Nel cuore degli anni Settanta, a Cadaqués, un piccolo villaggio sulla costa catalana, Salvador Dalí non era solo il genio del surrealismo che tutti conoscono. Era un uomo capace di sorprendere, di accogliere con calore chi varcava la soglia della sua vita. Howard R. Carr, artista americano, si trovò proprio lì, immerso in quell’atmosfera sospesa tra arte e quotidianità, fatta di incontri improvvisati e serate passate sotto un cielo stellato. Quel periodo, lontano dai riflettori delle grandi città, racconta una faccia diversa di Dalí, più intima, più vera. Palazzo Reale a Milano prova a riportare alla luce questa dimensione con la mostra “Dalí e la Moda”, ma sono le parole di chi lo incontrò davvero a restituirci il senso autentico di quegli anni.
Era il 1970 quando Howard R. Carr, appena ventitreenne, incontrò Salvador Dalí a Londra. Fu un poeta della fotografia a presentarglielo, un legame che risaliva ai tempi newyorkesi dell’artista spagnolo. Carr mostrò a Dalí il suo album di schizzi e, colpito, Dalí lo invitò a far visita. Per un giovane artista fu un momento importante: accettò volentieri, curioso di conoscere da vicino quel genio surrealista.
L’anno dopo Carr tornò a Cadaqués, il rifugio e laboratorio creativo di Dalí. Nel 1972 ripartì per l’Europa insieme a Kim Waters e Chris Murray, futuro fondatore della Govinda Gallery di Washington. Per due mesi affittarono una casa a Cadaqués e passarono diverse settimane nella residenza di Dalí a Port Lligat, oggi trasformata in museo. Oltre ai ricordi di Carr, esiste un diario di Murray che racconta con dovizia di particolari quei giorni di convivenza e scambi culturali in Costa Brava.
Il viaggio iniziò con un arrivo notturno a Figueres, seguito da un lungo tragitto in taxi fino a Cadaqués. All’alba, il gruppo bussò alla porta di Dalí. A riceverli fu un maggiordomo che, con un vassoio d’argento, porse loro carta e matita per lasciare un messaggio di benvenuto. L’ingresso era dominato da un enorme orso imbalsamato, mentre dal soffitto pendevano fiori secchi, con un profumo particolare che permeava l’aria.
Dalí li accolse nel salotto rotondo, incoronando Carr con una ghirlanda e salutandolo con un energico “El Dorado”. Il benvenuto proseguì con un succo d’arancia chiamato “Morning Donald Duck”. Tutto questo lasciò un’impressione profonda nel giovane artista, che ancora oggi ne parla con vividezza e emozione.
Le serate nella villa erano animate da cocktail al fresco, con champagne rosé e una compagnia variegata. Tra gli ospiti si alternavano collezionisti, nobili europei, scienziati, scrittori, attori, ballerini e persino una star del calcio. Amanda Lear, musa e compagna di Dalí, era quasi sempre presente. In quei momenti, Dalí si mostrava vivace e imprevedibile, canticchiava e discuteva con passione di argomenti come la quarta dimensione e la sua collaborazione con Walt Disney nel cortometraggio “Destino”. Carr ricordava con sorpresa come Dalí fosse incuriosito dalla sua conoscenza di quel film poco noto.
Un altro ricordo indelebile sono i concerti improvvisati a bordo piscina, con Waters alle campane, Carr al tamburo marocchino e Murray al dulcimer. La musica creava un’atmosfera magica e informale, lontana dall’immagine monumentale e pubblica di Dalí.
Va detto chiaramente: Howard Carr non fu mai un allievo o collaboratore ufficiale di Dalí. Non sono mai emerse foto che li ritraggano insieme in modo formale, né documenti che attestino un rapporto professionale consolidato. Però, la testimonianza di Chris Murray, che condivise con Carr e Waters quelle estati in Catalogna, aggiunge un tassello autentico e personale alla biografia di Dalí.
Tornato negli Stati Uniti, Carr riprese la sua carriera di pittore e scultore e divenne parte della scena della Govinda Gallery di Washington, fondata nel 1975 da Murray. La galleria divenne un punto di riferimento, ospitando artisti come Andy Warhol e Annie Leibovitz. Nel 1978 Carr espose i suoi dipinti e nel 1984 ricevette una recensione sul Washington Post da Paul Richard, che ne sottolineò i legami con la tradizione francese e le influenze di Braque e Matisse.
Situata a Georgetown, la Govinda rimase un centro importante per l’arte locale. Carr partecipò alle prime mostre e il suo nome tornò spesso sulle pagine dei giornali, almeno fino alla fine degli anni Novanta, quando presentò una rassegna di dipinti, sculture e assemblaggi. I critici dell’epoca evidenziarono la vastità del suo linguaggio artistico, capace di spaziare dal Rinascimento all’astrattismo e all’arte assemblata.
Howard Carr continua a lavorare nel suo studio di Georgetown. Nel 2025, Chris Murray ha ricordato i cinquant’anni dalla fondazione della Govinda Gallery, mettendo in luce l’impegno costante del pittore americano. “Questo è un aspetto fondamentale: non tanto il singolo incontro con Dalí, quanto il fatto che quell’esperienza resti viva attraverso chi l’ha vissuta, mentre l’artista prosegue la sua ricerca giorno dopo giorno.”
Nel quadro della rinnovata attenzione verso Dalí a Milano, la storia di Howard Carr emerge come un pezzo prezioso e originale del grande mosaico surrealista. Non è una nuova interpretazione critica o una pretesa di vicinanza artistica, ma una testimonianza autentica e personale. Le serate a Port Lligat, le conversazioni, la musica improvvisata restituiscono il lato più umano e quotidiano di un gigante dell’arte, quei piccoli dettagli che sfuggono alla leggenda e restano impressi nella memoria.
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