
Quando, pochi giorni fa, un curatore di spicco ha lasciato la Biennale di Venezia senza preavviso, nessuno poteva immaginare che sarebbe stato solo l’inizio di un’edizione così turbolenta. La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte si è aperta infatti tra tensioni palpabili e sorprese continue, mentre il calendario degli eventi si faceva sempre più fitto. Proteste politiche, nuove regole sui premi e dimissioni a sorpresa hanno segnato un’atmosfera di fermento quasi inedita.
Eppure, nonostante tutto, il pubblico non si è tirato indietro. Anzi, ha risposto con un entusiasmo contagioso, attratto da una proposta espositiva ricca e, finalmente, liberata da quei moralismi che negli ultimi anni avevano appesantito l’evento. Dalla quiete di Cannaregio fino alle isole della Giudecca, la Biennale 2026 ha scelto di espandersi, di raccontare l’arte intrecciandola con i grandi temi globali, offrendo al contempo un’esperienza estetica capace di emozionare e sorprendere.
Biennale in bilico: politica e rivoluzioni interne
L’apertura di quest’anno è stata segnata da un clima turbolento. La scomparsa improvvisa della curatrice incaricata, nel pieno della preparazione, ha messo a rischio tutto il progetto. A questo si sono aggiunte le proteste per la partecipazione di paesi controversi come Russia e Israele, che hanno acceso dibattiti, manifestazioni e persino il blocco di padiglioni da parte di attivisti.
Un fatto senza precedenti è stato il ritiro della giuria dei Leoni d’oro, i premi più ambiti. Per la prima volta, il pubblico ha scelto direttamente i vincitori, segnando un cambio di passo verso una Biennale più aperta e partecipativa. Ma dietro questo cambio si nascondono anche le difficoltà di gestire un evento di tale portata.
Sul piano diplomatico, la presenza di padiglioni come quelli di Russia e Israele ha acceso discussioni che riflettono le tensioni internazionali. Venezia si conferma così una piattaforma non solo per l’arte, ma anche per il confronto politico. Le proteste in città ricordano che l’arte contemporanea qui non è mai neutra: la Biennale resta un laboratorio vivo di scontro e dialogo.
In Minor Keys: quando arte e impegno trovano un raro equilibrio
Nonostante le turbolenze, la mostra principale curata da Koyo Kouoh, In Minor Keys, riesce a trattare temi sociali e politici forti senza cadere nel didatticismo o nel moralismo pesante. Identità, memoria, eredità coloniale, cambiamenti climatici e violenza trovano voce in un linguaggio visivo alto, capace di coinvolgere i sensi e le emozioni.
In questi giorni si è capito che la forza della Biennale sta proprio nel non aver ceduto alla narrazione della colpa come unica chiave curatoriale. Le opere costruiscono ponti tra estetica e contenuto, mantenendo vivo lo stupore e regalando anche momenti di gioia, cosa rara in questo tipo di eventi. Con oltre cento partecipazioni nazionali, un record, la Biennale si espande oltre i tradizionali Giardini e Arsenale, animando angoli meno frequentati della laguna.
Le mostre collaterali spesso reggono il confronto con quelle ufficiali, offrendo vitalità e sperimentazione che rendono il panorama culturale veneziano unico a livello mondiale.
Volti e opere che hanno fatto parlare la città
Tra le sorprese più apprezzate spicca la figura di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale. Nonostante le polemiche iniziali, la sua presenza si è rivelata solida e convincente. Le accuse legate alla Russia sono state smentite da verifiche ministeriali, mentre i suoi interventi pubblici hanno guadagnato consenso, anche tra i veneziani.
Da non perdere la mostra Helter Skelter alla Fondazione Prada, dedicata ad Arthur Jafa e Richard Prince. Un viaggio potente nell’immaginario americano contemporaneo, tra razza, mascolinità e icone culturali, che va oltre la critica per diventare esperienza visiva e emotiva intensa.
Non mancano le proposte che riflettono su tecnologia ed ecosistema digitale: dal progetto STRANGE RULES a Palazzo Diedo, che indaga il potere degli algoritmi, a RAGE BAIT di Eva & Franco Mattes, una critica feroce al capitalismo emotivo dei social media attraverso installazioni immersive.
Sul fronte performativo, spicca l’opera dal vivo di Tino Sehgal alla mostra AMA Venezia, che mette al centro il corpo e lo sguardo, con la storica performance The Kiss capace di lasciare un segno profondo.
Infine, la grande monografica su Erwin Wurm al Museo Fortuny gioca con sculture, tessuti, muri e corpi, trovando un equilibrio brillante tra ironia e profondità.
