Milano si è di nuovo trasformata in un palcoscenico pulsante durante la sua settimana dell’arte, quel momento che ruota attorno a miart e che richiama ogni anno migliaia di appassionati. Nuovi spazi immersi nel verde hanno portato una ventata di freschezza, ma non sono mancati intoppi organizzativi che hanno fatto storcere il naso. Da un lato, la città ha mostrato una vitalità contagiosa, con tante realtà emergenti pronte a farsi notare. Dall’altro, però, si sono riaffacciate vecchie difficoltà mai del tutto risolte. Tra chi trasforma vecchie fabbriche in gallerie d’arte e chi punta su nomi internazionali di richiamo, questa edizione 2026 è stata un mix di conferme e novità, con qualche ombra a far riflettere. Nel cuore di Milano, dove tradizione e sperimentazione si scontrano, l’impressione finale è stata, per molti, un insieme di entusiasmi e perplessità.
Per la trentesima edizione, miart ha scelto di spostarsi nella South Wing di Allianz MiCo, un’area circondata dal verde con vista sulle torri di CityLife. Il cambiamento ha conquistato subito chi arriva da fuori, offrendo un’esperienza più rilassata, in cui la natura si mescola all’ambiente urbano. Camminare tra installazioni e stand senza la solita sensazione di chiuso e sovraffollamento ha rappresentato un respiro diverso rispetto alle fiere tradizionali.
Ma questo cambio ha anche fatto emergere problemi seri. Il percorso espositivo, definito da molti confuso e a tratti un labirinto, ha reso la visita difficile soprattutto a chi non conosce bene gli spazi. La segnaletica è stata spesso insufficiente, generando disorientamento e frustrazione. Un altro nodo è stato l’accesso al parco: i taxi non possono entrare, complicando l’arrivo, in particolare per persone con mobilità ridotta o visitatori da fuori città. L’assenza di una zona chiara per lo sbarco ha creato disagio, segnalando l’urgenza di migliorare la logistica per le prossime edizioni. Se miart confermerà la South Wing come sede fissa, sarà indispensabile investire su indicazioni più chiare e servizi migliori per il pubblico.
Uno dei temi più forti di questa Art Week è stato il recupero delle vecchie fabbriche, trasformate in poli culturali vivi e pieni di potenzialità. La nuova Mulino Factory, nata dalla mente di Ludovica Virga, si inserisce in questo filone. Qui ci sono studi d’artista, residenze, spazi espositivi e persino un albergo, a dimostrazione di come Milano sappia conservare la memoria industriale senza rinunciare a funzionalità e modernità. Un modo intelligente per evitare demolizioni inutili e mantenere intatto il patrimonio storico, dando nuova vita a spazi spesso spettacolari.
Altri esempi si trovano nella sede di MEGA, nell’ex fabbrica del gruppo Esperis, e nell’ex Saponificio Gavazzi a Rogoredo, che ospita il progetto PORTO DI MARE promosso dall’associazione Di Studio in Studio. Questi luoghi raccontano una città che crede nel valore degli spazi industriali da trasformare e adattare alla cultura contemporanea. Per chi ama scoprire, è stata un’occasione preziosa per addentrarsi in un itinerario tra fabbriche storiche, ancora vitali e parte integrante del tessuto urbano di Milano.
La qualità delle mostre nelle gallerie private è stata uno dei punti forti della settimana milanese. Numerose realtà importanti hanno presentato progetti curati e artisti di rilievo. Tra queste, Raffaella Cortese ha ospitato Gabrielle Goliath, artista sudafricana che ha portato un’opera intensa dedicata alle vittime di violenza di genere. Un allestimento che ha emozionato e fatto riflettere, dimostrando quanto l’arte possa farsi portavoce di temi sociali urgenti.
Da Vistamare l’attenzione si è concentrata su Rosa Barba, italiana che esplora il cinema non solo come racconto, ma anche come gioco di luce, spazio e performance. Velo Project, invece, ha presentato per la prima volta in Italia Ever Astudillo, artista colombiano che ha portato nuove suggestioni nel panorama espositivo nazionale.
