Un faro accecante ti colpisce appena entri nella galleria Société Interludo, a Cambiano, vicino Torino. Ti costringe a fermarti, a respirare piano. Non c’è tempo per abituarsi: la luce prende tutto lo spazio, cancella i volti, le storie, lascia solo il vuoto e la sua presenza. Gaia De Megni, con “La Scia”, smonta il cinema tradizionale per trasformarlo in un gioco di luci e architetture. Un invito a riflettere su cosa rimane davvero quando le immagini svaniscono, lasciando dietro di sé solo una scia luminosa.
Entrando nella galleria, le finestre sono oscurate da pellicole nere. Niente immagini proiettate, solo una luce che si fa presenza concreta. Il fascio luminoso, protagonista dell’installazione, ricorda le opere di Anthony McCall, che trasformano la luce in qualcosa di tangibile. Ma De Megni sposta l’attenzione: non è più solo un gioco di forme, ma una sfida alla nostra percezione e ai ricordi che quella luce riesce a evocare. Qui non si guarda uno schermo, si è investiti direttamente dalla fonte luminosa.
Questo modo nuovo di usare la luce cambia tutto: non c’è più una storia da seguire, nessun fotogramma che si sussegue. La luce diventa una sensazione fisica, quasi tattile, che stimola ricordi ed emozioni. L’intensità è tale da abbagliare, costringendo gli occhi a un momento di adattamento. La luce interrompe il modo abituale di vedere, trasformando la galleria in uno spazio dove non si mostrano immagini precise, ma si percepisce una presenza forte, quasi palpabile.
Dopo il fascio di luce, lo sguardo si posa su tre grandi teli di seta sospesi nell’aria. Su ognuno sono stampate immagini tratte dal film “Paura in palcoscenico” di Alfred Hitchcock, del 1950. De Megni stacca i fotogrammi dal loro flusso, li isola, trasformandoli in presenze che occupano fisicamente lo spazio.
Il passaggio dal pellicola alla seta cambia il modo di vivere l’immagine: il cinema perde la sua fluidità, il tempo si ferma in un solo attimo. La leggerezza e la trasparenza della seta accentuano questa sospensione, come un ricordo che si affaccia senza mai farsi chiaro.
Il curatore Vincenzo Estremo parla di una “costruzione geografica con la luce”, dove la galleria si trasforma in un ambiente cinematografico senza immagini in movimento. Qui la narrazione si smonta per lasciare spazio alla materia e alla presenza, non a una storia lineare.
La scelta delle immagini da “Paura in palcoscenico” non è casuale. Richiama esperienze passate di De Megni, come la performance “Sunday Best” al Lazzaretto di Milano. In quella occasione, una pugile si confrontava con un fascio di luce mentre pronunciava battute del film, ma con voce e corpo scollegati: la voce arrivava da un auricolare, la lotta fisica perdeva una narrativa coerente.
Anche in questa mostra torna il gioco di separare e sovrapporre, con oggetti come un paradenti che, proiettato olograficamente, disegna sul pavimento immagini sfocate e fugaci. Sono stratagemmi che parlano di memoria, voce e presenza fisica come pezzi di un racconto frammentato, dove percezione e ricordo si intrecciano.
Estremo ricorda anche un’immagine familiare a tanti italiani: le famiglie riunite davanti alla tv per guardare gli sceneggiati, quei momenti in cui la casa diventava un piccolo cinema. Una dimensione fatta di rituali e sospensioni del tempo quotidiano, che la luce e l’immagine continuano a evocare.
Il titolo della mostra, “La Scia”, è una metafora chiara: quello che resta dietro a un’immagine o a un ricordo, anche quando sparisce. Lo spunto arriva da un verso della sigla di uno sceneggiato televisivo di Luigi Tenco, citato da Estremo, che parla di una nave in partenza e della scia luminosa che lascia dietro di sé.
Così, le immagini invisibili o assenti diventano protagoniste della nostra esperienza, segnano la percezione anche quando non le vediamo più. La mostra di De Megni racconta questa relazione tra presente e memoria usando luce, materia e spazio, offrendo uno sguardo sul cinema e sulla percezione lontano dai canoni tradizionali.
“La Scia” si potrà visitare fino al 18 ottobre 2026 nella galleria Société Interludio, via Torino 3, Cambiano. Un’occasione per immergersi in una riflessione intensa e concreta sul legame tra immagine, ricordo e percezione.
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