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Kazuko Miyamoto a Roma: il Minimalismo tra corpo, errore e femminismo radicale in mostra alla Galleria Alessandra Bonomo

Appena varcata la soglia della Galleria Alessandra Bonomo a Roma, l’arte di Kazuko Miyamoto ti prende per mano e non ti lascia più. Nata a Tokyo nel 1942, oggi vive e lavora a New York, ma è negli anni Settanta che ha lasciato un segno indelebile nel femminismo radicale, mescolando una sensibilità orientale a una critica politica nitida, quasi tagliente. “Dancing around the entrance to the cellar” raccoglie una quarantina di opere: installazioni, acquerelli, pastelli e fotografie di performance, un viaggio che attraversa quarant’anni di ricerca, dal 1970 al 2010. Roma non è una novità per Miyamoto: già nel 2010 la sua serie String Construction aveva trovato casa in questa stessa galleria. Da allora, il legame con Alessandra Bonomo si è fatto più profondo, e oggi questa nuova mostra offre nuovi punti di vista, lavori inediti, e conferma quanto il suo lavoro sappia rinnovare il minimalismo attraverso il corpo, l’errore, il femminismo e la tradizione.

Minimalismo americano e corpo femminile: la sfida di Miyamoto

Kazuko Miyamoto ha lavorato a stretto contatto con Sol LeWitt, uno dei grandi maestri del minimalismo americano. Dal 1969 in poi, ha beneficiato del suo ruolo di mentore, prendendo le mosse da un approccio rigoroso e concettuale. Ma Miyamoto rompe con quella freddezza e quel rigore mentale, introducendo l’esperienza del corpo, la manualità e una critica che va oltre l’idea pura, abbracciando la politica. Negli anni Settanta, le sue opere su carta con strutture geometriche riflettono proprio questo scontro: la precisione matematica si mescola a un gesto che è al tempo stesso esecuzione pratica e protesta contro un sistema che esclude il ruolo centrale delle donne. Così Miyamoto lega la tradizione minimalista a un messaggio di liberazione, creando un’arte che si muove tra astrazione e impegno sociale.

String Constructions: geometrie vive tra spazio e materia

Le String Constructions sono il cuore della mostra. Nate nel 1972, queste opere sono fatte di centinaia, a volte migliaia, di fili di cotone industriale tesi su chiodi conficcati nel legno o nel muro. Ne nascono strutture geometriche complesse, sospese tra piano e spazio. All’inizio sono soprattutto piane, seguono disegni rigorosi, ma col tempo si fanno più intricate, quasi architetture leggere che spingono chi guarda a muoversi per coglierne i diversi aspetti. Il gioco tra solidità e leggerezza è il fulcro dell’esperienza: i chiodi sono fissi, mentre i fili cambiano aspetto a seconda di come li si guarda, dando vita a un’arte dinamica, viva. Realizzare queste opere richiede un lavoro manuale meticoloso: piantare chiodi, tendere fili, annodarli secondo schemi precisi. Sono gesti che richiamano tecniche tradizionali femminili, come la tessitura, riportando in campo artistico attività spesso considerate domestiche. Con questo, Miyamoto porta il minimalismo fuori dall’astrazione pura, inserendolo in un contesto esistenziale e politico. Errore, variazione e manualità diventano così strumenti per rompere la rigidità del sistema di LeWitt.

Femminismo e inclusione: il percorso di Miyamoto a New York

Oltre all’arte, Kazuko Miyamoto si è fatta notare per il suo impegno politico. È stata tra le fondatrici della A.I.R. Gallery di New York, il primo collettivo di artiste donne negli Stati Uniti nato negli anni Settanta per rispondere all’esclusione femminile nel mondo dell’arte. Questa galleria cooperativa puntava a dare visibilità a chi veniva ignorata dai circuiti ufficiali. Inoltre, Miyamoto ha gestito uno spazio indipendente nel Lower East Side, la Gallery Onetwentyeight Rivington Street, dove ha promosso attivamente la diversità, dando spazio a donne nere e ispaniche in un ambiente spesso dominato da gruppi più forti. Nel suo lavoro, l’inclusività si traduce in collaborazione e solidarietà, opponendosi al sistema mainstream. Negli anni Ottanta, questa attenzione politica si intreccia con un interesse più ampio per il corpo e la natura, visibile in opere come Moon Windows: un intreccio circolare che ricorda un nido di cigno fatto di rami, simbolo di gravidanza e nascita, con chiari riferimenti alla cultura giapponese, come le corde shimenawa e altri simboli tradizionali.

Tra Oriente e Occidente: il dialogo che anima la mostra romana

L’arte di Kazuko Miyamoto sta a metà strada tra la tradizione culturale e la sperimentazione artistica. Le radici giapponesi si vedono nelle forme e nei materiali, nei richiami allo shintoismo o nell’uso di oggetti simbolici come kimono e ombrelli, che sono tracce tangibili di una cultura profonda. Questa sensibilità si unisce al distacco severo e all’intellettualismo del minimalismo americano, dando vita a un lavoro fatto di riflessione, presenza e corpo. Miyamoto costruisce un ponte raro tra rigore mentale ed esperienza corporea, spingendo sempre più in là i confini del linguaggio minimalista. La mostra alla Galleria Alessandra Bonomo mette in luce questa fusione, avvicinando il pubblico romano a un artista che parte dagli anni Settanta e arriva fino agli anni Duemila. Fino al 30 settembre 2026, Roma offre così un’occasione preziosa per scoprire un’artista capace di mettere in discussione e rinnovare le categorie con cui si racconta la storia dell’arte contemporanea.

Redazione

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