Venezia tra proteste e impegno civile
La città è stata anche teatro di manifestazioni legate ai conflitti in corso, soprattutto sulla questione palestinese. Striscioni, blocchi e azioni simboliche hanno scandito giorni intensi, mostrando come Venezia resti un luogo dove arte e impegno civile si intrecciano, smascherando ogni possibile illusione di neutralità.
Questi momenti confermano che nel 2026 il confine tra estetica e politica rimane sottile, anche in un evento che in apparenza potrebbe sembrare solo una festa per turisti.
Il Giardino Mistico degli Scalzi: un respiro di natura e spiritualità
Tra le esperienze più insolite c’è il percorso immersivo nel Giardino dei Carmelitani Scalzi, sede del Padiglione della Santa Sede vicino alla stazione.
L’orecchio è l’occhio dell’anima unisce paesaggio sonoro, botanica e riflessioni spirituali attorno alla viriditas, la forza vitale che attraversa natura e corpo. Tra le composizioni di Patti Smith, Brian Eno e Meredith Monk si alternano i suoni delle campane e della laguna, offrendo una pausa di contemplazione in mezzo alla frenesia della Biennale.
Un ritorno importante della Santa Sede sulla scena artistica internazionale, grazie a collaborazioni con curatori e artisti di primo piano.
La videoarte torna protagonista
Dopo anni di marginalità, la videoarte si riprende la scena. Molti i progetti che la usano come strumento narrativo e immersivo, superando l’idea del semplice gadget tecnologico.
Dalla trilogia Do U Dare! di Shirin Neshat all’installazione Spiral Economy di Julian Charrière, fino alle opere alla Giudecca e alla mostra Canicula della Fondazione In Between Art Film, il video si conferma mezzo ideale per affrontare temi attuali con delicatezza e profondità, coinvolgendo il pubblico in modi nuovi.
Le grandi potenze del padiglione che deludono
Tra le note dolenti dell’evento ci sono i padiglioni di alcune potenze economiche e culturali. India, Cina e Stati Uniti hanno presentato progetti spesso deboli, confusi o troppo condizionati da interferenze politiche.
Il Padiglione USA ufficiale appare subordinato a blocchi politici e burocratici, mentre la vera arte americana si trova altrove, alla Fondazione Prada. Situazione simile per la Cina, con l’esposizione di Cao Fei spostata a Milano.
Una nota positiva arriva dall’Argentina, con la mostra Darkness Visible sul cinquantenario del golpe militare, tra le esposizioni più coraggiose ed equilibrate viste in città.
Orari di visita: un problema che si fa sentire
Un altro punto critico riguarda gli orari di apertura dei musei. Nonostante il grande afflusso di visitatori, la Biennale chiude troppo presto, limitando le possibilità di visita e creando code e assembramenti evitabili.
Fissare la chiusura alle 19 sembra fuori tempo per un evento di questo calibro. Servirebbero ingressi scaglionati, aperture serali e fasce orarie dedicate, come avviene in manifestazioni internazionali di primo piano.
Questa rigidità penalizza la qualità dell’esperienza, costringendo a rinunce e impedendo una visione completa dell’offerta artistica.
Il destino del bambino migrante di Banksy: da gesto fragile a show mediatico
Tra gli eventi più discussi c’è il ritorno del Migrant Child di Banksy, nato nel 2019 come intervento fragile e temporaneo sulle facciate di Venezia. Quel gesto pensato per dissolversi con l’acqua oggi viene restaurato e trasformato in un evento pubblico e mediatico, con conferenze e iniziative di marketing.
Questa spettacolarizzazione rischia di diventare il simbolo della turistificazione culturale che trasforma l’arte in mero prodotto da consumare.
Il passaggio da gesto clandestino a macchina promozionale ha suscitato molte critiche tra addetti ai lavori e cittadini.
Austria e Giappone: quando l’effetto social prende il sopravvento
I padiglioni più fotografati e condivisi sui social sono quelli di Austria e Giappone, ma con risultati artistici discutibili.
L’Austria, guidata da Florentina Holzinger, punta su una provocazione estrema del corpo femminile, tra nudità e azioni acquatiche, che richiama l’azionismo ma privilegia lo shock più che la profondità.
Il Giappone sceglie un approccio dolce e interattivo, con bambolotti da curare e pannolini poetici, studiato per il pubblico social ma forse troppo semplice nei contenuti.
Entrambi sembrano pensati per creare viralità immediata, a scapito di un vero spessore artistico.
