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Biennale Venezia 2026: Maja Malou Lyse porta i porno divi al Padiglione Danese con l’installazione “Things to Come”

Nel cuore di Venezia, la Biennale Arte 2026 promette di scuotere le convenzioni. Il Padiglione Danese punta dritto su un terreno spinoso: pornografia, biotecnologia e cultura visiva. Maja Malou Lyse, giovane artista danese nata nel ’93, intreccia questi mondi come mai prima d’ora. Non si tratta di semplici immagini, ma di un racconto che sfida le barriere tra industria sessuale, scienza e digitale. Al centro, un’installazione video imponente, alimentata da materiali provenienti dalla più grande banca del seme al mondo. A questa si affiancano performer porno e un intervento architettonico che coinvolge l’intero spazio espositivo. Una proposta che non lascia indifferenti, pronta a trasformare lo sguardo su ciò che consideriamo reale.

“Things to Come”: tra attesa e futuro incerto

Il titolo “Things to Come” non è casuale. Da un lato evoca l’attesa, la possibilità di un futuro che si sta formando. Dall’altro richiama ansie antiche, quelle paure che da sempre accompagnano l’ignoto e che l’uomo ha trasformato in immagini e racconti. L’artista racconta di come, nell’estate scorsa, sia stata affascinata dalla fantascienza degli anni Trenta, con i suoi modi di rappresentare ciò che ancora non si conosce. Così il titolo del famoso film d’epoca è diventato perfetto per descrivere l’atmosfera sospesa del progetto: un tempo che si disfa e si ricompone grazie alle nuove tecnologie, in bilico tra visione e realtà. E non è un caso che il lavoro tocchi temi concreti come il coinvolgimento di performer porno e materiale genetico, legati al desiderio e al corpo.

Dalle piattaforme digitali al padiglione: l’arte che cambia pelle

Maja Malou Lyse ha costruito la sua arte soprattutto su piattaforme digitali e media non convenzionali: tv, giornali, festival. La Biennale di Venezia rappresenta per lei un salto in un contesto più tradizionale, ma senza perdere innovazione. Entrare in un padiglione nazionale significa confrontarsi con uno spazio carico di storia e simboli. La danese racconta il suo smarrimento nel varcare quella soglia per la prima volta, un momento che ha dato una svolta al progetto. Ha deciso di lavorare sulle peculiarità architettoniche del padiglione, trasformandolo in parte integrante dell’opera. Coinvolge performer del porno, la cui presenza apre una riflessione sulla storia politica del corpo e sulle immagini con cui siamo abituati a vederlo. Mettere in dialogo questi corpi, abituati a schermi e immaginari diversi, con un luogo di massa come la Biennale, frequentato ogni anno da milioni di visitatori, è il cuore dell’idea artistica.

Tra scienza e fantasia: il progetto visivo che sfida i confini

L’installazione principale è un film a tre canali realizzato con il collettivo DIS. Le riprese sono state fatte in parte nella banca del seme Cryos, ad Aarhus, città natale di Lyse, e in parte in uno studio di effetti speciali a New York. Il risultato è un video che fonde ambienti clinici e set cinematografici, dove scienza e immaginazione si intrecciano senza sosta. Protagonisti sono noti performer porno, la cui presenza sottolinea il legame tra corpo, desiderio e tecnologie riproduttive. A completare l’opera, una scultura fatta con contenitori per azoto liquido usati per conservare il seme, forniti da Cryos. Al loro interno, piccoli monitor LED mostrano immagini e video legati al “Sperm Racing”, un fenomeno sportivo che vede il seme maschile protagonista di vere e proprie gare. Questa parte vuole far emergere storie di riproduzione, selezione e scarto, invitandoci a riflettere su ciò che viene scelto o scartato nella produzione genetica.

Il padiglione come protagonista: architettura che parla

Il Padiglione Danese ai Giardini della Biennale è un luogo carico di significati. Senza esperienza con spazi espositivi tradizionali, Lyse ha deciso di non usare la struttura solo come sfondo, ma come parte viva dell’opera. L’installazione dialoga con l’architettura, creando un rapporto tra schermo e spazio che ricorda l’atmosfera di Times Square, dove l’artista ha lavorato per un periodo. Questo scambio tra opera e ambiente amplifica l’immersione e il coinvolgimento dello spettatore, aprendo nuove chiavi di lettura e emozioni. La collaborazione con il collettivo Common Accounts ha permesso di integrare le opere nello spazio in modo puntuale, dando vita a una fusione intima tra contenuto e contenitore.

Dietro le quinte: il ruolo della curatrice Chus Martínez

La scelta di una curatrice internazionale come Chus Martínez ha dato al progetto una nuova direzione. La sua esperienza e il suo rigore hanno aiutato a definire con chiarezza il percorso espositivo e i contenuti. Il confronto tra artisti, curatrice e collettivi ha arricchito la proposta, offrendo strumenti per affinare il linguaggio artistico. Anche le differenze di età e approccio tra i protagonisti sono diventate occasione di crescita e sintesi, portando a un risultato finale coeso e articolato. Grazie a questo dialogo, l’opera si presenta come un organismo complesso, capace di sostenere tensioni e spingere a riflessioni profonde.

Tra tensioni e sovrapposizioni: il Padiglione Danese tra spettacolo e critica

La sfida più grande di “Things to Come” sta nel trovare l’equilibrio giusto tra intimità, spettacolo e critica in uno spazio affollato come la Biennale di Venezia. L’opera non vuole provocare per provocare, un concetto ormai superato. Piuttosto, mette in gioco mondi e sistemi di visibilità distanti: la scienza, il porno, l’arte e la rappresentazione nazionale. Questi ambiti si intrecciano senza soluzione di continuità, creando un campo di tensioni che riflette le contraddizioni del nostro tempo. Il futuro che si respira nell’opera non è limpido e rassicurante, ma un territorio attraversato da desiderio, controllo, produzione e spettacolo. Un mondo in trasformazione che si mostra davanti ai nostri occhi.

Redazione

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