Un uomo siede al tavolo, le mani tremano appena. Non ci sono esplosioni, né urla. C’è solo quel silenzio carico di paura e attesa. A Madrid, Roman Khimei e Yarema Malashchuk raccontano la guerra così, con piccoli dettagli rubati alla vita di tutti i giorni. La loro mostra al Museo Nacional Thyssen-Bornemisza evita il clamore delle immagini eroiche. Si concentra invece su quel conflitto che si annida negli sguardi sfuggenti, nei gesti quasi invisibili, nei silenzi che pesano più di mille parole. Un’installazione che scuote senza urlare, mostrando la guerra che si insinua senza fare rumore.
Già nel 1955 Bertolt Brecht, con la sua “Kriegsfibel”, aveva cambiato modo di raccontare la guerra: non più come grandi battaglie o eroi, ma come una somma di piccoli momenti, dettagli apparentemente insignificanti che però raccontano cosa significa davvero un conflitto. Fotografare la guerra dentro le pieghe della vita di tutti i giorni, cogliere quei gesti minimi che mostrano come la realtà si trasforma sotto la pressione della violenza. È questo approccio che Khimei e Malashchuk riprendono, costruendo una “pedagogia dello sguardo” che lascia da parte l’eroismo per restituire il senso di una quotidianità spezzata, raccontata attraverso i dettagli invisibili e i tempi sospesi.
Il reenactment, spesso legato a rievocazioni storiche e battaglie trionfali, qui cambia forma. Khimei e Malashchuk evitano ogni gloria o eroismo. Le loro scene sono fatte di gesti semplici, silenzi, momenti familiari, senza mai cadere nella spettacolarizzazione. Nel lavoro “The Wanderer” , il soldato appare fragile, umano, lontano dall’iconografia eroica, richiamando l’opera romantica di Caspar David Friedrich, ma con una dose di realismo crudo e senza maschere. È un modo per riportare la guerra a qualcosa di concreto, vissuto, fuori dai cliché estetici che spesso la spettacolarizzazione impone.
La filosofia sulla guerra aiuta a capire questo lavoro. Kant, già nel XVIII secolo, vedeva la guerra non solo come evento, ma come pratica continua degli Stati, anche senza scontri diretti. Clausewitz parlava della “nebbia della guerra”, fatta di attese e incertezze. Questa complessità emerge nelle installazioni di Khimei e Malashchuk, dove si percepisce la distanza fra l’esperienza vissuta e l’immagine che vediamo. Le “immagini operative” di Harun Farocki, pensate più per scopi tecnici che estetici, mostrano come oggi la guerra venga documentata con immagini senza un vero racconto umano. In “Open World” , il ritorno a un quartiere d’infanzia in Ucraina passa attraverso l’occhio di un cane robotico, nato per uso militare ma qui diventato veicolo di memoria e ricordo personale, in un potente contrasto fra tecnologia e umanità.
Tra le opere più toccanti c’è “You Shouldn’t Have to See This” , un video che mostra bambini ucraini, rapiti e poi restituiti al loro paese. Li vediamo in uno stato che sembra sonno, ma carico di una tensione fortissima. Quel confine tra veglia e sonno amplifica il senso di straniamento, raccontando la ferita profonda che la guerra lascia nei più fragili. Gli artisti riescono così a evitare che queste immagini cadano nel voyeurismo o nella strumentalizzazione, restituendo ai bambini la loro dignità e soggettività, lontano da ogni retorica di vittimismo o spettacolo.
L’installazione più recente, “We Didn’t Start This War” , creata per il Museo Thyssen-Bornemisza, non mostra eventi clamorosi, ma le “piccole catastrofi” di ogni giorno. Tre schermi raccontano scene di vita quotidiana, interpretate anche da attori non professionisti, che mostrano quanto sia dura vivere sotto la costante minaccia della guerra, che penetra in ogni angolo dell’esistenza. Non è un documentario, ma una messa in scena che denuncia la pervasività del conflitto, fuori dai ruoli classici dell’eroismo. L’invito è a guardare con attenzione, a cogliere il senso nascosto dietro le immagini, ritrovando quella “pedagogia dello sguardo” che trasforma il vedere in comprensione critica.
Pedagogies of War è una mostra che invita a riflettere su come la guerra si infiltra nelle nostre vite, anche quando non è sotto i nostri occhi, e su come le immagini possono aiutarci a capire, invece che solo a stupire. Fino al 21 giugno 2024, il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid ospita questo racconto silenzioso e potente di un conflitto che continua a cambiare il mondo.
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