A pochi passi dal cuore di Parigi, un angolo di pace sorprende chi lo attraversa. Il Museo e Giardino Albert-Kahn si stende su quattro ettari, un’oasi dove natura e storia si intrecciano. Tra i suoi sentieri curati, si svelano giardini che sembrano dipinti: il Giardino Giapponese, con pagode in legno e piante modellate a mano, il Giardino Inglese, che accoglie prati e rovine finte come in un sogno, e il Giardino alla Francese, dove roseti e alberi da frutto raccontano secoli di tradizione. Qui si conserva una delle più ricche raccolte fotografiche dei primi del Novecento, un archivio prezioso dedicato alle culture africane e asiatiche. Oggi, grazie all’intervento dell’architetto giapponese Kengo Kuma, il museo si è trasformato, fondendo l’edificio con il verde circostante in un equilibrio perfetto, moderno e rispettoso insieme. Ogni anno, oltre 600.000 visitatori arrivano per scoprirlo.
Albert Kahn, banchiere e filantropo francese vissuto tra Ottocento e Novecento, ebbe un’idea ambiziosa: creare un archivio visivo mondiale per diffondere la pace attraverso la conoscenza degli altri. All’epoca la fotografia era ancora una novità, ma lui ne intuì subito il potere. Finanziò spedizioni fotografiche in Asia, Africa e altre regioni poco conosciute, raccogliendo immagini che raccontavano la vita quotidiana, i riti e le tradizioni di quei popoli. Non solo foto fisse: il progetto comprendeva anche filmati girati con le prime cineprese, per mostrare scene di vita in movimento. Le riprese continuarono fino alla crisi del 1929, quando tutto si fermò, ma quel materiale rimase intatto e, col tempo, è diventato un patrimonio storico di enorme valore.
Tra le collezioni più preziose del museo ci sono gli Archivi del Pianeta, un patrimonio unico per importanza e innovazione. La raccolta comprende 72.000 autocromie, le prime fotografie a colori su lastre di vetro, frutto dell’invenzione dei fratelli Lumière. Ogni immagine racconta dettagli di paesaggi, volti e scene di vita quotidiana in un’epoca in cui il colore era una vera rarità. Ci sono anche 4.000 lastre stereoscopiche, che, viste con appositi visori, creano un effetto tridimensionale, regalando un’esperienza immersiva che per quei tempi era rivoluzionaria. Completano il tutto centinaia di pellicole d’epoca che mostrano i popoli in movimento, con i suoni e l’atmosfera del tempo. Nel 2025 l’UNESCO ha riconosciuto questo archivio inserendolo nella lista Memory of the World, sottolineandone il valore universale.
Oggi al Museo Albert-Kahn si può visitare la mostra “Bénin, aller-retour”, che riporta a una missione fotografica e antropologica del 1930 nel Dahomey, l’attuale Benin. A immortalare riti voodoo e cerimonie reali furono Francis Aupiais, missionario francese, e Frédéric Gadmer, regista, per gli Archivi del Pianeta. Le immagini offrono uno spaccato autentico di un popolo ricco di storia e cultura. Grande attenzione è riservata alle guerriere del Dahomey, le Amazzoni, un corpo militare femminile d’élite fondato, secondo la tradizione, dalla Regina Tasi Hangbè. Queste donne seguivano un addestramento durissimo: imparavano a maneggiare spade, fucili e perfino cannoni, vivevano in celibato e rispondevano solo al sovrano. Rimangono l’unico caso documentato nella storia moderna di un’unità militare tutta al femminile. Il reggimento si sciolse alla fine dell’Ottocento, quando la Francia conquistò il regno durante la guerra coloniale.
La mostra “Bénin, aller-retour” non si limita ai reperti storici, ma apre un dialogo con l’arte contemporanea del Benin. Artisti come Ishola Akpo, Roméo Mivekannin e Angelo Moustapha raccontano, attraverso pittura, fotografia, installazioni e performance, il loro legame con l’eredità culturale e militare delle Regine del Dahomey. Le loro opere, molte create apposta per l’evento, riprendono materiali d’archivio trasformandoli in storie nuove e dinamiche, offrendo uno sguardo fresco e critico. Questo incontro tra passato e presente rende la mostra un momento di riflessione sulle radici culturali africane e il loro peso nell’arte mondiale. L’esposizione è aperta fino al 14 giugno 2026 nella sede della Fondation Albert-Kahn a Boulogne-Billancourt, un invito a immergersi nella storia e nelle visioni di un paese ricco di fascino e identità.
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