Tra le mostre museali private, da segnalare Anselm Kiefer alla Lia Rumma e Man Ray alla galleria Marconi, a conferma di un’offerta ricca e variegata in città durante questo periodo.
La prima edizione milanese di Paris Internationale, l’anti-fiera parigina, ha sorpreso per la sua formula originale e la qualità delle proposte. Ospitata nel Palazzo Galbani, edificio modernista, l’arte si è mostrata senza stand rigidi, con pareti mobili che hanno creato un percorso dinamico e coinvolgente.
Le 34 gallerie selezionate hanno presentato progetti ben pensati, bilanciando ricerche italiane e internazionali. Un equilibrio difficile da raggiungere che qui è stato superato con successo, grazie a un allestimento attento a luci e spazi. La scelta di puntare sulla qualità piuttosto che sul numero ha dato spessore all’evento, attirando un pubblico attento e interessato a proposte più approfondite.
MEGA, alla sua terza edizione nel quartiere Barona, ha convinto soprattutto per l’atmosfera vivace e rilassata e per gli spazi suggestivi. Il programma, ricco e variegato, ha mostrato voglia di sperimentare, mettendo in luce una scena meno istituzionale ma molto stimolante.
Detto questo, la fiera sembra ancora alla ricerca di una sua identità precisa e di una linea curatoriale chiara. Questo lascia spazio a miglioramenti, con la speranza che la prossima edizione porti maggiore coesione artistica e un format più originale e riconoscibile. La quarta edizione sarà decisiva per capire se MEGA può diventare un appuntamento fisso nel calendario milanese.
Il rapporto tra Milano Art Week e Design Week si fa sempre più complicato. Il design ormai domina la città in termini di visibilità, eventi e attenzione dei media, lasciando l’Art Week in secondo piano, quasi a margine. Il problema parte dalla percezione generale: tassisti, ristoratori e spesso anche visitatori faticano a distinguere chiaramente i due appuntamenti.
La città si prepara quasi esclusivamente per la Design Week: dagli allestimenti ai trasporti, fino ai prezzi di hotel e servizi. Questo squilibrio ha effetti diretti sul pubblico e sulla fruizione dell’arte contemporanea. Gli eventi del design, soprattutto nel weekend, si sovrappongono anche ai giorni di chiusura di miart, sottraendo pubblico alle iniziative artistiche.
Se questa tendenza non cambia, l’Art Week rischia di diventare una nicchia, incapace di dialogare con il resto della città e costretta a inventare nuove strategie per farsi spazio in un meccanismo ormai dominato dal design.
La Fondazione Nicola Trussardi ha provato a portare una novità con Aperto Italia, ospitato dentro Paris Internationale. Nonostante le buone intenzioni, l’evento è apparso poco coerente, diluendo le potenzialità di un confronto serrato sull’arte contemporanea italiana.
Sul fronte dei musei pubblici, il bilancio è più contenuto rispetto alle attese. Palazzo Reale e Museo del Novecento hanno proposto mostre di alto livello, ma più orientate alla storia o a dialogare con la Design Week. Brera e Triennale hanno mantenuto un’offerta varia, ma influenzata dal calendario degli eventi maggiori. Il PAC ha cercato di tenere la propria linea, ma tra risorse limitate e vincoli, non è riuscito a presentare una mostra centrale capace di interpretare lo spirito dinamico della settimana.
A tenere alta la bandiera dell’arte contemporanea sono state soprattutto le realtà private, con grandi nomi come Tiravanija all’Hangar Bicocca e Cao Fei da Prada, capaci di attirare attenzione e rinnovare l’entusiasmo del pubblico in un momento non facile.
Milano Art Week 2026 si è quindi chiusa con contrasti evidenti: spazi e progetti innovativi hanno convissuto con problemi organizzativi e un contesto che rischia di ridurne l’importanza. La città resta viva e piena di stimoli, ma la vera sfida per l’arte contemporanea sarà ritrovare coesione, identità e un dialogo più aperto con un pubblico ampio.
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