma il paesaggio in una fonte inesauribile di ispirazione e materia prima. Il rapporto con il territorio non è solo questione di materiali, ma fa parte della sua ricerca artistica: nei suoi lavori emergono memoria e geografia del luogo.

La scelta di usare scarti e materiali recuperati spiega anche alcune scelte strutturali nelle sue sculture. La serie delle “Sisters”, per esempio, include elementi metallici ritrovati, creando un dialogo tra ciò che la natura dona e la mano dell’artista. Questo legame con il paesaggio spinge Chiara a riflettere su cosa portare nel lavoro e cosa invece lasciare fuori, su quali materiali resistono al passaggio dalla raccolta alla trasformazione. Ogni oggetto che tocca racconta una storia di tempo, ambiente e vita.

La vita appartata che modella l’arte

Trasferirsi in una piccola frazione di Seravezza, nascosta tra i boschi e con vista sul mare, non era nei piani. È stato quasi un colpo di scena che ha cambiato il corso della sua vita, personale e professionale. Per arrivare al borgo bisogna lasciare l’auto e proseguire a piedi, in un luogo senza fretta e senza distrazioni. Questo isolamento, però, ha imposto un nuovo ritmo di lavoro: per anni Chiara ha creato tutto nella sua casa-studio, affrontando la sfida di trasportare materiali e sculture su sentieri impervi.

Questa condizione ha forgiato disciplina e precisione nelle scelte artistiche: capire cosa è davvero essenziale e cosa si può lasciare fuori senza perdere il cuore del progetto. Chiara racconta di un lavoro in continua evoluzione, che cresce tra i limiti imposti dal luogo e le possibilità che quel contesto offre. Non è solo un ambiente di lavoro, ma un modo di vivere e pensare l’arte come un organismo vivo, con i suoi tempi e le sue aperture.

Col tempo, ha aperto uno studio più accessibile in valle, rendendo meno faticosi i trasporti, ma il nucleo di questa esperienza resta legato a quell’angolo isolato. Qui ha maturato una consapevolezza unica, trasformando un limite fisico in una risorsa che ha plasmato forma, contenuto e prospettive delle sue opere.

Comunità, collaborazioni e la forza del vivere in montagna

Nel cuore delle Alpi Apuane, dove la gente è poca, attorno a Chiara Camoni si è creata una rete solida di rapporti umani e professionali. Una comunità fatta di persone che collaborano ogni giorno, mettendo in contatto esperienze diverse. Accogliere artisti, curatori e studenti dall’estero è diventata una prassi naturale e intensa, dove il tempo dell’incontro si dilata molto oltre la breve visita di uno studio in città.

L’ospitalità qui non è solo un gesto, ma una realtà concreta: una piccola casa per gli ospiti, giornate passate insieme a studiare, discutere e camminare lungo i sentieri della ricerca artistica. I soggiorni prolungati permettono alle relazioni di radicarsi e aprono nuove strade professionali, creando una rete che collega mondi lontani alla tranquillità del borgo. Questi scambi si intrecciano con la vita rurale, fatta di ascolto e attenzione ai bisogni essenziali.

Vivere in un luogo così appartato non significa isolarsi dal sistema artistico, ma piuttosto ricostruirlo su basi diverse. Lo spazio del paese entra nello studio, la natura diventa parte del laboratorio, e la cultura si diffonde senza fretta, fondata su rapporti autentici e duraturi. Questo equilibrio tra isolamento e connessione ha segnato il lavoro di Chiara in questi vent’anni.

“Con te, con tutto”: Chiara Camoni guida il Padiglione Italia alla Biennale 2026

La nomina di Chiara Camoni come protagonista del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026, curato da Cecilia Canziani, rappresenta un momento decisivo per la sua carriera. Il titolo “Con te, con tutto” racchiude l’essenza di una ricerca che parte dall’intimo per arrivare al collettivo. L’artista si mette a nudo, parte da sé e da una dimensione poetica e autobiografica, per toccare temi universali capaci di coinvolgere il pubblico a un livello profondo.

Chiara spiega che la forza del suo lavoro sta proprio nel scavare nelle proprie radici per restituire un’immagine autentica, riconoscibile anche dagli altri. Superata la barriera del razionale, si apre uno spazio di condivisione emotiva che avvicina le persone all’esperienza artistica, rendendola aperta e partecipata. Questo equilibrio tra personale e collettivo è il cuore del suo progetto per Venezia.

Gli anni lontani dai grandi centri urbani e il legame con la natura si fondono nelle sue installazioni. Il suo ingresso nel panorama internazionale dimostra che si può mantenere un’identità forte e una ricerca sincera, portando il senso profondo del proprio percorso nella scena pubblica più ampia. La Biennale è un riconoscimento importante e un’occasione di confronto con l’arte contemporanea a livello globale.

Redazione

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