
Il 24 marzo, a Porto Alegre, un murale ha preso vita sulla facciata della futura sede del Consolato Generale d’Italia nel Rio Grande do Sul. Si chiama MADRE ed è firmato dall’artista Hanna Lucatelli: 45 metri di altezza per 9 di larghezza, un’imponente opera che rompe gli schemi. Qui non si parla dei soliti emigranti uomini, i lavoratori e fondatori di comunità. La protagonista è la donna, la madre, figura silenziosa ma fondamentale, custode di memoria, cultura e lingua. Insieme alla curatrice Giulia Lavinia Lupo, Lucatelli ha voluto raccontare una storia meno celebrativa, più reale e intensa, capace di restituire la complessità del viaggio migratorio attraverso lo sguardo femminile.
La donna che parla con i muri di Porto Alegre
Da tempo Hanna Lucatelli porta avanti un discorso sulla presenza femminile negli spazi pubblici che va oltre l’apparenza. Nei suoi murali, le donne non sono mai semplici immagini o simboli decorativi, ma diventano forze vive che trasformano l’atmosfera di un luogo e raccontano storie di forza e complessità. Nel Sud del Brasile, dove la cultura italiana è ancora ben radicata, questo messaggio trova un’eco particolare.
Il murale MADRE nasce proprio da questa energia collettiva e vuole parlare a tutti, non solo agli appassionati d’arte. Racconta in modo diretto e visivo la tradizione che passa di donna in donna, fatta di gesti e legami quotidiani che resistono nel tempo. Nel quartiere del Consolato, l’opera si inserisce come una narrazione visiva che invita a guardare alla donna migrante come protagonista attiva della sua storia.
La maternità dietro il murale: parole dell’artista
Hanna Lucatelli racconta come la sua esperienza di madre abbia segnato profondamente il suo lavoro. Cresciuta tra donne forti, ha voluto sfidare l’immagine spesso riduttiva e sessualizzata che la donna ha nei luoghi pubblici. Il murale è diventato per lei uno spazio politico dove mostrare la donna con dignità e forza, senza idealizzazioni.
Il muro è uno spazio aperto a tutti, rompe le barriere del museo e accoglie anche chi passa distratto. Il linguaggio semplice e diretto dell’opera garantisce un impatto immediato e forte. Ogni pennellata dialoga con la storia e l’identità del posto. La figura della madre in MADRE non è un volto preciso, ma un simbolo collettivo che incarna il coraggio e la fatica di quelle donne che centocinquant’anni fa hanno attraversato l’oceano con una forza silenziosa ma decisiva.
Un nuovo sguardo sull’emigrazione: la scelta del Consolato
Giulia Lavinia Lupo, curatrice del progetto, spiega che MADRE nasce dalla volontà di evitare i soliti racconti convenzionali e celebrativi sull’emigrazione italiana in Brasile. Un tema spesso raccontato con immagini scontate e rassicuranti, che lei ha voluto superare coinvolgendo la comunità locale. L’idea era ascoltare storie, raccogliere testimonianze e riflettere su una memoria che per troppo tempo ha messo al centro solo gli uomini.
Lupo ha capito che dando rilievo alla donna si sarebbe cambiato radicalmente il racconto. La donna che partiva non era solo un’accompagnatrice, ma portava con sé valori, usanze e un intero mondo, e questo doveva emergere con forza e autenticità. L’obiettivo era restituire dignità e complessità a una figura troppo spesso dimenticata nella memoria pubblica.
Memoria e futuro: l’eredità del murale a Porto Alegre
MADRE è un omaggio alla memoria collettiva che evita il folklore e la superficialità. La frase sull’opera, “Madre della memoria attraverso l’oceano per seminare futuro”, riassume bene l’intento: restituire all’emigrazione italiana un volto umano da cui tutto è partito. Un’immagine che costruisce un ponte tra passato e presente, e rinnova il modo di guardare al coraggio e alla responsabilità delle donne migranti.
Con il suo forte impatto visivo, il murale invita chi passa a fermarsi un momento e riflettere su una storia che non è solo passato, ma parla ancora oggi di sfide, tenacia e identità culturale. MADRE conferma così come l’arte urbana possa farsi voce diretta della comunità, raccontando con forza e freschezza la memoria storica.
